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Il partito delle libertà: quando e come?

LIBERAL BIMESTRALE
Anno V n. 34 - Marzo - Aprile 2006

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cop34

 

Renzo Foa. Riprendiamo il discorso sulla Casa comune dei moderati, il tema rimasto in ombra in questi mesi, dopo il lavoro compiuto nella primavera e nell'estate scorse, con le riunioni dell'Assemblea costituente e con l'approvazione del «Manifesto dei valori», il quadro di riferimento ideale in cui si riconosce la gran parte delle forze politiche della Casa delle libertà. Siamo più avanti del progetto che riguarda il Partito democratico, anche se c'è un paradosso: l'Ulivo si presenterà con una sola lista alla Camera, nonostante un vuoto e - direi - una grande confusione per quello che riguarda l'impianto politico e culturale; i partiti della Casa delle libertà andranno ciascuno per conto loro nonostante la ricerca già compiuta.

Ci sono tre domande precise che voglio sottoporvi in questo dibattito, che anticipa l'appuntamento di Todi, seminario in cui dal 2002, da ben quattro anni, discutiamo su ciò che ci unisce e che, in questo 2006, si svolgerà dopo la campagna elettorale.

 

1) La prima domanda riguarda il quando. Quando riprenderà il cammino del Partito delle libertà? Dico Partito delle libertà che è il modo in cui liberal ne ha parlato, anche se spesso sono state usate altre definizioni, come Partito unico del centro-destra o Partito dei moderati. E già qui vorrei la vostra opinione: vi va bene parlare di Partito delle libertà? Poi c'è il problema dei tempi. Mi rendo conto che pesa l'incognita del risultato elettorale, che non riguarda solo la competizione tra la Casa delle libertà e l'Unione, ma anche la percentuale che ciascuna forza otterrà singolarmente. Allora vi chiedo: riusciremo a riprendere il cammino già iniziato subito dopo le elezioni a prescindere dal loro esito? Quale pensate possa essere il calendario? Ce la faremo entro il 2006?

 

2) La seconda domanda riguarda il come. Ci siamo lasciati nell'ultima riunione dell'Assemblea costituente a fine luglio con l'approvazione del «Manifesto dei valori» e con la decisione di affrontare l'impegnativa questione delle regole; il che significa come riunire tre partiti che devono seguire ciascuno un proprio percorso, penso ad esempio ai congressi di cui si è già parlato ai nostri seminari; il che significa anche come prefigurare la democrazia interna e i rapporti tra le varie componenti che si formeranno. Come immaginate il percorso? Quali ostacoli e quali possibilità vedete?


3) La terza domanda riguarda gli scenari della possibile evoluzione del bipolarismo, della possibile transizione dal bipolarismo al bipartitismo, della possibile futura competizione tra il Partito delle libertà e il Partito democratico. Intanto, come giudicate la prospettiva del Partito democratico, aperta nel centrosinistra? La considerate un'evoluzione positiva per il sistema politico italiano, auspicate che vada avanti? E poi, se si dovessero davvero confrontare in futuro questi due nuovi soggetti, cosa diventerebbe la competizione politica in Italia? Quali culture si confronterebbero? Lo chiedo perché nonostante vengano in continuazione risucchiate da spinte antagoniste, radicali - zapateriste per intendersi - anche le forze che vogliono dar vita al Partito democratico dichiarano l'ambizione di unire l'area del riformismo e dell'innovazione, che è l'asse del nostro progetto. Allora, quale sarebbe la linea di demarcazione? Cominciamo dalla prima di queste domande, dal quando.

 

Adolfo Urso. Credo che Partito delle libertà sia il nome migliore, perché evidenzia quel termine «libertà», che caratterizza lo sviluppo della compagine nata come Polo delle libertà e trasformata poi in Casa delle libertà. Il Polo si presentò miracolosamente, nel '94, vincendo le elezioni in quanto alleanza elettorale, ma senza un comune progetto politico. Infatti il suo percorso fu breve. La Cdl è un passo in avanti significativo, perché venne realizzato sulla base di un progetto politico e non solo di un'alleanza elettorale, infatti il suo percorso è durato per l'intera legislatura, con lo stesso presidente del Consiglio, gli stessi partner, la stessa maggioranza. Il Partito delle libertà è la terza e conclusiva fase di questo percorso; dall'alleanza elettorale, all'alleanza politica fino al Pdl, come soggetto che racchiuderebbe i filoni culturali, liberali, laici, cattolici, nazionali, riformisti, comunque modernizzatori che si sono confrontati con le singole appartenenze in un rapporto di coalizione. Quel che abbiamo sottolineato in ogni passaggio è che «delle libertà» identifica anche l'alternativa all'altra coalizione, in cui, ancora oggi, vi sono forze politiche che si richiamano ad altri filoni, come la tradizione comunista. La libertà segnerebbe così una chiara alternativa.
I tempi: certamente, subito dopo le elezioni il percorso dovrebbe ricominciare, con la costituzione di un «intergruppo delle libertà» cui potrebbe partecipare chi intenda costruire il partito nell'arco della prima parte di legislatura. Un «intergruppo delle libertà» che, con l'attuale regolamento, si potrebbe costituire, ancorché ciascuno possa aderire al proprio gruppo sulla base delle liste dei partiti. Questo sarebbe un minimo comune denominatore, per cominciare subito. Un «intergruppo delle libertà», con un programma d'attuazione parlamentare e politico, con uno strumento di consultazione e un proprio quotidiano, per porre le scadenze parlamentari e politiche, a partire dai parlamentari che faranno parte nel centro-destra della prossima legislatura. Entro quando? Penso che la restante parte del 2006 dovrà essere dedicata - e lo farà il mio partito - ai congressi degli attuali partiti e liste e, personalmente, porrò la questione centrale di partecipare, come soggetto politico alla nascita del Partito delle libertà. Sono convinto che il progetto sarà portato nel congresso di An dallo stesso Gianfranco Fini che, più volte, si è detto convinto della sua necessità. Prevedo la nascita del Partito delle libertà nel 2007. Mi auguro che i partiti di tradizione cattolica, liberale e nazionale, per il momento Udc, Forza Italia, Alleanza nazionale, si possano trovare insieme nel Partito popolare europeo. Le prime elezioni con cui il nuovo partito dovrà misurarsi saranno le europee, in modo da aderire al Gruppo popolare europeo nella successiva legislatura. Il partito, se un richiamo deve avere, dovrà proprio legarlo all'Europa, configurandosi come sezione italiana del Ppe. Credo sia importante riflettere - e dovrà farlo An, ma non solo - su quali siano i leader della destra europea. Oggi sono Angela Merkel che viene dall'area orientale della Germania, prima donna cancelliere tedesco, sono Nicolas Sarkozy - almeno per me - in Francia, che sta realizzando una rivoluzione politica nella destra francese. Non è da sottovalutare neanche David Cameron, in Gran Bretagna, che sta rinnovando il partito conservatore. Aggiungerei, per gioco di squadra, Gianfranco Fini, in Italia. Quattro polarità che possono identificare un percorso politico.

 

Angelo Sanza. Va riconosciuto alla Fondazione liberal, con la creazione del Comitato di Todi, di aver costituito l'amalgama culturale tra le forze dell'area moderata del centro-destra. Un lavoro che ha fatto maturare nei partiti storici del centro-destra il convincimento che l'area moderata italiana potesse dar vita a un nuovo partito. Un partito già indispensabile, con il vecchio sistema elettorale, ma che, con il proporzionale, diventa necessario. Serve, se vogliamo modificare il confronto e l'alternanza tra i due poli, che si distinguano due ceppi politici diversi, e che ci sia una declinazione in Europa, anche per contrastare l'ipotesi di convergenza al centro. Il sistema di bipolarismo che doveva essere virtuoso, ma che in effetti era ibrido e aveva esaurito la sua funzione, ci ha accompagnato in quest'ultimo quinquennio di grandi riforme. Il nuovo proporzionale, probabilmente da rivedere e correggere, serve al centro-destra, come al centrosinistra, per la convergenza verso un unico soggetto o partito «prevalente». Credo che lo zoccolo culturale predisposto dalla Fondazione liberal ci porti ad affermare quanto il progetto di partito unitario sia a uno stadio avanzato nel centro-destra più che nel centrosinistra. Anzi, nel centrosinistra si trova tutto e il contrario di tutto, politicamente parlando. Dai no-global ai liberoscambisti, dai cattolici per la difesa della vita ai laicisti radicali. Invece, il dibattito promosso da autorevoli esponenti e dai leader di Alleanza nazionale, Udc e Forza Italia, in questi anni, ha fortemente spinto il processo di sintesi politica per far mettere radici a quello che è stato il grande assente nella storia dell'Italia unitaria fino al '94: un moderno partito liberale. La stessa Costituente dei moderati ha palesato l'assenza di problemi circa la condivisione strategico-politica e di programma, dimostrando l'effettiva maturazione del pensiero politico della Cdl. Il passaggio che qualcuno ha definito dal carisma all'istituzione. L'incalzare della campagna elettorale, l'opportunità che non si perdessero per strada consensi, ha fatto sì che rimanessimo con le tre diverse sigle del centro-destra. Quello che è accaduto in questi anni, non deve andare disperso. Credo che, nell'immediato dopo-elezioni, indipendentemente che il centro-destra vinca o perda, questo progetto vada ripreso. Il Partito delle libertà è una realtà ormai costruita; a noi compete, seguendo il percorso ipotizzato da Urso, entro lo spazio di un anno, una fase costituente che possa rendere l'Italia omogenea con gli scenari dell'area moderata nel resto dell'Europa. Anche perché se vogliamo contare nelle dinamiche globali, le sintesi europee non devono avvenire solo nelle istituzioni, ma anche nelle famiglie politiche.

 

Francesco D'Onofrio. Sono meno orientato a ritenere che le cose possano ancora procedere come immaginavamo. Il fatto che si sia andati verso una legge elettorale fortemente identitaria per i singoli partiti, rappresenta un punto di discontinuità profondo rispetto al passato recente, nel quale, come tutti sappiamo, prevaleva in modo quasi assoluto l'identità della coalizione e del suo unico leader. Ritengo che il modo in cui si svolgerà la campagna elettorale e il suo risultato saranno molto più decisivi per le conseguenze politiche generali di quanto mi sembra che non si sia ancora percepito. Questa campagna elettorale, infatti, dà la sensazione di essere sostanzialmente una campagna dei partiti, non della coalizione. La logica del Partito delle libertà o del Partito moderato - e non è la stessa cosa - finora non vi compare in modo prevalente. Il non aver dato vita a un partito unitario prima delle elezioni - conseguenza di una decisione presa da FI, da An e dall'Udc - può significare non volerlo fare. E le ragioni sono diverse da partito a partito: non c'è tempo per approfondire questa questione, dobbiamo, infatti, registrare le difficoltà; vi è un problema di identità. Questo è il punto di partenza. Il punto di arrivo sarà molto più complicato di quanto non si creda. Sarà molto complicato perché avremo gruppi parlamentari formati, per la prima volta dal '94, da deputati e senatori che non dovranno la propria elezione al fatto di essere nello schieramento della coalizione. Avranno, per la prima volta, un sentimento di gratitudine solo per il proprio partito. Questo altera completamente il modo con cui i gruppi parlamentari usciranno dalle elezioni del 2006 rispetto a come sono usciti nel '94, nel '96 e nel 2001, quando si mescolavano gli elettorati che percepivano lo schieramento alternativo e che quindi erano anche culturalmente bipolari. Gli elettori ora tenderanno a essere partitici e l'identità della coalizione sfumerà, anche se il premio di maggioranza resta a scolpire la coalizione e non i singoli partiti. Fra le tre domande che sono state poste, si chiede in particolare: «Quando ripartirà il Partito delle libertà o il Partito moderato?». È ovvio che la denominazione indica due modi radicalmente diversi di intendere il soggetto unitario. È innegabile infatti che il modo di raccordarsi alla Lega Nord è totalmente diverso da partito a partito; continuare a non considerare questo punto fondamentale è - a mio giudizio - un errore politico grave. In queste elezioni il rapporto con la Lega Nord non sarà la stessa cosa per Forza Italia, per An e per Udc, così come è diverso il rapporto con altre piccole formazioni - mi riferisco soprattutto ai socialisti di De Michelis - per le quali non è per niente irrilevante che si parli di centro-destra o di grande partito di centro, perché essi preferirebbero che fosse un Partito delle libertà. Al di là dei voti che rappresenta, infatti, il gruppo di De Michelis vuole essere decisivo nell'indicazione del nome e nella scelta del soggetto politico di riferimento. Sono due questioni di fondo, finora non sufficientemente considerate. È facile giudicare la Lega Nord eccentrica, altra cosa è giudicarla indispensabile. La consideriamo parte di un'alleanza meramente elettorale, o si tratta di un fatto di strategia nazionale? Per quale ragione la Cdl non fa ancora proprio il progetto costituzionale che è stato varato, anche se con grande difficoltà, in Parlamento? Questa legge elettorale non consente più di continuare a giocare tra alleanze elettorali e alleanze politiche.

