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La vera storia del Centric-Network warfare

LIBERAL BIMESTRALE
di Edward Luttwak
Anno III n°16 - Febbraio - Marzo 2003

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Il primo giorno di addestramento al combattimento, il nostro sergente ci disse che avremmo iniziato col «movimento» - marciare velocemente con l’attrezzatura completa, strisciando in avanti, superando rotoli di filo spinato (il primo uomo si sdraia per terra, l’altro passa rapido sulla sua schiena), assalendo posizioni nemiche - e poi avremmo imparato il «fuoco», con fucili, artiglieria leggera, micro-mortai da due pollici, e lanciarazzi bazooka. Finché non avessimo acquisito il pieno controllo di fuoco e movimento, disse il nostro sergente, non saremmo serviti a nulla all’esercito di Sua Maestà. Fuoco e movimento, quella era la chiave di tutto, a ogni livello della guerra, dal nostro plotone di cadetti della fanteria leggera dell’Oxfordshire e del Buckinghamshire a intere divisioni, corpi d’armata ed eserciti nelle grandi campagne militari della seconda guerra mondiale, e ancora in Corea e in Vietnam, come in ogni scaramuccia, raid e guerra d’Israele, fino ai nostri giorni. Senza il fuoco per sopraffare la reazione nemica, il movimento può avere successo solo contro il vuoto oppure contro la più tenue resistenza, se non al prezzo di perdite umane forse enormi. Senza il movimento per sfruttare la potenza di fuoco, si può solo schiacciare il nemico per la mera forza d’attrito, ma non è possibile una vittoria più rapida e a minor costo attraverso manovre di rottura del fronte avversario o di accerchiamento. Come disse il nostro sergente, quindi, fuoco e movimento sono indispensabili. Per noi si trattava di una semplice battaglia simulata: fuoco dalle tre artiglierie leggere del plotone e forse da un reparto di fucilieri, concentrato lateralmente sull’angolo obliquo per tenere, speravamo, la testa del nemico giù, mentre il resto di noi ne assaliva le postazioni con un bel po’ di movimento - confidando che il nostro tenente avrebbe fermato il fuoco appena in tempo, non troppo presto ma appena prima che entrassimo nel raggio del nostro stesso fuoco. Per formazioni più grandi, fino a interi eserciti nelle offensive più ampie, dosare assieme fuoco e movimento è altrettanto indispensabile ma non è assolutamente la stessa cosa soltanto su scala più vasta. Non c’è niente di automatico in questo passaggio, poiché l’ampiezza, il numero e la distanza introducono complicazioni enormi, e incertezze mai affrontate dal nostro tenente. Il compito principale dei comandanti e dei centri comando operativi in guerra è precisamente tentare di coordinare fuoco e movimento, per tramutare un potenziale disastro sempre incombente in una combinazione ragionevolmente efficace. Quello sforzo, tuttavia, impone vincoli immensi.
