È vero, c’è un prezzo per la guerra contro Saddam Hussein, per il cambiamento del panorama della guerra al terrorismo, per un Medio Oriente diverso. E l’Europa ha paura. Il libretto arrivato dal Comando centrale israeliano a casa mia, come in tutte le case, a Gerusalemme, fornisce istruzioni precise: occorrono, oltre alla maschera antigas, in molti casi la tuta anti-attacco chimico e biologico, la stanza sigillata per proteggersi dal gas e dalle eventuali altre armi non convenzionali di distruzione di massa che Saddam potrebbe usare, preferibilmente un rifugio contro gli attacchi missilistici che possono distruggere la casa. Si danno istruzioni precise su teli di plastica, nastri adesivi e stracci bagnati, su come si debbano preparare e disporre. Bambini, gatti, cani: il libretto dice nei particolari cosa si deve fare per loro, quando va eventualmente usato un calmante, quando semmai iniettare l’atropina. Si fornisce anche una lista di numeri di emergenza, si affronta il problema della mancanza di acqua e di elettricità, si dà una lista dettagliata di cosa comprare per il cibo da conservare («farlo preferibilmente in una stanza senza finestre, magari nel bagno») nel rifugio in scatoloni: deve durare per cinque giorni almeno. Tutto deve essere sigillato. Questo vuol dire che per capire bene che cosa può aver sparso nell’aria la testata di un missile o un aereo senza pilota di Saddam o un terrorista palestinese che si faccia saltare per aria con materiali made in Iraq o un obice di qualche hezbollah sempre fornito da chi ha materiali di distruzione chimica o biologica, ci può voler molto tempo. Il capo dell’ufficio stampa del governo israeliano Danny Seaman mi dice: «Se tu sapessi quello che so io…». Ma io lo so, e lo sa chiunque viva da queste parti, in Medio Oriente, e non solo a Gerusalemme e a Tel Aviv, ma anche al Cairo o a Amman. La guerra nell’aria è una svolta rischiosa, ma purtroppo indispensabile sia dal punto di vista morale, che non è meno necessario di quello pratico, che da quello fattuale, se non vogliamo essere distrutti in un vicino futuro. Le armi di distruzione di massa sono una realtà verificata; ed è una realtà provata dai fatti che Saddam Hussein abbia tutta l’intenzione di usarle. È solo una patetica leggenda consolatoria quella dell’appeacement possibile che gli europei sventolano come una bandiera. Chi conosce i fatti, chi si fida più delle informazioni di Richard Butler, degli ispettori cacciati nel ’98 e dei servizi americani e britannici, dei fuggitivi come Wafik al Samerai ex capo dell’intelligence militare di Saddam («ci sono più di duecento barili con agenti biologici nascosti, e non li troverete mai, e almeno 45 missili con una gittata di 600 chilometri capaci di trasportarli») che di Tarik Aziz, sa che Saddam cacciò gli ispettori perché voleva continuare ad accumulare anthrax, botulinus, gas VX, spore del vaiolo, tutta roba di cui basta una bottiglia per sterminare un continente, e perché voleva proseguire nella costruzione della bomba atomica.
Saddam è interessato solo a questo: a proseguire nella preparazione di armi che gli consentano la prospettiva di dominare il Medio Oriente per l’estensione più vasta possibile così da controllare le fonti petrolifere; ne ha già dato prova nel ’91 invadendo il Kuwait e ha tentato il colpo grosso anche ai tempi dell’Iran. E per farlo è pronto alla guerra senza remore, a uccidere facendo uso di mezzi selvaggi; Saddam non conosce limiti neppure nei confronti della sua stessa popolazione. Lo ha dimostrato utilizzando il gas contro bambini e donne kurdi dell’Iraq, quando, fra l’altro ha ucciso cinquemila civili nella città di Halabja con gas mostarda e nervino; e quando poi è in guerra fa lo stesso. Saddam negli anni Ottanta ha ucciso o ferito più di 20 mila persone in attacchi multipli, con agenti chimici e bombardamenti aerei. Da allora non ha smesso di costruire armi di distruzione di massa di ogni genere: il suo consigliere scientifico Khidir Hamza, fuggito dall’Iraq, ha rivelato che, soprattutto, punta all’atomica e ha accumulato abbastanza materiali da potere costruire tre bombe nei prossimi mesi. Judith Miller, la famosa esperta di armi batteriologiche autrice di Germi spiega che ha sviluppato le tecniche di costruzioni di materiali venefici di uso massiccio nascondendoli poi in contenitori minuscoli, introvabili se non per defezioni quasi impossibili, data la stretta sorveglianza dei servizi di sicurezza sui responsabili della produzione delle armi. In una bottiglia, dice la Miller, entra abbastanza bacillo del vaiolo da distruggere tutta