 

Renzo Foa. è il nodo dell'evoluzione di questo bipolarismo...

 

Francesco D'Onofrio. Vi sono tre strategie politiche diverse nel futuro dell'alleanza della Casa delle libertà: una secondo la quale si tratta prevalentemente di un'alleanza di centro, alternativa alla sinistra, esposta continuamente al rischio del terzo polo; una seconda che definirei moderata, che è diversa dall'area di centro in quanto tale; una terza che può dar vita a una «casa» delle libertà, che è un progetto differente da quello di centro e da quello moderato. Questi tre modelli, da considerare come punto di approdo, indicano - a mio giudizio - le ragioni per le quali non si è fatto, sino a ora, il partito «unitario». Non ritengo che il percorso possa essere ripreso come se nulla fosse accaduto nel frattempo. Occorre infatti ancora stabilire il perché non si sia fatto prima. Vorrei capire perché la proporzionale sia stata fortemente contrastata per due mesi e poi, improvvisamente, accettata. Vorrei capire perché nessuno la stia vivendo né come coalizione, né come fatto aggregante della coalizione. Non prevedo nessun gruppo parlamentare unitario, nessuna prova visibile dell'unificazione dei soggetti politici. Prevedo il prevalere delle identità. Che cosa rende possibile l'alternativa rispetto all'altra parte politica? Sostanzialmente una questione di politica economico-sociale. L'area di centro-destra, infatti, è complessivamente caratterizzata dalla strategia dell'eguaglianza dei punti di partenza; si tratta, come è noto, di una strategia più liberale che socialista. La linea politica dei nostri oppositori è infatti caratterizzata dall'eguaglianza dei punti di arrivo; e si tratta di una linea più socialista che liberale. Questa differenza economico-sociale finisce con l'identificare l'intera area. Se questo diventa l'elemento determinante - e vorrei proprio vederlo - vi è da considerare anche il principio del garantismo e il conseguente ripudio del giustizialismo: siamo infatti consapevoli del fatto che le due anime sono presenti in entrambi gli schieramenti, perché non esiste uno schieramento garantista solo nel centro-destra, perché i partiti di centro-destra non sono per loro natura tutti e sempre garantisti, così come quelli del centrosinistra non sono tutti e sempre giustizialisti.

 

Ferdinando Adornato. Condivido filosoficamente lo scetticismo cosmico di D'Onofrio, non ne condivido, invece, lo scetticismo storico, in rapporto con la realtà. Lo scetticismo cosmico lo condivido perché i processi di aggregazione dei partiti, vicini, ma diversi, sono ovunque processi molto complicati. Non ci sono molti casi nel mondo che testimoniano la fecondità di questo tipo di iniziative. Proprio per questo, però, non posso non rilevare i giganteschi passi in avanti fatti negli scorsi mesi da Forza Italia, An e Udc. Arrivare, sia pure in modo travagliato, alla convocazione di un'Assemblea costituente e all'approvazione di un comune documento di principi e di valori è un'impresa che, di per sé, smentirebbe lo scetticismo cosmico. Facciamo attenzione a non farci condizionare solo da ciò che appare sui media. Al Partito democratico, che ancora non ha cominciato nessun percorso costituente il Corriere della sera ha dedicato un'intera pagina con tanto di albero genealogico di intellettuali e dirigenti. A noi, invece, che abbiamo convocato un'Assemblea costituente e approvato il «Manifesto dei valori» sono stati dedicati pochi e distratti pezzi. Il cosiddetto Partito democratico, già prima di nascere, conta sul più grande giornale italiano e il secondo giornale italiano ne è addirittura una specie di officina - se posso rubare il termine a Giulio Tremonti - con Carlo De Benedetti che decide anche i leader. Siamo dunque vittime di un conosciutissimo strabismo mediatico: ma non dobbiamo rimanere vittime di questa anomalia. Noi siamo un passo nettamente più avanti del centrosinistra non nell'elaborazione, ma nella costruzione di un partito unitario, che ha già guadagnato quasi metà del suo cammino storico. Questo forum vuole essere un segnale. Un punto fermo in una campagna elettorale segnata dalle ragioni dei singoli partiti, che questo lavoro esiste e che dopo le elezioni, riprenderà il suo cammino.
Veniamo al nome: Partito delle libertà. Sì, è questo il nome più bello. E sottolineerei la parola «partito». Avevamo dei partiti, che sono stati destrutturati o si sono autodestrutturati, sono nate nuove formazioni politiche, nessuna delle quali però ha finora risolto il problema del rapporto partito-società o partito-Stato, che era il problema aperto negli anni Novanta ma che in verità era già chiaro negli anni Ottanta. Aldo Moro sosteneva addirittura, ma credo a ragione, che la crisi nel rapporto partiti-società si fosse avviata nel '68. Ebbene, tale problema è molto sentito all'interno degli elettori della Cdl. Forza Italia ha una sua storia particolare, non di partito strutturato, An nasce come contaminazione di culture diverse - lo ha ricordato Urso -, la stessa Udc nasce così. Nessuno dei partiti della Cdl - non parlo della Lega - ha raggiunto ancora la fase finale della sua strutturazione. Quindi il fatto di proporsi un partito comune è un dato essenziale. Il nome di Partito delle libertà non mi pare, D'Onofrio, in contrapposizione con il nome di Partito moderato; ricordo che la Democrazia cristiana, il partito moderato per eccellenza, aveva nello scudo crociato la parola libertas. Sono le aree antistataliste, anticomuniste e antidossettiane che hanno caratterizzato l'identità della scesa in campo di Berlusconi e della formazione prima del Polo e poi della Cdl. Partito delle libertà è un nome che ha un duplice merito: richiama il termine partito - preferisco questo al termine alleanza - e la parola libertà, niente affatto in contrapposizione con l'area moderata; tra l'altro, in Italia, le vere rivoluzioni le hanno fatte solo i moderati, a partire da Cavour. Ecco perché la nuova tappa dell'innovazione politica si chiama partito unitario, Partito delle libertà. Arrivo a dire che può anche interrompersi il lavoro della Costituente, che il Comitato di Todi può diventare altro da quel che è oggi, che è possibile cioè che la costruzione razionale da noi immaginata non si realizzi: ma allora vorrà dire che sarà uno degli attuali partiti a catalizzare su di sé il movimento verso la costruzione del partito unitario. Ciò di cui sono sicuro è, infatti, che si tratta di un processo inarrestabile: la forma potrà anche essere diversa da quella che abbiamo immaginato, ma il risultato non può essere eluso. Non credo che gli italiani che ci votano vogliano tornare indietro: tendenzialmente tutti credono al bipartitismo. Del resto, l'Italia è stata governata dal bipartitismo. Veniva chiamato «bipartitismo imperfetto», ma solo perché una delle due parti non poteva governare per via del fattore «K». Di fatto si trattava di un bipartitismo tra il pentapartito e il Pci.

 

Renzo Foa. È il bipartisimo che si ripropone oggi?

 

Ferdinando Adornato. Io credo che alla fine della transizione italiana, se non arriveremo al bipartitismo, arriveremo comunque a un sistema che, tra diversi partiti, ne conterrà due principali: uno di centro-destra l'altro di centrosinistra che avranno più voti degli altri, intorno al 30%. Non c'è dubbio che, nel sistema proporzionale, sarà l'elettorato a bipolarizzare con il voto. Noi abbiamo già oggi la possibilità di costruire un partito che stia intorno al 40%, non intorno al 30%. Ebbene, questa opportunità non va sprecata, quale che sia il risultato elettorale. Se vinciamo, come credo, probabilmente avremo bisogno di più tempo, perché ci sarà da fare il governo e poi, immediatamente, entro il 2006 - concordo con Urso - questo tema andrà posto, motivo per cui il convegno di Todi l'abbiamo spostato da gennaio a maggio-giugno. Se perdiamo, viceversa, il tema dovrà essere posto all'ordine del giorno immediatamente. Più complicato sarebbe se avvenisse quello che alcuni politologi ipotizzano: un pareggio. In quel caso, ci potrebbe essere un tentativo di scomposizione delle attuali coalizioni. Per i sostenitori del partito unitario si potrebbe verificare una situazione più difficile. E dovremo avere la forza di non smarrire l'ispirazione; anche allo scopo di non far passare un eventuale tentativo di destrutturazione del centro-destra. Non so, nel caso, cosa avverrà a sinistra: ma lì convivono forze sempre sull'orlo della divisione. Da noi, invece, è possibile mantenere un quadro unitario che nel caso di un pareggio, segnerebbe la nostra egemonia sugli altri. Quindi anche nell'ipotesi di pareggio, la bandiera del partito unitario serve per resistere ai tentativi di decostruzione, per farli prevalere - se è il caso - sulla sinistra. Sui tempi, ritengo valida l'agenda di Urso: farlo nascere nel 2006 guardando alla scadenza elettorale delle europee del 2009.

 

Fabrizio Cicchitto. In quanto a pessimismo e a ottimismo, mi colloco a metà strada tra Adornato e D'Onofrio. Rilevo - a essere franchi - una contraddizione tra quello che dice Adornato e una realtà conflittuale. La costruzione di un quadro ideal-culturale comune era un'operazione difficilissima, anche perché circolavano, anche nell'ambito del centro-destra, e circolano tutt'ora, delle tendenze divaricanti. Invece si è trovato un percorso che sintetizza culture originariamente molto diverse e molto lontane fra loro. A fianco di questa operazione, per certi aspetti, felice e straordinaria, non possiamo trascurare di aver vissuto due anni di conflittualità politica all'interno del centro-destra. Ai fini della formazione dei partiti politici, la politica quotidiana conta quanto le dichiarazioni di principio, perché la formazione di un partito politico non è un atto notarile. Non si fanno i partiti politici, paradossalmente, né sugli statuti e neanche su generali dichiarazioni di principio; si fanno usando l'effetto di trascinamento di una grande battaglia politica e ideale. Se manca quella il resto non serve. Questa è la fotografia di una situazione contraddittoria. Aggiungo anche che è assolutamente imprevedibile quello che avverrà il giorno dopo le elezioni. Adornato ha tracciato, nella sua consueta razionalità, tutte le varianti, a seconda dei risultati elettorali. Una costruzione perfetta, però troppo perfetta rispetto all'imprevedibilità, all'irrazionalità e al carattere sanguigno che percorre tutta questa vicenda politica. Per cui devo affermare a tavolino, oggi, mentre c'è questa durissima campagna elettorale, che non mi sento di formulare nessuna previsione per quello che riguarda la composizione o scomposizione del sistema. Se le cose seguissero i binari così razionali che indica Adornato, a me andrebbe benissimo. Ho il dubbio però che ci sia qualcosa di più complicato che percorre la vita politica del nostro Paese. Detto questo rovescio l'ordine dei fattori, parto dall'ultimo punto e arrivo al primo, perché non mi ritrovo nella rappresentazione, culturalmente molto raffinata, che dava D'Onofrio dell'altra parte. Secondo me la differenza, purtroppo, non è quella tra più socialità e più liberalità.