In primo luogo, i plotoni di fanteria possono non avere una grande potenza di fuoco, ma se sanno attaccare, sanno tanto meglio difendere se stessi. Per formazioni più grandi è diverso: molta della loro potenza di fuoco viene dall’artiglieria, in cui ogni arma, obice o lanciarazzi multiplo, ha più potenza di fuoco di quella posseduta dall’intero nostro plotone, ma esse non sono in grado di difendersi meglio al di là della scarsa abilità dei fucilieri, autisti, addetti alle munizioni e alle batterie, di lottare da vicino con le piccole armi che raramente usano. Talvolta vengono aggiunte unità di scorta, ma al prezzo di indebolire l’esercito in altri punti, cosicché il rimedio naturale è proteggere l’artiglieria frapponendo tra essa e il nemico la fanteria e le forze corazzate. Questo non sempre è sufficiente (nel 1967, il comandante Ariel Sharon utilizzò tutti gli elicotteri di Israele per lanciare i paracadutisti proprio sopra le batterie dell’artiglieria egiziana, che era apparentemente al sicuro dietro una tripla trincea di fanteria) ma lo sforzo costante per evitare che l’artiglieria venga sopraffatta impone che ogni schema di battaglia sia congegnato secondo una geometria gravata da vincoli strettissimi. In secondo luogo, l’artiglieria è lenta. Meccanicamente, nulla impedisce che armi auto-propulsive, obici e lanciarazzi siano veloci come i carri armati e mezzi da combattimento - è solo una questione di cavalli di potenza. Ma è tatticamente che l’artiglieria è molto più lenta, cioè quando si trova di fronte al nemico, perché anche i suoi veicoli che più somigliano ai carri armati non possiedono la spessa blindatura protettiva di questi ultimi, e non possono muoversi come loro in mezzo al fuoco della battaglia, mentre d’altro canto anche le batterie di artiglieria più leggere non possono utilizzare la copertura del terreno per muoversi anche sotto il fuoco, come può fare la fanteria. Non è che il problema sia insolubile - per un verso, gli elicotteri possono trasportare attorno alle posizioni nemiche obici fissati sotto la carenatura; piuttosto, in genere non vale la pena risolverlo, perché l’artiglieria non può essere più veloce dell’ancor più lento ricambio di munizioni, senza terminare in fretta proiettili e razzi. Di nuovo, la lentezza non è meccanica ma tattica: i convogli dei trasporti di munizioni possono essere bloccati dal più lieve ostacolo sul loro tragitto. Più che le forze corazzate o la fanteria meccanizzata, quindi, l’artiglieria è limitata dalla sua minore mobilità, e ugualmente lo è ogni esercito che dipende da essa - come la maggior parte degli eserciti nella maggior parte delle occasioni. Infine, il vero scopo dell’artiglieria è di sparare un numero molto maggiore di munizioni di ogni equivalente unità corazzata o di fanteria, ragion per cui - a parte il carburante - è a essa che è destinata la parte più consistente del tonnellaggio complessivo dei rifornimenti di cui gli eserciti hanno bisogno in guerra. Nell’ammassamento di forze del 1990, che precedette la guerra del Golfo, montagne di cariche e razzi di artiglieria furono spedite in Arabia Saudita, naturalmente per nave visto che per le quantità in questione l’intera capacità di trasporto aereo degli Stati Uniti sarebbe stata annichilita. Poiché noi portavamo i nostri rifornimenti sulla nostra schiena, e qualsiasi veicolo che guidassimo era in grado di trasportare anche il nostro scarso carico di munizioni, non ci siamo mai preoccupati della logistica nel nostro plotone. I generali, però, hanno altre grane da risolvere, dato che se non riescono a tenere i serbatoi dei loro mezzi pieni e la loro artiglieria carica proprio quando avanzano più rapidamente e più lontano dalle basi ben fornite o dai porti di spedizione, anche il piano operativo più brillante è condannato al fallimento. È l’artiglieria la causa per eccellenza dei frustanti ritardi logistici, come nell’autunno del 1944 quando un furibondo Patton seppe che la sua Terza Armata aveva apparentemente pochissimi tedeschi di fronte a sé sulla strada per Berlino, ma ancor meno veicoli dietro di sé per ricaricare le sue armi; o adesso, mentre scriviamo, quando l’esercito americano non intraprende alcuna guerra contro l’Iraq finché non avrà sufficienti forze, armi e munizioni già spedite e immagazzinate dentro e attorno al Kuwait, che soddisfino calcoli molto prudenti sulle quantità che potrebbero essere necessarie.