l’umanità. E al momento, prima dell’inizio delle ispezioni, secondo i rapporti inglesi Saddam disponeva di 360 tonnellate di agenti chimici di uso bellico, inclusa una tonnellata di gas VX.; 300 tonnellate di materiali per armi chimiche; mezzi molto avanzati per produrre armi biologiche (l’Iraq ha ammesso già prima delle 12 mila pagine offerte agli ispettori dell’Onu di aver prodotto 8500 litri di anthrax, e fra i materiali in possesso di Saddam ce n’è per tre volte tanto); più di 30 mila munizioni speciali per l’uso di agenti chimici e biologici. Il resto, non si sa, e speriamo di non doverlo imparare sulla nostra pelle. Sul fronte interno, la vicenda di Saddam non è meno impressionante: all’Università del Colorado a Boulder furono depositate in centinaia di scatole 18 tonnellate cubiche e mezzo di documenti detti Colorado file che provano l’attività criminale nel campo dei diritti umani; essi furono offerti, per lo studio e il deferimento al tribunale per i crimini di guerra e alle commissioni per i diritti umani, alla Harvard University, che ha declinato per paura di vendette terroristiche. Lentamente questa immensa inverosimile lista di orrori sta facendo la sua strada verso il tribunale internazionale. Saddam usa tutto ciò che ha, non conosce limiti morali, i sacrifici umani offerti alla sua persona sono immani. Saddam non ha limiti, anche la sua famiglia è stata vittima delle sue rappresaglie. La morsa del Mukhabarat ha fatto fuori decine di migliaia di dissidenti con mezzi orribili, l’organizzazione è molto efficiente: ogni branca di potere locale collabora con loro, e così i mezzi di comunicazione di massa, strettamente controllati. Saddam è un misto di controllo sovietico e di capricciosa autarchia mediorentale, con la lontana ispirazione nazista che ispirò la prima rivoluzione irachena: è efficiente e astuta. La troika di un rappresentante dell’amministrazione locale del Partito Baath e di un delegato della Sicurezza visita le case private, fruga, indica colpevoli per i quali «processo» è solo una parola. Spesso, come ha riportato in un dettagliato rapporto l’ambasciatore polacco Ryszard Krystosik che è stato il capo dell’United States interst section a Baghdad per molti anni, fino al 2001 compreso, tutto ciò che rimane di documentazione dopo la sparizione di un sospetto è il suo documento di morte rilasciato da un ospedale. Il rapimento e il ritrovamento di corpi in luoghi remoti, in discariche e in depositi di spazzatura non è un fatto eccezionale. I profughi dall’Iraq sono ormai un quinto della popolazione: per fuggire affrontano viaggi terribili sulle onde del Mediterraneo, e molti ci lasciano la vita. La macchina di propaganda e di minaccia di Saddam si sovrappongono. Un anno fa circa sono cominciati ad apparire sugli schermi televisivi via satellite i familiari degli esuli: lo scrittore Faiq Shaich Alì che vive a Londra è rimasto di sale vedendo sua madre sul teleschermo che con i suoi fratelli, intervistata, diceva: «Tuo padre è morto a causa della tua attività. Devi pensare anche a noi».
Quando può Saddam usa il terrorismo internazionale, la minaccia strategica del nostro tempo, e dopo avere per anni usato la pelle del leader laico del mondo arabo, si traveste con la pelle dell’integralista islamico: un pezzo grosso di Al Qaeda, Abu Musa’ab Zaeqawi, si aggira fra l’Iraq, la Siria e il campo profughi di Ein Hilwe in Libano per organizzare ogni genere di nefandezze terroristiche; gli esperti sostengono che agisca grazie a Saddam. Gli hezbollah che godono del finanziamento siriano proveniente dall’Iran adesso sono entrati anche loro nella grande famiglia di cui Saddam è amato simbolo. Così i palestinesi. Le famiglie dei terroristi suicidi che in Israele riempiono le strade di frammenti di corpi di famiglie intere, ricevono da Saddam 25 mila dollari a colpo. Prima erano 10 mila, e poi Saddam ha aumentato il premio. Il terrorismo è una vecchia arma di Saddam, secondo indagini come quella vasta e accurata (è l’opinione della maggior parte degli esperti di Medio Oriente e di intelligence americani) della studiosa Laurie Milroy, Study of revenge. Nell’indagine si sostiene con dovizia di prove che il primo attacco a New York, quello del 1993 al World Trade Center a opera di Ramzi Yousef, fu di fatto un complotto iracheno. «Laurie Milroy - scrive Jeane Kirkpatrick, ambasciatrice americana all’Onu dall’81 all’85 - descrive ciò che ancora non sappiamo sul terrorismo, il crimine e la guerra… Dal suo libro scaturisce una voce di intelligence che parla per lei e dice “l’indice del sospetto è puntato su Saddam”».