 

Renzo Foa. Quali sono le differenze che la società e i suoi poteri trasferiscono nei progetti politici?

 

Fabrizio Cicchitto. Ho una rappresentazione con differenze molto più drammatiche e laceranti. Nel senso che l'altra parte è la combinazione fra l'establishment e la conservazione di tutto, del peggio della sinistra e del peggio del mondo imprenditoriale e finanziario di questo Paese, che si combinano insieme per batterci e nel contempo si combattono, perché a loro volta sono portatori di interessi diversi. Lì che cosa si combina insieme? Si combina, paradossalmente, un establishment economico e finanziario incapace di innovazione, di competitività e di modernizzazione che, tra l'altro, mette in conto a questo governo l'incapacità dimostrata dal grosso del mondo imprenditoriale nel fare il salto di corsia, di passare dai settori tradizionali ai settori innovativi. Doveva essere il governo Berlusconi, con una sorta di gosplan, a portare per mano Diego Della Valle dalla produzione di scarpe a quella di computer? No, doveva farlo Della Valle, invece di decentrare la sua produzione all'estero, nei posti in cui il costo del lavoro è molto basso. Dunque c'è il peggio dell'establishment che ha, a sua disposizione, due armi rilevanti, cioè un pezzo della magistratura e i principali giornali. Dall'altra parte poi c'è non un partito socialdemocratico, ma un partito che deriva dal postcomunismo che ha ereditato dalla vicenda di Tangentopoli una lega delle cooperative che ha perso la sua verginità prima delle imprese di Consorte, perché ci sono stati centinaia di quadri delle cooperative arrestati, non solo per le colpe normali di Tangentopoli, ma anche per aver fatto consorzi con imprese in odore di mafia. Però la Lega ha mantenuto una sua forza. Il centrosinistra è quindi l'incontro tra questi due conservatorismi cui c'è da aggiungere il terzo, che è quello sindacale. Non è vero affatto che sul garantismo c'è uno schieramento trasversale, credo che noi tutti siamo molto più garantisti di quanto non siano giustizialisti organici del centrosinistra. Vedo uno scontro durissimo con questo complesso micidiale che è la sommatoria dei conservatorismi del mondo imprenditoriale e del mondo della sinistra che si sommano e si combattono nello stesso tempo.

 

Renzo Foa. Se questo è il centrosinistra, dall'altra parte cosa c'è?

 

Fabrizio Cicchitto. C'è un'entità che non ha questa organicità, ma che è unificata dal fatto di essere il partito degli outsider economici, sociali e fondamentalmente il partito della libertà e del garantismo. Per questo mi riconosco profondamente nell'espressione Partito delle libertà. Dopo di che, a complicar le cose - Adornato - che cosa c'è? Non è vero che l'Italia è portata verso il bipartitismo, l'Italia è portata verso il pluripartitismo, è portata al bipartitismo probabilmente nella sua accezione peggiore, cioè dello scontro frontale, perché lo scontro frontale, tranne nelle fasi di consociativismo, c'è sempre stato nella vita politica italiana. Adesso De Gasperi è santificato, ma andiamoci a rileggere quello che il Pci diceva su di lui, quello che scrisse Togliatti nel famoso libretto su De Gasperi. L'intreccio fra italiani e società politica è quello di una combinazione tra bipolarismo - chiamiamolo così per nobilitarlo anche se molto spesso è scontro frontale - e pluripartitismo, che è la ragione delle nostre difficoltà. Adesso dovremo vedere come vivremo questa campagna elettorale, perché, in parte, ha ragione D'Onofrio, quando afferma che è marcata molto fortemente dal proporzionale, però la sento e la vivo anche con un forte carattere bipolare; anche se certe sortite di Casini o di Follini mi possono fare arrabbiare, prevale la percezione e la ricerca di un'intesa. Tutte le polemiche sono, in termini di sistemi, di valori, minori della differenza che c'è fra tutti noi e il centrosinistra, che configuro in termini diversi da come lo vede D'Onofrio. Mi auguro quindi che il percorso di questa campagna elettorale si viva intrecciando le ragioni dei rispettivi partiti con le ragioni prevalenti di tenuta della coalizione e, in prospettiva, anche di costruzione del partito unitario, seguendo i complessi percorsi che ha tracciato Adornato. Sono comunque come San Tommaso, voglio vedere cosa succede in questo periodo e anche dopo, perché il mare è molto agitato. Ultimo punto. Non è che l'ipotesi del Partito democratico sia molto brillante. Vedo due disegni: uno, più semplice, è quello della sommatoria; l'altro, più complesso, è il disegno alla Paolo Mieli e anche, in parte, alla Scalfari e alla De Benedetti, che tende a vedere questo Partito democratico come la cancellazione della tradizione politica postcomunista «socialdemocratica» dei Ds. La cancellazione della storia politica di quel pezzo di ex Democrazia cristiana che sta là dentro, e l'emersione di una realtà il cui cervello è appunto fatto da componenti economico-tecnocratiche, che però hanno i vizi che dicevo precedentemente. Quindi un «mostro» che si profila, un peggioramento della situazione del centrosinistra, che già non è brillante.

 

Maurizio Gasparri. Il progetto non va assolutamente abbandonato, tutte le cose che ho ascoltato sono di buon senso e razionali, sia la spinta propulsiva che viene da Adornato, sia l'atteggiamento di realismo che deriva da una lunga esperienza di Cicchitto. Come Adornato, immagino i due scenari elettorali: se dovessimo vincere dovremmo consolidare definitivamente un centro-destra unito che deve pensare di diventare un'aggregazione non frutto solo dell'intuizione di Silvio Berlusconi, al quale va il merito di aver fatto incontrare persone che nel passato si sono scontrate o confrontate e che vengono dunque da percorsi diversi. Dobbiamo rendere il centro-destra un fatto permanente, così come l'esperienza gollista in Francia, come l'esperienza democratica o repubblicana negli Stati Uniti o i conservatori e i laburisti in Inghilterra. Le leadership poi, si alterneranno nel tempo, i personaggi vinceranno o perderanno; questo è un fatto assolutamente fisiologico in una democrazia. Sarebbe il più grande successo di Berlusconi, andare oltre Berlusconi, ma non lo dico in termini di cronaca, lo affermo in senso storico. La campagna elettorale, il proporzionale costituiscono una fase che certamente dobbiamo vivere, guardando al risultato finale, «contenendo» i danni ai fini del partito unitario. Sono convinto che questo sia il progetto. Se dovessimo vincere, vedremo consolidare il centro-destra for ever. E se dovessimo non avere un risultato positivo - non me lo auguro - il giorno dopo da dove ripartiamo? Dai singolari dei partiti? Dalle liti e dalle polemiche, con i partiti divisi? Il centro-destra non può rassegnarsi al regime della sinistra che gestirebbe regioni, magistratura e governo. Il partito potrebbe essere un rassemblement con varie visioni da armonizzare, come accade nel modello americano che è diverso da quello europeo.

 

Renzo Foa. Ma come andare concretamente avanti?

 

Maurizio Gasparri. Noi del Comitato di Todi, che abbiamo deciso di accelerare il percorso, non ce la possiamo fare da soli, senza il leader, i protagonisti. Tuttavia non possiamo rinunciare al ruolo di avanguardia che ha costretto i partiti a misurarsi e ha portato a buoni risultati da valorizzare. Abbiamo governato in questi cinque anni, abbiamo affrontato temi di fondo, dalla scuola all'università, dai lavori pubblici alle comunicazioni, dalla difesa alla politica estera. Il nostro programma già è contenuto in quello che abbiamo fatto. Abbiamo affrontato temi importanti, trovando delle sintesi, una base che è un'opera comune realizzata. Non siamo un'aggregazione che difende gli interessi di un imprenditore e sforna leggi ad personam, seguendo la visione caricaturale ed estremizzata che offrono di noi i nostri avversari. C'è una coalizione che ha dovuto anche difendersi, ma che ha costruito, proposto, riformato, che ha fatto molto. Avremmo voluto fare di più. Ma chi ha mai fatto così tanto? Dobbiamo avere il coraggio per andare avanti. L'alternativa quale sarebbe? Una diaspora, che alcuni, nel centro, attendono con una deflagrazione della coalizione altrui, per rifondare realtà «neocentriste» che pure vengono sollecitate in ambienti cattolici, economici, da lobby e istituzioni. Allora noi di An dovremmo rinchiuderci a destra in una riaffermazione identitaria, in isolamento, oppure scavalcare il centro seguendo alcune tentazioni laiciste? No. Dobbiamo proseguire nel progetto unitario. Ha ragione Cicchitto, i partiti non nascono per editto o seguendo delle regole. Le regole elettorali, per altro, in questa fase spingono nella direzione contraria. Penso che a volte le leggi elettorali abbiano condizionato i percorsi. La legge maggioritaria che il mio partito avversava, spinse un cambiamento, un ammodernamento dei partiti, ha favorito uno spirito di coalizione. Oggi quella legge non c'è, benché rimanga una prospettiva di coalizione, per cui dobbiamo evitare che la spinta della legge proporzionale ci faccia fare passi indietro. Noi, fin d'ora, dovremmo dire, con chiarezza e forti del lavoro del Comitato di Todi, che faremo gruppi parlamentari comuni, che già si potevamo fare. Già questa legge elettorale che non ha preferenze, che non ha collegi, che ha liste bloccate, è un problema per la partecipazione alla vita dei partiti, dove si decide tutto fra pochi. Dobbiamo avere delle regole chiare per favorire la partecipazione, perché la democrazia altrimenti non esiste e diventa solo teorica. Dobbiamo presentare il programma di coalizione in base alla legge, che ci impone l'indicazione del candidato premier e del programma. Perché non considerare il documento che abbiamo varato nella Costituente, il preambolo al programma della coalizione? Questa è una cosa pratica per dare segni di vita del partito unitario. Io ci credo e questo è l'obiettivo. Un gruppo di innovatori dovrà fare un passo in avanti non rinunciando alla propria identità, ma proiettandola in un contenitore comune. Se lo faremo tutti insieme, bene, sennò ci vorrà un gruppo che poi creerà un nocciolo duro con quelli che ci vogliono stare. Pur comprendendo quello che dice Cicchitto, che l'Italia sì è bipolarista, ma ama le particolarità. È un po' la metafora di Siena, quella forse è l'Italia più autentica dove si contrappone una contrada all'altra. Noi invece guarderemo a scenari più unificanti, senza rinunciare a questa prospettiva. Dobbiamo proseguire forzando il dibattito interno. Se vinceremo sarà forse più facile. Semmai le cose dovessero andare diversamente, sarà, a maggior ragione, utile e necessaria una direttrice di marcia, altrimenti l'area moderata si sentirebbe abbandonata, orfana, e questo potrebbe avere conseguenze molto gravi anche sulla democrazia dell'alternanza.
Renzo Foa u Mi rendo conto che è difficile ragionare sul futuro nel pieno di una campagna elettorale e in attesa del risultato del voto. Forse però è più agevole farlo, anche alla luce della discussione che c'è già stata e che in parte ha già toccato le altre due domande che avevo riservato per questo secondo giro, cioè il come mandare avanti il processo unitario del centro-destra e quale sarà il suo ruolo nell'evoluzione del sistema politico italiano. La politica è anche capacità di immaginazione, soprattutto nel momento in cui si affrontano in modo aperto - direi fuori dai denti - i problemi lasciati aperti, le ragioni per cui questo processo unitario si è fermato e si cerca di definire le incognite di questa infinita transizione, come state facendo in questo incontro. Allora vi chiedo appunto di immaginare lo scenario in cui ci troveremo dopo l'appuntamento elettorale e di vedervi il peso e il percorso del Partito delle libertà.