In realtà, la potenza di fuoco è il limite logistico cruciale anche per le forze corazzate e la fanteria, non solo per l’artiglieria. I carri armati moderni possono percorrere 200 miglia e più senza bisogno di nuovo carburante, abbastanza per giorni o persino settimane in condizioni statiche, ma la sua capacità di trasporto non va molto oltre le 50 cariche - o giù di lì - per l’arma principale, che potrebbero essere sparate tutte in poche ore; lo stesso per la fanteria, le munizioni - a piedi o a bordo di mezzi da trasporto truppe o di camion si esauriscono molto prima del carburante o del cibo in ogni combattimento significativo - in pochi minuti, se le armi automatiche vengono impiegate a pieno regime. Il rifornimento di munizioni, quindi, condiziona ogni livello e aspetto del combattimento terrestre, dalla preparazione strategica delle campagne alla tattica spicciola dei singoli soldati nei brevi scontri a fuoco, e limita o addirittura vanifica la teorica potenza nel combattimento, acquistata ad alti costi e con grande sforzo mettendo in piedi, addestrando e equipaggiando forze terrestri. Ciò che il nostro sergente non ci disse mai, è come sarebbe meraviglioso se la potenza di fuoco delle forze terrestri potesse in qualche modo essere fornita da lontano, invece di dover essere trascinata fino al teatro della battaglia, e difesa da attacchi ravvicinati da forze che sarebbero impiegate meglio se potessero manovrare più liberamente, e tenute rifornite da navi e trasporti che necessariamente finiscono col rallentare la concentrazione delle forze e ogni manovra. Il nostro sergente non avrebbe potuto dirci una cosa del genere, perché avendo combattuto in Nord Africa, Normandia, Palestina e Malaysia, sapeva che non esisteva alternativa - certamente non la forza aerea, con tutta la potenza di fuoco che gli aerei possono portare da basi distanti senza trovarsi per niente sul campo di battaglia, di conseguenza senza limitare le operazioni di terra con il loro bisogno di protezione e rifornimento. Inoltre, la forza aerea non conosce la frammentazione spaziale derivante dalla ridotta mobilità che condanna le forze terrestri a essere ovunque deboli o assenti, con l’eccezione di quei posti dove sono concentrate in un dato momento, che risultano essere poi i posti sbagliati se il nemico riesce a manovrare attorno a loro. Molte sconfitte sono state sofferte da eserciti complessivamente superiori sul campo di battaglia, ma più deboli nel punto dello scontro. Il fuoco dell’artiglieria può essere concentrato dove necessario senza dover muovere i pezzi in sé, soltanto però entro il limitato raggio di efficacia di armi e razzi, cioè non più di venti miglia o giù di lì. Al contrario, tutta la potenza aerea disponibile su un preciso teatro di combattimento o anche complessivamente, può essere rapidamente concentrata dove si vuole, entro i limiti del raggio di volo dell’aereo impiegato, che anche senza rifornimenti supera sempre di gran lunga la massima distanza di fuoco di qualsiasi arma in dotazione alle forze terrestri.
Nonostante tutte le sue virtù, ancora molto recentemente il potere aereo non poteva rimpiazzare l’artiglieria, ancor meno le più pesanti armi delle forze corazzate e della fanteria, per permettere loro di concentrarsi sul movimento, o piuttosto di manovrare, con armi più leggere e carichi di munizioni. L’ostacolo non era la mancanza di precisione. Persino il bombardamento in picchiata della seconda guerra mondiale riusciva a essere abbastanza accurato contro obiettivi leggeri, e oltretutto, i primi missili teleguidati aria-terra stavano già entrando in servizio mentre ancora ci esercitavamo con fucili bolt-action. Originariamente troppo inaffidabili o troppo costosi - o entrambe le cose - per un utilizzo su larga scala, si sono poi evoluti nelle armi teleguidate di oggi, affidabilissime, e che possono essere anche molto economiche; una singola bomba a guida laser del costo di 25 mila dollari ad esempio può essere più efficace contro obiettivi massicci - come ponti o bunker - di dozzine di bombe non guidate sganciate in dozzine di sortite. La potenza aerea nella sua forma più efficace, con bombardieri multi-motore dotati di grande carico, si era rivelata di scarsa utilità durante la seconda guerra mondiale contro schieramenti di forze terrestri - che a differenza delle città, sono troppo ben protette dalle forze corazzate, o da trincee, o solo dalla naturale dispersione sul terreno, per patire danni cospicui da bombardamenti sparsi. Ma anche questo è cambiato. In passato, molto tempo fa, con l’introduzione di bombe «a grappolo» - contenitori che si aprono automaticamente riempiti di un gran numero di bombe più piccole - corrispondentemente più efficaci contro obiettivi dispersi; più recentemente, con l’aggiunta di semplici congegni di autoguida a ogni bomba, che permettono accuratezza contro