Saddam Hussein non è un caso di violazione dei diritti umani nella storia delle dittature del Medio Oriente. C’è dittatura e dittatura da queste parti, c’è crudeltà e crudeltà. Ignorare il grido di dolore che si alza dall’Iraq è per l’Europa un peccato mortale, un segno di adozione di doppio standard molto serio, quando i pacifisti abbracciano l’idea di essere depositari di una morale superiore che trascende la vita concreta, che vede gli arabi come animali e non come esseri umani, e quindi indiscriminatamente destinati a una sofferenza personale e politica che mai riserveremmo a noi stessi. E Saddam, di pari passo, rappresenta un elemento di tensione e squilibrio nel Medio Oriente che impedisce anche la pace fra palestinesi e israliani. In generale, un esempio cocciuto e smodato come quello iracheno rassicura le satrapie, invita al terrorismo e rafforza l’idea che l’Islam vincerà la guerra contro l’Occidente utilizzando la violenza. Il Medio Oriente non diventerà una polveriera di rivoluzioni estremiste filo Saddam, anzi si riequilibrerà verso le parti più moderate e si avvierà di nuovo quel processo di modernizzazione interrotto con l’esplodere dell’integralismo islamico. Secondo gli strateghi israeliani, la massa non ha mai fatto la storia del mondo islamico: il suo estremismo è stato sempre contenuto dai rais. Solo nel 1979, con la rivoluzione iraniana così ciecamente sostenuta dall’Europa, ce l’ha fatta. I gruppi riottosi sono minoritari, i mezzi di repressione allenati. Anche Arafat ha goduto del sostegno di tanti gruppi estremisti in tutto il mondo arabo, ma essi non sono mai riusciti a sconvolgere con le loro manifestazioni gli equilibri. I leader arabi anche stavolta tenteranno di contenere gli scossoni, ma accederanno invece ad aggiustamenti che garantiscano la loro affabilità verso il mondo occidentale, così da non divenire antagonisti nella guerra americana contro il terrorismo. Quello che si può ragionevolmente prevedere è che un nuovo regime iracheno, quale che sia, rinuncerà almeno per un certo periodo a politiche aggressive, occupandosi solo di stabilizzare il proprio potere. Questo creerà maggiore stabilità nell’area, privandola di una fonte di ansia e di incitamento. In secondo luogo, quale che sia il nuovo regime, rallenterà o fermerà del tutto l’approvigionamento di armi di distruzione di massa. Washington ne farà il suo punto di impegno principale, con evidente vantaggio per tutti. In terzo luogo, il campo antiamericano e antioccidentale in genere si sentirà molto indebolito. Gli Stati-canaglia saranno sotto osservazione. La Siria, che ha portato armi irachene a casa per nasconderle e eventualmente usarle - così sostengono i servizi israeliani - cercherà di liberarsene. Il terrorismo non godrà più dei consueti canali di finanziamento, dei campi di addestramento e del sostegno logistico di vario genere (tipo gli uffici di Damasco, che Bashar Assad non oserà più chiamare «uffici stampa»). La posiziuone della Turchia e di Israele ne uscirà fortificata e anche quella dei Paesi arabi moderati. L’Iran avrà la porta aperta per avviarsi a una rivoluzione popolare che da tempo si prepara fra studenti, intellettuali e larghi strati di popolazione. L’accesso al petrolio di Baghdad farà abbassare il prezzo del petrolio e questo diminuirà il potere dei Paesi produttori. I Paesi occidentali ne usciranno avvantaggiati e la popolazione irachena godrà della ricchezza locale per ora utilizzata solo dalle gerarchie.
Di certo, i toni di odio antiamericani nell’area si abbasseranno, e non solo per timore degli Usa; ma perché le forze filoamericane e filomodernizzazione avranno meno paura di esprimersi nei Paesi del Golfo e un po’ ovunque in Medio Oriente. Le promesse di distruggere Israele si affievoliranno, l’incitamento terrorista si indebolirà. La Siria, a sua volta sentirà la pressione del confine: Iraq, Turchia, Israele e Giordania. Le relazioni strategiche dei duri di Damasco e di Teheran saranno molto a rischio. Forse la Siria allenterà la pressione sul Libano che potrebbe cominciare una politica di liberazione dal potere armato degli Hezbollah e avviarsi verso la democrazia. I palestinesi avrebbero da questa ondata una spinta al realismo, Arafat, vecchio alleato di Saddam da cui gli provengono molti aiuti, potrebbe avviarsi a lasciare il posto a una nuova leadership più moderna e più disponibile ad accettare due Stati per due popoli. In una parola tutti i regimi dell’area potrebbero andare incontro a processi di relativa o seria democratizzazione.
È avvilente vedere Chirac farsi bello dell’idea che invece la democrazia si serve astenendosi dal servirla e comunque contrapponendosi agli Usa. Dove porta tutto ciò? A quale conclusione politica e morale? È una triste lezione, è un ricatto per l’Europa tutta, e quel che duole di più è segno di una sorta di follia suicida che alla fine porta a preferire Saddam agli Usa, che ripropone le logiche degli anni Trenta per cui meglio tapparsi gli occhi che combattere, e che oggi ha il suo risvolto nella più perniciosa fra le malattie europee: l’antisemitismo. C’è un nesso fra l’ondata inusitata di odio antiebraico, fra le menzogne su Israele che invadono la stampa europea e che diventano botte agli ebrei per la strada ed esclamazioni secondo le quali gli ebrei sono divenuti un popolo persecutore e la paura di Saddam e l’odio antiemericano. Colui che gli dei vogliono perdere, prima lo fanno impazzire.