 

Adolfo Urso. Cercherò di sgombrare il campo da un equivoco. Non vogliamo costruire il partito unico del centro-destra, ma il «partito prevalente». In tutta Europa esiste ormai un dualismo consolidato, anche in quei Paesi dove prima non c'era. Dualismo consolidato, qualunque sia il sistema elettorale, è in Gran Bretagna con il maggioritario a turno unico, anche se non ci siano due partiti, ma tre, ancorché il dualismo prevalente sia chiaro: laburisti e conservatori con liberali. Due sono in Francia, dove c'è il maggioritario a doppio turno, un dualismo con due forze prevalenti: socialisti da una parte - che hanno vinto il confronto con i comunisti - e gollisti dall'altra - che hanno vinto il confronto con i giscardiani - ancorché non vi siano due partiti. Lo è in Germania, con un sistema proporzionale con sbarramento, con due forze prevalenti, anche se il sistema si è frammentato: da una parte socialdemocratici con un'ala sinistra, dall'altra il blocco conservatore con i due partiti storici e i liberali. Lo è in Spagna, dove abbiamo un sistema proporzionale puro, quindi dal maggioritario puro al proporzionale puro, e il risultato è lo stesso: due «forze prevalenti», socialisti e popolari anche se non siano gli unici partiti. Lo dimostra la coalizione che ha messo in piedi il partito socialista di Zapatero, addirittura con gli autonomisti e, in alcuni casi, con gli indipendentisti, come i catalani. Lo sarà in Italia, perché nelle grandi democrazie europee e anche nelle piccole, la tendenza non può essere diversa. Tematiche e soluzioni sono sempre più comuni e le differenze emergono a seconda dei Paesi. Passo alla seconda questione: c'è la campagna elettorale, cosa accadrà dopo? Qualunque cosa accada, questo bisogno è maggiore rispetto a tre mesi fa, nel centro-destra, come nel centrosinistra. Perché? Guardo al centro-destra innanzitutto. Si vinca - come ci auguriamo - si pareggi o si perda, avremo un centro-destra in cui le forze sono ancora più livellate e più frammentate. Si vinca o si perda o si pareggi, FI non è più il partito prevalente, perché se fosse capace di aggregare il 30% e più non avremmo il problema delle tre alternative, sarebbe solo una: si vince. Quindi nel centro-destra, dopo le elezioni avremo un panorama con più forze, dove la capacità di coesione, che era stata garantita dal partito prevalente, non c'è più. Tanto più con un leader che, anche in caso di vittoria, dovrà pensare alla successione. Non si potrà governare, ancorché si vinca, con una coalizione non più espressione di quattro partiti, ma forse di otto, con gruppi parlamentari e in cui non vi è più un partito prevalente, ma dei partiti con leadership competitrici. Questo accade anche nel centrosinistra, perché c'è un livellamento delle forze politiche come effetto della riforma elettorale e delle condizioni politiche. Addirittura, nel centrosinistra, il candidato non ha un proprio partito. È vero che c'è un processo di formazione di lista, ma è tutto artificiale - come abbiamo visto alle europee - e non sostanziale. Questa necessità è evidente a tutti.

 

Renzo Foa. Sull'area moderata, sul centro-destra, come peserà il risultato elettorale?

 

Adolfo Urso. Si perde e la successione viene accelerata, la scomposizione anche. Si pareggia, non cambia la sostanza, perché non si va a una soluzione alla tedesca, dove basta mettere d'accordo i due partiti prevalenti con i loro alleati, riottosi o meno, senza che vi siano alternative alla grande coalizione. Chi mobilita le masse in Germania? I Ds (Pds) tedeschi? Sono irrilevanti. Diverso è il caso italiano dove un pareggio non può dar vita a una grande coalizione, ma a una piccola coalizione, perché comunque in uno scenario dove troveremo venti forze politiche in Parlamento, se ne potranno mettere d'accordo sei o sette, non tutte. Avremo alleati forse a destra, sicuramente tanti a sinistra e qualcuno al centro, fuori da questa grande coalizione. Quindi il bisogno di una forza prevalente nel centro-destra e nel centrosinistra, emerge in tutta evidenza anche nel caso paradossale di una piccola o grande coalizione. Sono convinto che se ci fosse un pareggio, vince colui che aggrega di più, che è più solido. Quando due blocchi vanno uno contro l'altro, - in caso di pareggio di questo si tratta - per far nascere qualcosa di diverso, si frantuma quello che ha meno forza coalizionale. Il partito prevalente deve nascere per sostituire il deficit di supremazia di Forza Italia. Per noi il riferimento europeo è semplice, con il Ppe, per loro no. Per noi è stato facile creare la Carta dei valori e le regole. Ci rifacciamo a un modello che esiste in Europa, ben definito anche se in evoluzione, non più un partito democristiano. Il Ppe non è più democristiano, non ha più in alcun Paese europeo, a eccezione delle Germania, una radice democristiana. Non ce l'ha in Gran Bretagna in cui è il Partito conservatore, con Davide Cameron, con le sue problematiche sui diritti civili a essere il riferimento del Ppe. In Spagna è il Partito popolare il riferimento, con la sua eredità da Alleanza popolare, cioè il partito della destra democratica che si è trasformato. In Francia lo è il partito gollista, che non era come il partito democristiano francese. E così in Grecia e in altri scenari europei. Forse l'unica eccezione è quella tedesca, dove ha resistito un partito conservatore democristiano, sempre a logica bipolare per altro; caso unico in Europa, come democrazia cristiana alternativa alle forze socialiste. Il Partito democratico che nasce, invece, a chi fa riferimento? Al gruppo liberal-democratico? Cui alcuni della Margherita, ma non tutti, hanno aderito. Al partito socialista, che è la forza prevalente in Europa? Pochissimi potrebbero aderirvi se non quelli di origine socialista o ex comunista. Alle forze comuniste verdi? È chiaro che nello scenario europeo la loro collocazione sarebbe molto rischiosa e difficile, non troverebbero una casa comune, perché ne hanno diverse. Quindi, per noi più che per loro, l'operazione è possibile. Non mi aspetto che dalla vittoria o dalla sconfitta e tanto più dal pareggio nasca un partito che ci veda tutti insieme, dall'Udc ad An a Forza Italia e ad altre forze socialiste. Mi immagino che nasca un «partito prevalente» che aggreghi altri, partendo da questi, ma non da tutti. Per altro la legge elettorale nazionale, che è simile a quella comunale, provinciale e regionale è un passo indietro rispetto a quella europea, riguardo al proporzionale puro. È una soluzione fortemente politica, non elettorale, perché non c'è una costruzione elettorale, quello che resta è la coalizione. Immagino che subito dopo le elezioni si possa lanciare un manifesto che dia vita a un intergruppo parlamentare, che ponga i presupposti per il dibattito all'interno dei singoli partiti. Ci sarà chi vincerà e chi perderà, chi si adeguerà e chi non, in un percorso che vedrà, nella primavera successiva, la nascita del Partito popolare europeo chiamato Partito delle libertà. Dovrà poi avere un anno di tempo per crescere, farsi conoscere e presentarsi alle europee, nel 2009. Mentre ci sarà un processo per la leadership della Cdl. Se vinciamo, con un chiaro passaggio istituzionale politico; se perdiamo con un cambio di leadership, come accade in tutti i sistemi bipolari; se pareggiamo sarà la stessa cosa, perché nascerà qualcosa di diverso.

 

Angelo Sanza. Ho due preoccupazioni: sia l'ipotesi della grande coalizione che può essere giustificata da motivi numerici in Parlamento, e sia il tentativo - o tentazione - di frammentazione, che potrebbe nascere a seguito del proporzionale, che recupera il vizio italiano di marcare le identità culturali. Mi convince Cicchitto, quando afferma che il sistema ha sempre messo insieme, in modo confuso, sia bipolarismo - non quello strategico, ma quello politico fatto di schieramenti contrapposti, la guerra fredda lo imponeva anche in Italia - che bipartitismo: il dualismo Dc-Pci. Da un certo punto in poi abbiamo avuto un mix confuso tra i due. Il consociativismo, che ha portato anche alla triste vicenda di Aldo Moro, ne rappresentava la declinazione confusa, dove le diverse identità non finivano per convergere in una gestione convinta di governo, ma in una prassi «ufficiosa» che portò il Pci a contribuire notevolemente al cosiddetto partito della spesa pubblica. Due momenti dove le identità, condizionate dalla situazione economica del Paese, avevano tendenze convergenti, ma con forti dinamiche interne alle forze politiche. Credo che in questi dieci anni di transizione, questo pericolo sia stato allontanato, anche se i motivi che porterebbero verso ipotesi di grande coalizione, come l'identità nazionale, il federalismo e il debito pubblico, non mi convincono. Ritengo si debba valorizzare il «ceppo culturale» del potenziale Partito delle libertà, seguendo la traccia di modernizzazione del Ppe. È questa la realtà dei partiti moderati e dei partiti della libertà in Europa. Sarei più preoccupato, invece, se il sistema elettorale facesse riesplodere ideologie superate. Diventa importante marcare la differenza nei confronti della democrazia formale (alla Kelsen) che spiana la strada al relativismo. Permette lo shopping delle idee da inserire in contenitori elettorali più che in partiti. Questa è la grande differenza da marcare fra noi e il centrosinistra. Noi crediamo nei valori che traduciamo in cultura di governo, loro non solo non possono, ma mantengono elementi di forte ambiguità al loro interno. Il Manifesto, in fondo, è questo, il dna politico che ci distingue. Poi bisognerebbe passare alle regole. Molti di noi vengono da esperienze di partiti storici, quindi conosciamo bene il valore delle regole in democrazia, che non si esaurisce nella semplice gestione del consenso. Oggi possiamo parlare di un partito moderno che sia diverso dai partiti tradizionali della Prima Repubblica, comunque partito e non più Casa, infatti lo chiameremo Partito delle libertà. Organizzato sul territorio. Lo dobbiamo dire agli amici di FI che un partito ha il dovere di guidare le autonomie locali. Non si può essere partito nazionale se non si ha consapevolezza di come la democrazia istituzionale si sia organizzata in questi sessant'anni di Repubblica. Un partito che vuol difendere i valori della vita, della persona umana, in uno spirito sinceramente laico, può promuovere il patrimonio culturale dei singoli portandolo come contributo nelle istituzioni, ma senza connotazioni integraliste. I cattolici sono più moderati degli agnostici, è così nei comportamenti dei leader, a partire da Berlusconi. È cosi nei modelli di riferimento, come il capitalismo democratico di Sturzo e De Gasperi, per arrivare alle riflessioni di Novak su un'economia sociale di mercato incentrata sul capitale umano. Queste sono le basi per andare al confronto con il Partito democratico. Credo che il nostro lavoro non vada disperso, la campagna elettorale può essere un pericolo, ma questo forum serve proprio come punto di partenza, oggi, e il convegno di Todi lo sarà all'indomani del confronto elettorale.