ogni obiettivo, anche quando si attaccano tutti insieme. Un ostacolo più significativo dell’imprecisione era la cronica mancanza di continuità della potenza aerea. Le unità di artiglieria, così come quelle delle forze corazzate e della fanteria, possono essere tenute pronte al fuoco costantemente, in base agli ordini, e con un sufficiente numero di munizioni possono sparare praticamente senza sosta per ore e ore, al limite per giorni. La flotta aerea, al contrario, non può essere tenuta costantemente in volo, pronta all’azione, a meno che non sia numerosa, ragionevolmente vicina alle sue basi, e non debba preoccuparsi molto di forze aeree nemiche o di azioni antiaeree. Inoltre, le operazioni aeree sono spesso guastate, ritardate o addirittura interrotte dal tempo avverso, e una buona visibilità dall’aereo all’obiettivo è un requisito necessario per la maggior parte degli attacchi aria-terra, per esempio con armi a infrarossi o a guida laser (la maggior parte dei radar aerei possono avvistare e seguire solo altri aerei, non obiettivi terrestri nascosti nelle pieghe del terreno). E poi, naturalmente, in guerra ci sono nemici che faranno tutto ciò che possono per contrastare la continuità delle operazioni aeree con armi antiaeree e con la propria flotta. Anche abbattendo pochi aerei - e persino nessuno - possono almeno attirare su di sé l’attacco, distogliendolo da bersagli di fondamentale valore - una forza aerea che ottiene anche una superiorità totale in cielo ma che non può attaccare obiettivi a terra è inutile per qualsiasi scopo offensivo. Senza considerare l’incognita dell’azione nemica, anche la continuità non è l’ostacolo che era una volta. Per quanto riguarda le condizioni atmosferiche, con la precisione della navigazione odierna, basata sui satelliti, la scarsa visibilità interferisce molto meno con le operazioni di volo di quanto facesse in passato. Inoltre, oggi gli attacchi aerei possono anche essere eseguiti con armi la cui guida non dipende dalla visibilità, sganciate da apparecchi che volano alti sopra le perturbazioni, e da missili da crociera lanciati da navi lontane, da sottomarini o da grandi apparecchi aerei le cui prestazioni non vengono disturbate dalle condizioni climatiche. Anche per il problema della brevità di ogni volo, paragonata alla persistenza dell’artiglieria, esistono rimedi sia vecchi, come la programmazione a scaglioni delle sortite per mantenere un certo numero di apparecchi continuamente in volo, sia nuovi, soprattutto gli apparecchi aerei a lunga resistenza, privi di piloti.
L’ostacolo davvero grave alla sostituzione della potenza di fuoco terrestre con la potenza aerea, soggetta a limitazioni molto minori, non è stata la mancanza di accuratezza o di continuità, ma piuttosto la mancanza di una conoscenza puntuale, un problema di elaborazione delle informazioni per così dire, e di trasmissione dei dati. È quella la ragione ultima per cui le forze terrestri non potrebbero fare a meno della propria potenza di fuoco: anche se appoggiate da una potentissima potenza aerea, non potrebbero fare affidamento su centri di comando e piloti per identificare gli obiettivi giusti per attaccare abbastanza velocemente - una questione di minuti per un’unità sul punto di essere sopraffatta, e forse non molto più per sparare sulle forze nemiche che si spostano. In realtà, le truppe sul campo non riuscirebbero nemmeno a essere certe che le loro stesse posizioni siano conosciute con una precisione sufficiente a evitare di essere attaccate dalle loro stesse forze aeree; il bombardamento e il mitragliamento del «fuoco amico» costituiva un rischio permanente allorché si tentava di fornire appoggio ravvicinato dall’aria alle operazioni terrestri. È a questo proposito che è subentrato un cambiamento radicale: nella raccolta e nell’elaborazione di informazioni precise su obiettivi e forze, e nella loro tempestiva trasmissione ai centri di comando e alle unità operative, giù fino ai singoli piloti. Armi guidate capaci di un’alta precisione sono in effetti in servizio da molto tempo - le prime furono impiegate in battaglia nel 1943, e bombe a guida laser furono impiegate per la prima volta nel 1972; ma soltanto adesso è possibile individuare gli obiettivi con la precisione e il tempismo necessari per azioni efficaci. Le implicazioni sulla condotta della guerra, e sulla stessa struttura delle forze militari, sono enormi, anche se naturalmente persino le forze armate degli Stati Uniti hanno iniziato solo adesso a sfruttare appieno il potenziale della nuova tecnologia dell’informazione. Per quanto le applicazioni tattiche contro le forze armate sul campo possano rivelare implicazioni ben più rivoluzionarie, i primi risultati furono evidenti nel sistematico, «strategico» bombardamento dell’Iraq nel 1991, così diverso dalle campagne di bombardamenti strategici della seconda guerra mondiale.