 

Francesco D'Onofrio. Se capisco bene, dovremmo fare una previsione per quel che concerne il versante elettorale. Parto da questa constatazione: andiamo alle elezioni del 2006 al termine di dieci anni vissuti secondo un modello che non c'è più. La questione è: che cosa è cambiato dal '94 al 2006? È cambiato radicalmente il modo con cui ci si presenta agli italiani per governare. Nel '94 si presenta il «movimento» di Forza Italia, a fronte del quale non esistevano soggetti politici, ma «sdoganandi», sopravvissuti e separatisti e quindi il «movimento» si presenta come egemone nella proposta politica. Nel 2006 il «movimento» è recessivo - come ha detto prima Urso - perché si è dimostrato che non è stato in grado di aggregare le altre tre formazioni che si presentano tutte con una propria proposta egemonica, basata evidentemente su identità diverse; mi riferisco alla Lega, oltre che ad An e all'Udc. Forza Italia non è infatti un partito politico e sta tentando di trasformarsi da movimento in partito; essa è ancora alla ricerca dell'ubi consistam di partito perché la domanda «cos'è Forza Italia se togli la Lega, An e Udc?», ha una risposta ancora oggi molto complicata. FI è disposta come «soggetto-movimento», a essere parte di qualcosa che, per origine, è diverso dalla sua natura? Questa è la domanda che pongo a FI, non a Cicchitto. E la domanda che pongo ai tre soggetti-partito: in che misura sono disposti a rinunciare a una propria proposta egemonica? La Lega ha fatto una proposta che ha realizzato soltanto in parte, con la riforma costituzionale, e che si porrà in termini strategici quando affronteremo il federalismo fiscale, che è molto più complicato di quanto non sembri. An, uscita dalle ceneri del Msi, ha compiuto fino in fondo questo passaggio? Si presenta per essere il perno del partito nuovo, accentuerà la discontinuità dal passato o accetterà di essere qualcosa di diverso? Perché è stata decisiva a non far realizzare il Partito delle libertà in questa legislatura? L'Udc, riuscirà a vincere la tentazione di dar vita al famoso grande centro? L'Udc, per sua natura, non è con la Lega, né con Berlusconi o An, e non è il terzo polo. L'Udc è infatti espressione di una cultura bipolare rappresentata soprattutto da Marco Follini, che vede il bipolarismo in termini di alternativa tra sinistra e centro, ma non anche tra centro-destra e centrosinistra: la doppia scomposizione del centro-destra e del centrosinistra è dunque parte del dibattito politico al quale partecipano molti degli elettori dell'Udc. Dobbiamo pertanto chiederci che cos'è il programma comune rispetto alle pretese egemoniche della Lega, di An, dell'Udc. E che cos'è rispetto a FI, se questa dovesse scendere in modo consistente sotto il 30%. Mentre si riduce infatti la capacità di aggregazione del «movimento» FI, l'aggregato al quale dà vita Berlusconi comprende anche la Lega e altri soggetti minori non facilmente definibili, come quelli rappresentati da De Michelis e da Rotondi, per non parlare del cosiddetto movimento per l'autonomia di Raffaele Lombardo. Questi tre poli politici riusciranno anche questa volta a dar vita a una sintesi politica competitiva? Tre sono infatti i poli politici contenuti nella Casa delle libertà: il primo costituito da FI, Lega e altri soggetti piccoli, in una logica più di cartello elettorale (metto insieme tutto il possibile pur di vincere) che non politica. Il secondo costituito da An, nel caso in cui essa non diventi il perno di un nuovo soggetto politico di centro-destra. Fino a che punto questo sarà un progetto che la riguarda, compatibile con la pretesa di An di essere la destra legittima che si allea con il centro?

 

Adolfo Urso. Ti interrompo: con il nome di Fini nel simbolo non c'è più la pretesa di essere la destra.

 

Francesco D'Onofrio. Sarei lieto di constatarlo anche dopo le elezioni. Per quale ragione non siamo riusciti a dar vita a una rivista? liberal è stata protagonista, ma nel corso del decennio si sono rinforzati o sono nati strumenti culturali diversi. Cosa sono infatti Area, Formiche, Ideazione che hanno promosso un dibattito politico e culturale con visioni molto diverse proprio in riferimento al «partito unitario»? Non credo che vi sia un solo articolo in queste riviste che si pronunci per il «partito unitario», a meno che non si tratti proprio del modello da essi proposto. Ecco perché ritengo molto complicato il periodo che si aprirà dopo le elezioni. Il passaggio dal maggioritario al proporzionale non è stato, infatti, un incidente di percorso; si tratta di un mutamento di natura del quadro politico, perché l'uninominale maggioritario a un turno presupponeva il soggetto-movimento, in cui vi è un'ipotesi che contrasta radicalmente con quella che è all'origine dei tre partiti politici, Lega, An e Udc: l'idea secondo la quale la politica non è una professione. Non è infatti per nulla irrilevante che, nel movimento Forza Italia del '94, si affermava che non ci si sarebbe interessati degli enti locali. Dieci anni dopo, si nota che in ciascun ente locale FI è una cosa profondamente diversa: FI a Roma non è per niente la stessa cosa rispetto a FI di altre città. Cosa è infatti FI che si è radicata sul territorio in nome del partito laico, del partito liberale di massa, del partito liberale democristiano, del partito post-comunista? In dieci anni è cambiata l'identità del movimento. Non è cambiato Berlusconi che rimane il migliore del giro, ma è cambiata la pretesa di essere il sostituto dell'intero arco moderato, in nome di un voto che non era di professionismo politico. Un problema complicato. La mia opinione è che, avendo concorso a non far nascere il soggetto unitario prima, si è andati verso un sistema elettorale proporzionale con debole collegamento di coalizione: questo è il significato vero e profondo delle tre punte (Berlusconi, Fini e Casini) rispetto a Romano Prodi, leader politico senza partito. Ritengo che la conclusione di questo decennio, così diverso dalla fase storica iniziata nel '94, renderà molto complicata la gestione del dopo elezioni. L'aver concorso, in modo decisivo, a non far nascere il Partito delle libertà, per le ragioni strutturali che andrebbero indagate, ci costringerà a uno sforzo di analisi sulle prospettive del bipolarismo, perché il bipolarismo nato dal '94 non è più quello che oggi vediamo: in questo senso il passaggio dall'uninominale maggioritario a un turno al proporzionale con premio di maggioranza può certamente salvaguardare il principio del bipolarismo ma non indica necessariamente il modo con cui costruirlo. L'Udc ha ripetutamente affermato che si tratta di una radicale discontinuità e mi sembra che proprio i contenuti di questa discontinuità, pur nella conservazione del bipolarismo, saranno al centro del programma elettorale, della campagna elettorale e della fase che si aprirà dopo le prossime elezioni.

 

Ferdinando Adornato. Condivido l'ultimissima conclusione di D'Onofrio, perché questa è la partita del 2006. Non condivido invece le sue analisi precedenti. Tre precisazioni su questo e poi vado al cuore del ragionamento proposto da Renzo Foa.
Primo: non sembri paradossale, tutti sanno quanto ho spinto per fare in modo che il partito unitario nascesse prima delle elezioni. Però, per essere onesto, devo dire che è stata una scelta saggia quella di rinviarlo. Per due motivi: il primo perché così c'è più tempo per sedimentare le operazioni culturali, politiche e organizzative necessarie. Il secondo è che, in questo modo, abbiamo messo l'obiettivo del partito unitario al riparo dal risultato delle elezioni del 2006. Quindi post festum - come si dice - la giudico una scelta saggia.
Secondo punto: la legge che avevamo non era maggioritaria, era un mix di maggioritario e proporzionale. Ebbene, con quel tipo di legge elettorale nessun partito unitario sarebbe mai nato. Può sembrare paradossale, ma una legge più limpida in cui ciascuno fotografa la sua rappresentanza - poi c'è un premio di maggioranza - è una condizione migliore, dal punto di vista elettorale, per far nascere il partito unitario, perché con la legge precedente ciascuno aveva sia il «vantaggio» dell'alleanza e sia quello di avere il proprio simbolino nel proporzionale. Era una condizione storica molto più difficile per farlo nascere. Solo Berlusconi, in quanto federatore per eccellenza, poteva superare l'handicap della legge elettorale.
Altra questione: che tipo di partito? Nel Novecento il problema di coniugare il termine «partito» con il termine «libertà» è stato risolto solo da pochissime forze politiche, e mai da forze di sinistra, neanche dai partiti socialdemocratici più moderni. L'esperimento più felice in Europa è stato quello della Democrazia cristiana. Si è trattato di un esperimento originale e riuscito di coniugazione della forma partito con la sostanza della libertà. Ciò è avvenuto principalmente attraverso le correnti che, nella fase di tramonto di quel partito hanno avuto una funzione negativa, stimolatrice della degenerazione finale, però per interi decenni hanno garantito l'esistenza di diverse aree di opinione e di interesse, mediate da un apparato che non fosse gestito secondo i criteri del centralismo democratico.

 

Renzo Foa. È la domanda che tante volte in questi mesi è stata posta sul modello di partito...

 

Ferdinando Adornato. Se vogliamo costruire un partito liberale di massa, liberale-cattolico di massa, liberal-socialista, riformista e quant'altro, credo che dovremmo immaginare un partito simile a quello. Magari con correnti regolamentate in modo diverso dalla Dc: ma non c'è dubbio che questa sia una delle condizioni di base per coniugare la parola «partito» con la parola «libertà». Perché Berlusconi ha manifestato una certa idiosincrasia a costruire il partito? Perché vedeva nel partito e nella sua degenerazione, una possibile minaccia all'essenza della libertà, che voleva proporre come novità al Paese. Quindi il problema è creare un'equazione tra partito e libertà, un partito che resti anche un movimento e rappresenti le diverse aree sociali e culturali, in modo aperto e libero. L'argomento, però, meriterebbe un forum a parte.
Andiamo invece al cuore del ragionamento. Mi ripeto: se anche noi non costruissimo un partito unitario, ci sarebbe comunque la spinta elettorale a imporci un «partito prevalente» come lo chiama Adolfo Urso. Sono dunque convinto che la domanda non è se costruire o no il partito unitario, ma se le attuali leadership politiche vogliano essere l'avanguardia di un processo che è inevitabile, oppure se vogliano ritardarlo. L'obiettivo storico non può che essere quello, anche se resta il bipolarismo o un pluripartitismo, non ci possono essere tre partiti dal 10% o quattro dall'11%, ci sarà piuttosto un partito dal 25, dal 30, dal 32%. Il problema è se le attuali leadership vogliono concorrere a realizzarlo o essere elemento di freno e quindi essere scavalcate da movimenti che inevitabilmente andranno in quella direzione. In altre parole: è evidente che ha ragione D'Onofrio a segnalarci tutte le difficoltà obiettive esistenti lungo il cammino unitario. Ma non si può neanche eliminare dalla scena il tema della soggettività politica. Rispetto ai dati obiettivi, le leadership vogliono spingere la situazione in una direzione o in un'altra? Questa è la vera domanda da porsi, perché poi c'è un momento dove le leadership costruiscono la realtà, non la subiscono soltanto. Io credo che debbano farlo perché quest'obiettivo corrisponde al bene del Paese. Una «democrazia semplificata» che abbia due partiti prevalenti, corrisponde all'interesse nazionale, è l'esito naturale della nostra lunga transizione che si apre con l'obiettivo della modernizzazione liberale del Paese. L'Italia implode, c'è una domanda di innovazione, Mario Segni la rappresenta all'inizio con i referendum, e poi Berlusconi la impone politicamente. Qual è il tema che da allora si è posto? La costruzione di una classe dirigente, che guidi la modernizzazione liberale. Gli anni Novanta hanno tolto di mezzo un'intera classe dirigente, bisognava ricostruirla. Il berlusconismo è questo. Perciò a me non interessa il tema se bisogna o meno andare oltre Berlusconi perché penso che debba essere chiaro che comunque non possiamo in nessun modo andare oltre il berlusconismo, perché questo significherebbe un ritorno indietro di tutto il Paese. Il berlusconismo infatti non rappresenta l'epopea di tycoon con un grande conflitto di interessi: se la pensiamo così è meglio iscriversi all'Unione. Il fenomeno politico che Berlusconi rappresenta è la messa in campo di un'ipotesi mai vista in Italia: un partito liberale di massa che coniughi le tradizioni culturali del cattolicesimo liberale e del socialismo liberale e della destra democratica. Questo è il concetto che non dobbiamo smarrire. Dunque il centro-destra non deve andare oltre il berlusconismo: deve al contrario compierlo. Che vuol dire? Che dobbiamo costruire - cosa che finora non abbiamo fatto - un partito e una classe dirigente legata a questo modello. Oggi ancora non c'è. Tanto che se oggi Berlusconi decidesse di mandarci tutti a quel paese e andare davvero a Tahiti, rischiamo di veder resecate dalla vita italiana le novità clamorose che sono state messe in campo negli anni Novanta.
Cos'è infatti il Partito democratico? È il tentativo del Gattopardo di creare una classe dirigente che chiuda la modernizzazione liberale, non che la continui o che la realizzi, sia pure in altre forme, come loro dicono, perché Berlusconi sarebbe aggressivo o non adatto a gestire un Paese occidentale. Fingono di essere modernizzatori ma non ci riescono. Cosa sarebbe il Partito democratico? Il termine viene preso dagli Stati Uniti: ma le attuali culture che rappresentano l'Ulivo configurano al massimo un partito che va da Al Gore a Jesse Jackson. Non vedo alcun Bill Clinton. Non vedo alcuna reale ipotesi di modernizzazione. Anche perché Clinton è nato perché c'era stato Reagan - e così Blair con la Thatcher. Quindi se ci fosse un qualche Clinton o Blair dalle parti della sinistra dovrebbe, nel caso, dichiarare di voler estendere le riforme di Berlusconi, ottimizzandole. Il centrosinistra invece afferma: «cancelliamo tutto». Come detto, l'Unione rappresenta il tentativo del Gattopardo di mantenere inalterate le vecchie classi dirigenti del Paese, la compagnia di giro dell'economia partecipata e dell'economia assistita che vuole, fingendosi portatrice di un'economia liberale, restare al potere. E quella del 9 aprile è l'ultima occasione che hanno, perché se perdono ancora non hanno più chances.
Da parte nostra il difetto che abbiamo avuto, lo ripeto, è stato quello di non essere ancora riusciti a costruire una classe dirigente della modernizzazione liberale. Non solo una classe politica: parlo di imprenditori, professionisti, uomini di università, dirigenti della piccola e media impresa. Dovevamo e dobbiamo costruire un'articolazione del sistema politico, economico, culturale e sociale che dia forza al berlusconismo. Ecco allora perché la soggettività politica deve andare nella direzione del partito unitario, perché solo attraverso un partito unitario possiamo costruire questa nuova rete.
 

 

Francesco D'Onofrio. In larghissima parte condivido quanto affermato da Adornato, e si tratta in sostanza del tentativo che ho operato in materia con il mio intervento in Senato sulla riforma costituzionale, in cui ho tra l'altro affermato: «La cultura dell'arco costituzionale è quella che ha dominato culturalmente, sociologicamente, accademicamente, dal punto di vista sindacale e imprenditoriale, la lettura dell'Italia dal '47 in poi. Noi vogliamo sostituire l'arco costituzionale, che non c'è più, con quello che chiamerei il nuovo patto costituzionale, nel quale la centralità è posta sul popolo anziché sui partiti politici». Questo è a mio giudizio il punto sul quale non siamo riusciti a essere conseguenti, in quanto classe dirigente, al di fuori del ceto parlamentare. In quell'intervento ho infatti sottolineato come non sia stato un caso che anche io stia affermando i principi sostenuti da Adornato o da Gasparri alla Camera. Questa riforma costituzionale non è soltanto un aggiustamento tecnico, l'antiribaltone o altro; essa è anche la conseguenza del tentativo di fuoriuscire dall'arco costituzionale, che ha dominato al di là della legittimità storica del '46-'47, per approdare a un nuovo patto costituzionale che non c'è ancora. Il mio timore è che la riforma non è vissuta dall'intera coalizione di centro-destra come un fatto politico dirompente. Essa infatti è vissuta come un processo di tecnica costituzionale; ma questo è un errore molto grave. Mi sembra che questo sia il punto fondamentale del ragionamento di Adornato: siamo divisi tra la «mummificazione» dell'esistente, che ha la sua classe dirigente, e un'altra classe dirigente, che non c'è ancora, che prenda atto che si va verso un paradigma diverso, quello del nuovo patto costituzionale a legittimazione popolare, che sostituisce l'arco costituzionale a legittimazione partitocratica.

 

Fabrizio Cicchitto. Prima di tutto un punto chiarificatore, fuori dai denti: non si può dar la responsabilità alla legge elettorale e all'attuale concorrenzialità partitica del fatto che non si sia fatto il partito unico. La legge elettorale è la conseguenza di un mutamento di fase politica, è il tentativo di razionalizzarla, di evitare i danni peggiori e di lasciare aperta una strada, simile a quella descritta da Adornato. Per dircela più brutalmente, mi sembrerebbe ingeneroso attribuire ad An la responsabilità del mancato decollo del partito unitario. Abbiamo avuto un nodo politico significativo - qualcuno afferma che esiste tutt'ora - cioè una fase conflittuale che non a caso ha portato nell'Udc al cambio del segretario politico. Problema sciolto fino a un certo punto. L'Udc viveva un progetto funzionale alla coalizione, ma propedeutico a un salto qualitativo o verso il partito unico oppure verso la suggestione centrista. Una vicenda durata due anni, che è stata sciolta solo nell'ultima fase, un nodo assolutamente politico che non incideva nella dimensione culturale, alta, con la quale ci siamo misurati. Era seccamente politico, causato da una serie di errori, di tutti. Ci metto anche gli errori di Forza Italia. Magari causati da un rapporto troppo stretto, in certi momenti, che può aver avuto con la Lega. Non c'è dubbio che il problema di un'«operazione centrista» l'abbiamo avuto e ha complicato le cose. È stato necessario trovare l'elemento razionale: è stata la nuova legge elettorale. Superata questa fase il problema rientra nei termini, descritti da Urso, del «partito prevalente», di uno schieramento che non è elettorale, è politico, di governo. Vedo comunque la presenza della Lega, pur al di fuori del partito unitario. Ci sarà sempre un confronto con la Lega. Perché? Qui torniamo alle ragioni per le quali non vedo operazioni centriste o consociative, vedo solo l'alternanza forte fra Cdl, che auspico diventi Partito delle libertà, e gli altri. Ha poi pesato, in modo determinante, il programma di riforme attuate in periodo di recessione, un'esperienza per certi aspetti unica. Abbiamo fatto la riforma della scuola, delle pensioni, la riforma che chiamo federale - non uso l'espressione riduttiva di devoluzione - quella del mercato del lavoro, abbiamo fatto una serie di riforme mentre c'era una recessione tra le più dure che questo Paese abbia vissuto. Poi c'è stato anche un altro paradosso: mentre gli ideologi del liberismo e del neo-marxismo teorizzavano che la globalizzazione sarebbe stata la definitiva spoliazione del Terzo mondo, a opera di un Occidente trionfante, questa si è rivelata una realtà completamente diversa. Un pezzo di Occidente ha accentuato la sua potenza economica, vedi gli Stati Uniti, e un pezzo di Terzo mondo, vedi l'India, la Cina, ma non solo, ha messo all'angolo l'Europa, anche per gli errori commessi da chi ne gestisce le politiche monetarie. Ciò mette in evidenza un'altra perversione del centrosinistra. Nella linea dell'opposizione - voglio vedere se andassero al governo - sono riusciti a essere contemporaneamente keynesiani in Italia e ultramonetaristi in Europa. In Europa sostenevano acriticamente, anzi attaccavano le nostre posizioni per lesa maestà europeista, e concordavano con la linea ultramonetarista della Banca europea. Condividevano la rigidità dei vincoli del Patto di stabilità, mentre in Italia su ogni proposta sommavano aumenti di spesa pubblica. Un'assoluta perversione il cui unico risultato, qualora andassero al governo, causerebbe un aumento esponenziale della pressione fiscale. Sommano il conservatorismo del mondo imprenditoriale e finanziario tradizionale al conservatorismo della struttura di potere economica dei Ds, che ne fa un autentico partito-azienda, al conservatorismo sindacale, anche questa una perversione macro-economica, e al giustizialismo. Questa è la configurazione.

 

Renzo Foa. Quanto pesa sul futuro il conflitto con questo «blocco» avvenuto nei cinque anni di governo della Cdl?

 

Fabrizio Cicchitto. Abbiamo avuto, abbiamo e avremo il problema di compiere un'operazione difficilissima, perché abbiamo gestito una recessione con delle riforme che hanno intaccato la popolarità del governo. In più abbiamo messo insieme tutti gli outsider autentici, con momenti difficili, come ad esempio il passaggio di maggioranza che c'è stato in Confindustria, con il ritorno dei vecchi potentati economico-finanziari che hanno messo in minoranza l'area della piccola e media impresa. Ma la difficoltà di questo Paese è segnata anche da alcuni disegni falliti. Per esempio, non sono tra quelli che criminalizza Fazio. Fazio era portatore di un'ipotesi su cui riflettere. C'erano però degli elementi di provincialismo quando difendeva l'italianità delle banche e si contrapponeva a un certo establishment, non era tutta sbagliata l'operazione. La tragedia qual è stata? È che quando ha messo insieme dei soggetti che si contrapponessero all'establishment, ha trovato degli attori che erano o degli avventurieri, dei palazzinari oppure un banchiere che rubava i soldi dai correntisti, il che la dice lunga sulla vigilanza in Banca d'Italia. Il problema, posto da Fazio, era difendere la struttura creditizia italiana, per dare respiro all'impresa che vuole misurarsi in termini corretti con la concorrenza. Un nodo strategico che sentiamo anche noi, e che non abbiamo affrontato con la dovuta organicità e lucidità. Non abbiamo identificato un percorso riformatore in cui il berlusconismo venisse portato alle sue estreme conseguenze, e partendo dal riformismo che abbiamo realizzato migliorasse la qualità del mondo imprenditoriale e creditizio. L'obiettivo è ancora davanti e sarebbe - se riusciamo a realizzarlo - il nocciolo duro del difficile progetto del partito unitario. Un partito che deve impegnarsi, al di là della definizione ideologico-culturale, su due punti: il programma, in termini di forze sociali, che non è il tradizionale blocco sociale, cioè quali forze sommare, ma una visione dinamica dell'interclassismo: «quali forze scompongo e sommo?». Ci sono imprenditori che rappresentano il peggio, altri il meglio, ci sono settori del lavoro dipendente che sono assolutamente arretrati e altri che sono avanzati, questo vale anche per il ceto medio. Dovremmo innestare sulla visione culturale e sulla forma-partito, un programma di aggregazione sociale, contrapposto al conservatorismo organico degli altri, con una carica di riformismo autentico che non è il vecchio riformismo che metteva assieme blocchi, ma che è la scomposizione dei blocchi e la loro successiva ricomposizione. Un'operazione difficilissima che si dovrebbe intrecciare con la «riforma costituzionale» di cui parlava D'Onofrio. In questa operazione vedo un ruolo per la Lega, perché è certamente portatrice di elementi del mondo industriale imprenditoriale del Nord, che sono «rozzi» ma vivi. E preferisco chi è rozzo ma vivo, a chi è sofisticato ma perverso e segue le strade dell'assistenzialismo o del neo-colonialismo. Pur sommandole in modo approssimativo, queste parti sono utili ai fini del percorso del partito unico. Si tratta di una scelta politica pregiudiziale che vede in primo luogo l'Udc, perché per gli altri è un percorso obbligato, come per An, o una scelta derivante dal berlusconismo, vedi Forza Italia. Questo è il primo punto. Secondo punto: il discorso dei valori che è stato correttamente definito, e il rapporto di una laicità che coinvolga credenti e non credenti sottolineato da Sanza. Terzo punto: un vero programma e gli aspetti qualitativi economico-sociali. Ultimo punto: forma-partito e regole. O c'è una forza innovativa di questo tipo oppure c'è da preoccuparsi per le sorti del Paese, perché quello che è avvenuto di recente evidenzia una putrescenza delle strutture creditizie. Vale anche per la storia, pur con aspetti nobili, delle cooperative e del conservatorismo sindacale. Una sommatoria di situazioni che ha provocato lo scontro durissimo tra un establishment arretrato e degli avventurieri. Il conflitto tra questi due estremi, sottolinea una crisi profondissima della società italiana. Si è parlato poco di una «terza via», che fosse di forze innovative e non avventuriste. Un fatto che ha rivelato anche una debolezza aggregativa di questo schieramento. Poi c'è un'altro punto che è stato affrontato - in parte da Adornato, ma anche da Sanza - che è quello di trovare, per un partito politico anche delle regole. Perché? Questa è la vera difficoltà che ha vissuto FI. Probabilmente legata alla distanza fra un leader carismatico e una classe dirigente con elementi contraddittori. Forza Italia ha vissuto tutte le difficoltà di un movimento che non può durare dieci anni allo stato nascente. La strada è quella che si è tracciata: può essere anche quella di un partito organizzato in correnti, esperienza che ho già vissuto - come Sanza e D'Onofrio, in un partito diverso - nel bene e nel male. Ho vissuto la fase delle correnti quando erano cariche di idee politiche, al limite del settarismo. Poi ho visto la fase della degenerazione, dove diventavano tesseramento clientelare e soldi per alimentarlo. Quindi è facile affermare: «deve essere un partito organizzato sul territorio che si articola in correnti di pensiero, di cultura politica, di programma», ma è praticabile senza degenerazioni? È stato il motivo che ha sempre bloccato Berlusconi nel passaggio da movimento a partito. Non so quale sia la strada, se quella della ponderazione tra gli eletti, gli iscritti o il peso differenziato. Non c'è dubbio che per completare il quadro di un modello di partito c'è la questione che riguarda il rapporto «democrazia interna-correnti-meccanismi funzionali». È un nodo che ha avuto nella storia andamenti positivi e tragicamente negativi.