Nel gennaio 1945, dopo due anni di crescenti bombardamenti anglo-americani, Berlino era una città distrutta, con numerosi edifici nei quartieri centrali e molte fabbriche in aree periferiche ridotti a carcasse bruciate, e molti altri danneggiati. E tuttavia, il ministro della Propaganda Josef Goebbels poteva ancora trasmettere a tutta la nazione, e anche oltre, e poteva essere udito attraverso radio a onde corte in tutto il mondo. Hitler nel suo bunker e l’intero alto comando della Wermacht nel vicino Zossen potevano ancora inviare ordini e ricevere rapporti da tutti i fronti con la telescrivente e le linee telefoniche di terra, così come via radio, mentre l’esercito tedesco poteva ancora muovere truppe, equipaggiamento e rifornimenti per ferrovia attraverso gli scali di smistamento ferroviario di Berlino, spesso distrutti ma tempestivamente riparati. Molti degli abitanti di Berlino vivevano allora in case tenute in piedi precariamente, ma la corrente elettrica, la rete telefonica, la rete metropolitana e ferroviaria, la fornitura idrica, le fognature, e la distribuzione di razioni di cibo funzionavano ancora abbastanza bene, con solo brevissime interruzioni. Il 30 gennaio 1945, lo spettacolare Kolberg a colori ebbe la sua prima di gala, con un nutrito pubblico. Quarantott’ore dopo l’inizio dell’offensiva aerea della guerra del Golfo contro l’Iraq il 17 gennaio 1991, invece, Baghdad era ancora quasi interamente intatta, come sarebbe rimasta fino alla fine della guerra, ma Saddam Hussein e i suoi emissari non potevano più trasmettere alla nazione via radio o televisione, tutti i principali centri di comando di esercito, polizia, forze di sicurezza e del partito con le loro linee di comunicazione terrestri e radiofoniche erano distrutti, e la popolazione cittadina era rimasta senza elettricità, linee telefoniche, acqua corrente o fognature. Il bombardamento di precisione è efficacissimo contro importanti obiettivi altamente concentrati, inclusi i nodi vitali delle reti complesse, e Baghdad ne era piena. La guerra a stento iniziata, il leader iracheno e i suoi comandanti militari erano già ciechi, sordi e muti nella loro capitale paralizzata, incapaci di capire cosa stava accadendo fuori da Baghdad abbastanza velocemente da poter reagire con efficacia, e impossibilitati a inviare qualsiasi tipo di ordini, se non attraverso corrieri e una superstite rete a fibre ottiche che raggiungeva solo poche località. Fino ad allora, il bombardamento strategico era stato solo un’altra manifestazione della produzione di massa e della guerra di massa con le sue perdite di massa - nella seconda guerra mondiale, il Comando bombardieri inglese perse da solo oltre 51 mila piloti, ed ebbe bisogno di centinaia di nuovi bombardieri ogni mese solo per tenerne mille pronti per azioni contro la Germania.