 

Maurizio Gasparri. Ritengo che dopo le elezioni si debba, in qualunque caso e davanti a qualsiasi risultato, lavorare per dare seguito alla creazione di un partito unitario. I leader sembrano orientati in questa direzione, Fini ne ha parlato anche in questa fase elettorale e Berlusconi ha preso impegni perfino nelle sedi parlamentari. C'è da augurarsi che anche gli amici centristi non prendano altre strade. È necessario per tutte le ragioni che stiamo esponendo da alcuni mesi a questa parte con convinzione. Nell'uno e nell'altro caso. Vincendo, per rendere irreversibile la presenza di un centro-destra unito e aggregato, in caso di risultato negativo per partire verso la rivincita con un elemento di novità che eviti anche, per alcuni partiti soprattutto, il rischio di una diaspora o del prevalere di un atteggiamento sconfittista. Bisogna partire dal Parlamento, gruppi parlamentari comuni, e dando vita a un percorso fatto di regole, di statuti e di partecipazione democratica. Il soggetto unitario deve essere caratterizzato da scelte trasparenti e da regole precise. Una politica condotta solo dal vertice coinvolgerebbe poche persone e sarebbe destinata alla sconfitta. Abbiamo quindi, in ogni caso, un'agenda fitta di impegni alla quale, soprattutto noi del Comitato di Todi, dobbiamo lavorare con determinazione.
Credo che Venezia, dove sono stato invitato a partecipare ai Colloqui organizzati dalla Fondazione liberal e che sempre in questa città si svolgono, sia il luogo ideale per ragionare su Israele. Da secoli è la porta d’ingresso dell’Oriente verso Occidente. Israele, in fondo, è una sorta di piccola Venezia, è un punto dell’Occidente in un mondo che non è ancora occidentalizzato, e che in Medio Oriente ha una sua reale esistenza. Ma occorre porsi una domanda: la condizione umana oggi è la stessa a Venezia e in Israele? Contrariamente a quanto molti ritengono, non credo che Israele e che il conflitto israelo-palestinese costituiscano un’eccezione nel mondo moderno. Come ha giustamente rilevato il mio amico Renzo Foa, Israele «è una democrazia assediata» e guardando a questa democrazia assediata si pensa all’Europa come a una sorta di democrazia non assediata: non credo che ciò corrisponda a verità, basta considerare il problema energetico, il ricatto sul petrolio che Putin ha già giocato contro l’Ucraina, la Georgia, e che molto presto riguarderà la Polonia e i Paesi Baltici e forse anche l’Unione europea (d’altro canto esiste già una grande alleanza di GasProm con il petrolio e il gas algerino, libico, dell’Uzbekistan). In breve, l’idea di una democrazia assediata non è così errata se si applica all’Unione europea. A questo si aggiunge la questione del Mediterraneo che negli anni Cinquanta un grande scrittore francese, Albert Camus, contrapponeva come luogo della gioia di vivere, del sole, della felicità e dell’armonia, all’Europa franco-russo-nichilista-terroristica, l’Europa come luogo del terrore, a partire da quello rivoluzionario francese fino ad arrivare al terrore leninista-rivoluzionario-nichilista. Oggi il Mediterraneo è un luogo in cui il terrorismo si rivela come rischio elevatissimo, anche se alcuni continuano a sognare un’Europa al di fuori della storia, trasformata in vacanza, come il filosofo tedesco Peter Sloterdijk, secondo cui l’Europa è già fuori dalla storia, in anticipo su tutti i Paesi, soprattutto l’America, per la sua più che ragionevole volontà di evitare guerre, di non preoccuparsi della difesa nazionale e del rischio che comporta vivere in vacanza al di fuori dalla storia. Esiste dunque una grandissima inversione che rende il sogno mediterraneo di Camus il sogno europeo di oggi. Bisogna dunque convincersi che Israele non rappresenta un’eccezione, e che la condizione umana è la stessaa Venezia, a Gerusalemme e a Tel Aviv. Da sempre grandi uomini di Stato hanno pensato di trovare la soluzione definitiva ai problemi del Medio Oriente. Lo hanno fatto Carter e Clinton, lo fanno oggi due statisti, grandi nemici tra loro, ma entrambi sul punto di scomparire dalla scena mondiale: Blair e Chirac, che come ultimo atto della loro carriera vogliono pronunciare le parole dell’angelo della pace in Medio Oriente, come se il Medio Oriente fosse una bolla e fosse sufficiente essere molto saggi e fare la spola tra Gaza e Tel Aviv per risolvere tutti i problemi. Perché i problemi del Medio Oriente sono la chiave di volta dell’ordine mondiale. Il ministro degli Esteri italiano D’Alema ha parlato del contagio che deriva dal conflitto mediorientale che spiegherebbe il terrorismo universale. Attenzione, forse non siamo di fronte a qualcosa di così eccezionale, forse bisogna rinquadrare tutto in maniera diversa, forse è il caos del mondo che si manifesta nel conflitto tra palestinesi e israeliani, forse Israele è lo specchio, piuttosto che la causa, di tutto il male e di tutto il bene che esiste nel mondo.

I due anni di guerra condotta dalla Russia contro il piccolo popolo ceceno che conta meno di un milione di abitanti, hanno fatto più vittime che i cinquant’anni di conflitto tra Palestina e Israele. Ci sono state molte più vittime in Cecenia, e Grozny, la capitale, è stata due volte rasa al suolo, cosa mai più accaduta a opera di un esercito europeo dopo Varsavia. Nonostante questo, ci sono stati molti più dibattiti riguardo alla Palestina. E non perché i palestinesi sono musulmani, anche i ceceni lo sono, ma sicuramente perché vengono uccisi dagli israeliani, mentre i ceceni vengono uccisi dai russi. Si possono avere molte più vittime in Cecenia, e in maniera molto più cruenta, senza che la cosa rivesta molta importanza, perché non sono gli israeliani a uccidere i ceceni. Esiste una sproporzione legata all’idea che la fonte del contagio, il cuore del problema è costituito da Israele, quindi la fonte del contagio è il conflitto israelo-palestinese. Ma questo conflitto non spiega nulla, non spiega le vittime di Hamad, non spiega la guerra tra Iran e Iraq - che è una guerra anch’essa terribile per le popolazioni, tenuto conto delle vittime di quella del ‘14-’18 - non spiega il terrorismo algerino e islamico. Esiste l’idea di una sorta di zona magica in cui sarebbe sufficiente, per far regnare la pace mondiale, far sparire Israele: è un’idea mistica e folle. Tutto questo mi fa venire in mente quelle persone che un tempo prendevano delle bambole e le pungevano con aghi per agire a distanza su qualcuno a cui volevano male; abbiamo grandi uomini che dicono di voler risolvere il problema israelo-palestinese come se fossero in una bolla, e altri uomini che dicono di volerlo risolvere eliminando Israele. Tutte queste persone sembrano avere un comportamento magico, prendono una questione locale - malgrado tutto, di questo si tratta - per considerarla come la fonte di tutti i mali e la chiave dell’ordine mondiale. Occorre accettare l’idea che Israele non è la fonte di tutti i mali o del bene universale, ma che è semplicemente uno specchio del disordine mondiale.

Ma, andando al cuore della questione, cosa significa la condizione umana oggi? Questa non vuole essere una domanda filosofica… La sfida di Ahmadinejad e del governo iraniano che desidera dotarsi dell’arma nucleare e che dice di voler cancellare Israele dalla carta geografica, va presa sul serio oppure è solo una provocazione? Gli israeliani che prendono queste dichiarazioni seriamente sono ossessionati dalla Shoa e dal genocidio, quindi hanno ragione di ritenere che esista un grande pericolo in queste parole. La seconda domanda da porsi è: se viene soppresso Israele, l’ordine del mondo sarà migliore? Avremo la pace in quel caso? Si possono immaginare altre forme di soppressione di Israele, si potrebbero far emigrare tutti gli israeliani in Europa, ad esempio, che fu così accogliente con loro. Uno scrittore ebreo di New York ha riflettuto ironicamente su questo punto in un suo libro, affermando: «Sì, è la diaspora, quindi lasciamo Israele». Ma è una questione molto seria quella che si pone nei corridoi del ministero degli Esteri francese: in fondo il regno cristiano di Gerusalemme è esistito per un secolo e poi è scomparso. Israele esiste già da cinquant’anni, dobbiamo soltanto aspettare perché questo cancro in Medio Oriente, che è causa di ogni male, scompaia allo stesso modo. Dunque, bisogna prendere Ahmadinejad seriamente per quanto riguarda Israele e anche per quanto riguarda l’Europa? Perché in effetti i missili dell’Iran hanno una portata che può probabilmente arrivare a Venezia, in Europa. D’altro canto questi missili vengono forniti dal mercato internazionale, particolarmente dai compagni russi, e sicuramente possono subire anche miglioramenti tecnici. La mia risposta è sì, dobbiamo prendere seriamente tutto questo.

E motivo questa mia risposta attraverso voci che oggi sono scomparse. La prima viene da una dichiarazione resa nel ’68 da un amico di Papa Paolo VI, il filosofo francese Jean Guitton, che era piuttosto orientato a destra ed era naturalmente cattolico: «Ormai la metafisica e la morale - disse Guitton - non sono più relegate nella coscienza privata, non dipendono più dalle religioni. La filosofia e la morale lasciano il segreto delle coscienze e degli oratori, s’iscrivono nell’esperienza, nella politica, nei problemi internazionali, nei problemi strategici». Guitton dice una cosa davvero sorprendente: l’assoluto è disceso sulla terra. Quando è un cattolico a dirlo, in generale allude al Cristo. Ebbene, è disceso sulla terra tramite il terrore, l’evidenza sostituisce la fede, il ragionevole è esigibile. «Pericolo di morte»: queste parole sono scritte in maniera invisibile ovunque. La situazione è cambiata da allora, oppure viviamo sempre sull’orlo dell’abisso come è stato detto per cinquant’anni a proposito della politica della dissuasione, della deterrenza? Un altro filosofo, Jean-Paul Sartre, nell’ottobre del ’45, cioè due mesi prima di Hiroshima e sei mesi dopo l’apertura dei campi della morte di Auschwitz, scriveva alludendo alla comunità umana, che la comunità che è diventata guardiana della bomba atomica è al di sopra del regno naturale, perché è responsabile della propria vita e della propria morte, quindi ogni giorno e in ogni istante dovrà permettere di vivere. C’è chi considera Ahmadinejad, soltanto un folle. È sbagliato. La bomba atomica non era, all’epoca di Hiroshima, a disposizione del primo alienato venuto. Questo folle dovrebbe poprio essere un altro Hitler, un nuovo führer: di questo secondo führer, come del primo, saremmo tutti responsabili. Nel momento in cui è finita la seconda guerra mondiale, il cerchio si è chiuso in ognuno di noi, l’umanità ha scoperto la propria possibile morte e si è assunta la responsabilità della propria vita e della propria morte.

Tutto ciò è finito? Questa vita sull’orlo del baratro appartiene al passato oppure oggi è ancora più presente perché l’abisso si è ampliato? Abbiamo pensato che fosse finita insieme alla guerra fredda, con la scomparsa dei due blocchi, con il superamento delle grandi guerre e con la supremazia della razionalità. È stato Fukuyama a sostenerlo. Ma almeno da dieci anni abbiamo capito che non è vero che tutto è finito, lo hanno capito tutti quelli che non avrebbero voluto vedere un genocidio in Ruanda, il ritorno della guerra, il crollo delle Torri a Manhattan. Ma molti europei continuano appunto a non voler vedere. Il nuovo paradigma è sempre il terrore, la politica sull’orlo del precipizio. Ma le caratteristiche intrinseche del terrore sono cambiate: siamo passati dal terrore nucleare a quello del terrorismo, un terrorismo universale. Quello che non cambia è il fatto che viviamo in un’epoca tragica; anzi si potrebbe perfino dire che il Ventesimo secolo, in paragone, è stato un’epoca più felice perché i due pericoli ai quali alludono Guitton e Sartre - Auschwitz e Hiroshima - erano separati. Chi aveva le capacità di causare Hiroshima non aveva il fanatismo di chi che ha creato Auschwitz. Persino Stalin, quando ha avuto la bomba atomica, è stato frenato dalla seconda guerra mondiale, perché era troppo preoccupato della sua possibile sconfitta nel ’42 per ricominciare una guerra come se nulla fosse. Quando Mao Tse Tung chiarì che sarebbe stato sufficiente lanciare una bomba atomica ovunque perché almeno un terzo dei cinesi morissero grazie alla deterrenza, ma che i due terzi sopravvissuti avrebbero governato il mondo, ebbene a quel punto l’alleanza sovietica con Mao Tse Tung fu subito rotta. Nel Ventesimo secolo sono esistiti due tabù che hanno garantito la pace per cinquant’anni: Auschwitz e Hiroshima, e l’utilizzo della bomba atomica a fini di deterrenza è stato pensato per evitare Hiroshima, ritenendo che tutto la frenesia, la ferocia, la brutalità dell’uomo rivelata da Auschwitz costituiva un pericolo permanente. Gli esperti atomisti che redigevano la newsletter degli scienziati atomici avevano un orologio con la lancetta piccola sempre su mezzanotte mentre la lancetta più lunga si avvicinava o si allontanava rispetto alla mezzanotte atomica; in altre parole, la sopravvivenza dell’umanità era un conto alla rovescia e i due blocchi si mettevano d’accordo per evitare che la lancetta lunga arrivasse su quella corta.

Oggi siamo di fronte a un cambiamento: siamo passati dall’era della deterrenza nucleare all’era del terrorismo generale, dal terrorismo limitato a quello allargato. Proverò a descrivere questo paradigma in quattro punti. Il primo: vi sono ovunque, oggi, persone capaci di un fanatismo stile Auschwitz. Immaginate Mohamed Atta che lancia il suo aereo contro le Torri di Manhattan e immaginate che il suo sguardo incroci lo sguardo di una giovane donna che si occupa per esempio della pulizia delle toilette nelle torri di Manhattan. La donna si chiede: «Perché? Perché noi? Perché io?». Cosa potrebbe rispondere Atta? Certo, non ha nulla da dire, ma cosa potrebbe rispondere? La stessa cosa delle SS interrogate da Primo Levi in un lager. «Perché?», chiese Primo Levi? Un SS risponde: «Qui non c’è alcun perché». Credo che Atta avrebbe dato la stessa risposta. Nel terrorismo odierno c’è qualcosa che lascia aperte le porte di Auschwitz. Non sono del parere che questo terrorismo dipenda solo dal fanatismo religioso. Piuttosto da quella forma di nichilismo, del «prendere quello che vuoi», senza riguardi per nessuno, che accomuna i bambini africani - che non sono islamici ma che hanno in mano a tredici anni dei kalashnikov - allo spirito dell’armata russa in Cecenia. Get what you want!, prendi quello che vuoi, diceva una scritta su un braccialetto da polso di un soldato russo che ho incontrato in Cecenia, riferendosi a canzone dei Rolling Stones. Che però diceva: you can’t get what you want, non puoi prendere ciò che vuoi. Il terrorismo esercitato in Africa, in Cecenia, dai terroristi islamici, dal narco-marxismo dell’America Latina, è oggi un fenomeno universale. Alla fine della politica della guerra fredda, alla fine dei due blocchi, non è corrisposta la scomparsa dei guerrieri. La guerra fredda era fredda per noi ma era calda per tutto il pianeta: non vi sono mai state tante rivoluzioni, controrivoluzioni, dittature, sovvertimenti di regime quante ce ne sono state in quell’epoca. E i guerrieri sono sempre qui.

Secondo punto di questo nuovo paradigma è l’incontro tra la potenza nucleare di Hiroshima e la capacità di Auschwitz. Ahmadinejad ne è un esempio evidente perché dice che Auschwitz è una religione della Shoa, è una menzogna, un mito. E in fondo l’arma nucleare è un’arma come le altre, tutto dipende a quale fine la si utilizzi. Ahmadinejad immagina una guerra santa, una jihad nuclearizzata. Fine dunque del tabù di Hiroshima, fine del tabù di Auschwitz e incontro tra la capacità di Hiroshima e il fanatismo di Auschwitz. Un incontro generale. A Manhattan sono crollate le Torri gemelle ma se i terroristi fossero riusciti ad attaccare una centrale nucleare avremo avuto una Chernobyl deliberata. La capacità di Hiroshima e di Auschwitz si coniugano oggi anche se non si possiede la bomba atomica, a maggior ragione quando la si ha. Ciò non significa che Ahmadinejad la userebbe immediatamente, senza pensarci, ma se si autorizza l’Iran ad armare Hezbollah questo potrebbe creare disastri. Terzo punto: l’eliminazione del tabù di Hiroshima e di Auschwitz non riguarda soltanto gli Stati canaglia e i gruppi criminali. Putin ha dichiarato che la cosa più negativa per la Russia nel Ventesimo secolo è stato il dissolvimento nel ’91 dell’Unione Sovietica. Non la seconda guerra mondiale, non i campi di morte di Hitler, devastanti per l’intera Europa. Ciò significa che oggi esistono dei leader che non sono più ossessionati dai tabù di Auschwitz e di Hiroshima, che appartengono a un’altra generazione e che trafficano con l’Iran o con la Corea del Nord, in armi, razzi, missili, materiale nucleare. Dunque, non solo Stati canaglia e gruppi criminali, ma anche sponsor che giocano con il fuoco lasciando ad altri il compito di accendere la miccia. Penso che vi siano molti di questi Stati e la Cina e la Russia non è che siano molto rassicuranti. Dopo tutto la Corea del Nord e l’Iran non hanno trovato protettori, che pure esistono e sono sponsor attivi. Quarto punto: non c’è una internazionale del terrore, ma un mercato universale del terrore sì. La Corea del Nord ha traffici con l’Iran che a sua volta ha traffici con la Russia e con il Pakistan. Tra sunniti e sciiti, tra marxisti stalinisti e religiosi islamisti - come in passato tra il colonnello argentino e i generali brasiliani - vi è una sorta di commercio universale del male. Viviamo attualmente in un mondo dove non si vuole più costruire ma dove coloro che vogliono distruggere pensano a prendere tutto in mano. Confrontiamo Krushev e Putin: Krushev credeva ancora di poter raggiungere e superare gli Stati Uniti, lo aveva affermato; Putin sa che, se tutto va bene in Russia, riuscirà a raggiungere il Portogallo solo tra una quindicina d’anni, ma la sua potenza non deriva dalla capacità di costruire, bensì dalla capacità di distruggere, di nuocere e di trafficare con il ricatto del petrolio, con il mercato delle armi a capacità termonucleare. Questo modo di affermarsi è preoccupante non per l’ordine del mondo ma per il mantenimento del suo disordine.

Concludendo, la situazione di Israele e la situazione dell’Europa non sono diverse. Viviamo su un pianeta in cui la capacità di nuocere è condivisa universalmente da individui che non hanno più quei tabù che garantivano la deterrenza e che l’hanno garantita per cinquant’anni. Si crede che la deterrenza sia automatica, che se Ahmadinejad ha la bomba atomica non è poi così grave perché l’Iran in quel caso sarebbe soltanto un’altra delle grandi potenze nucleari contro la quale potrà essere esercitata la deterrenza. Ma la deterrenza non ha mai portato un equilibrio automatico, ci sono stati periodi di squilibrio, di guerre, di crisi che sono arrivate molto vicine all’esplosione, come quella di Cuba. Bisogna perciò che vi siano dei freni e che ritornino dei tabù un tempo costituiti da Hiroshima e Auschwitz, altrimenti deterrenza ed equilibrio diventano sempre più fragili. È per questo che il tentativo di accedere alle armi nucleari da parte dell’Iran è molto pericoloso. Questo significa che ci troviamo in una situazione disperata? Niente affatto. La pace è qualcosa che non si ottiene chiudendo gli occhi, bensì la si ottiene aprendoli bene. I rischi che ho analizzato, il nuovo paradigma del terrore generalizzato, è sotto gli occhi di tutti, basta solo volerlo vedere. La guerra in Libano, per esempio, non è una guerra tra due blocchi - il blocco dell’islam e il blocco occidentale. All’inizio di questa guerra abbiamo avuto la sorpresa di vedere diversi Paesi che non sono democrazie, come l’Arabia Saudita, l’Egitto, la Giordania, schierarsi contro Hezbollah. Esiste perciò una scissione all’interno di quello che stupidamente viene chiamato l’islam senza cognizione di causa. Ci sono musulmani che capiscono che le prime vittime del terrorismo islamista sono proprio i civili musulmani. Ad esempio in Iraq, ogni mese, il numero di vittime civili, appunto vittime del terrorismo, supera il numero totale di vittime dell’esercito americano dall’inizio della guerra, che si aggira intorno alle tremila. Non si tratta affatto di una situazione simile a quella del Vietnam, ma piuttosto di una situazione simile a quella somala. In Somalia infatti a morire sono i civili somali per mano di guerriglieri somali, e questo avviene da quindici anni. Esiste quindi la possibilità di trovare alleati per la pace nel mondo che chiamiamo musulmano. Non è sufficiente definirsi umanisti, l’umanesimo attualmente sembra essere schierato dalla parte dei pacifisti che hanno manifestato a Roma, che affermano di essere contrari alla forza e a favore di quei buoni sentimenti umanistici secondo cui si dovrebbe abbandonare l’Iraq e disinteressarsi di Israele. Al contrario, bisogna recuperare l’idea umanista della difesa delle popolazioni civili, bisogna essere in grado di sostenere i civili ceceni e i civili del Darfur che vengono sterminati dai terroristi sotto bandiere diverse, a volte islamiste, a volte razziste o nazionaliste. È questo il vero problema, la reale sfida da affrontare: sapere da che parte sta la giustizia. Il futuro dell’umanità si gioca proprio su questo punto e, nel mondo musulmano, si gioca con le donne, quelle donne che non vogliono che i loro figli diventino dei terroristi o che desiderano, come molte donne in Iran e Algeria, resistere al terrorismo dando prova di eroismo, un eroismo rarissimamente osservato nella storia dell’umanità. Ebbene, bisogna essere accanto a quelli che lottano per la libertà e contro quelli che opprimono con qualsiasi mezzo. C’è una fortissima forza di oppressione nel mondo ma ci sono anche moltissime persone che si rivoltano contro questa forza, che non desiderano che i loro figli vengano armati a tredici anni, che vogliono invece che vadano a scuola, anche quando abitano in bidonville. È al fianco di queste persone che conquisteremo la pace. È per questo che il problema della condizione umana nel nostro pianeta è proprio lo stesso ovunque, non è diverso a Tel Aviv, a Gerusalemme e a Venezia.
 

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