È chiaro che l’offensiva del bombardamento del 1991 fu radicalmente diversa, con la precisione nel selezionare e attaccare gli obiettivi al posto della quantità, così da produrre una campagna che assomigliava a una serie di operazioni di commando mirate, ciò grazie a un’attività di intelligence precisa piuttosto che ad attacchi frontali contro l’intero schieramento nemico. Complessivamente, furono sganciate soltanto 17.109 tonnellate di bombe guidate e missili dagli aerei americani nelle offensive aeree dal 17 gennaio al 27 febbraio 1991, cioè una media di 427 tonnellate al giorno, rispetto ai grandi raid contro le città tedesche in cui in una notte venivano sganciate oltre 10 mila tonnellate. Poiché la guerra del Kosovo nel 1999 fu combattuta sotto la direzione strategica congiunta - se così si può chiamare - di ognuno dei membri dell’Alleanza atlantica, ciascuno dei quali sembrava avere le proprie divergenti opinioni su cosa potesse essere bombardato e quando, non vi fu un’iniziale offensiva concertata di «decapitazione», come in Iraq. Al suo posto si ebbe una progressione sconnessa, da raid iniziali meramente simbolici a bombardamenti sempre più pesanti ma non particolarmente mirati di un gruppo di obiettivi dopo l’altro, da fabbriche di armi ai principali ponti stradali. Nessuno di questi fu sufficiente a buttare fuori dal Kosovo l’esercito, la polizia e le milizie serbe, alla maniera in cui invece l’esercito iracheno era stato costretto a evacuare il Kuwait. Alla fine, però, dopo undici settimane di attacchi aerei, il presidente eletto della Serbia sembrò rimettersi al popolo, terrorizzato e infastidito, accettando la perdita del Kosovo. Per questo, nonostante la mancanza di qualsiasi cosa che somigliasse a una strategia coerente, il bombardamento aereo alla fine vinse una guerra senza alcun attacco terrestre degli Stati Uniti o delle forze alleate, eccezion fatta per le insignificanti scaramucce del cosiddetto «Esercito di liberazione del Kosovo». Come nel 1991, non vi furono diffuse distruzioni, perché obiettivi singoli vennero distrutti uno dopo l’altro con danni collaterali molto marginali. Le perdite di piloti ammontarono a zero, un altro record per il potere aereo visto che nel 1991 se ne erano registrate diverse. Nell’offensiva del 2001 che distrusse il regime afghano dei talebani, il potere aereo non avrebbe avuto possibilità di successo da solo: anche se fossero stati distrutti tutti gli obiettivi concentrati di qualche rilievo - sgangherate postazioni di comando, qualche deposito di munizioni, un pugno di caccia da combattimento, un radar malconcio presso l’aeroporto di Kandahar e altra roba del genere - i talebani non ne sarebbero stati indeboliti significativamente. Proprio la loro arretratezza e la loro mancanza di organizzazione militare strutturata, li rendevano quasi immuni al bombardamento sistematico, «strategico» - che non avrebbe nemmeno potuto essere diretto contro la miserabile infrastruttura civile del Paese. Eppure il bombardamento fu ugualmente efficace, perché colpì i talebani ovunque si radunassero per contrastare l’avanzata delle milizie tadjike, uzbeke e hazare - che a loro volta accettavano di avanzare e attaccare solo per il supporto degli americani che potevano scatenare attacchi aerei molto precisi in tempi molto brevi.
Anche se la guerra del Golfo del 1991 ha segnato l’avvento dei bombardamenti di precisione di routine, le bombe «di ferro» vecchio stile, non guidate, costituivano ancora la maggior parte del tonnellaggio scaricato. Risultava abbastanza ovvio che la precisione nel colpire gli obiettivi dipendeva da quella dell’intelligence che gli obiettivi selezionava e definiva - operazione che richiedeva naturalmente un vasto sforzo di raccolta, analisi e riordino secondo le priorità di informazioni su migliaia di obiettivi diversi, dai tetti degli hangar aerei ai trasformatori della rete elettrica. Ma poiché tutti i bombardamenti «strategici» - rispetto ai bombardamenti tattici improvvisati delle forze militari - erano diretti a installazioni fisse di un tipo o dell’altro, si erano potuti programmare in anticipo nel corso dei cinque mesi e mezzo che erano intercorsi tra l’invasione del Kuwait del 1990 e l’inizio dell’offensiva aerea, o piuttosto man mano che l’intelligence otteneva le informazioni. Per essere sicuri, una volta iniziata la campagna di bombardamenti, gli obiettivi venivano selezionati giorno per giorno, dai centri del comando aereo in Arabia Saudita; con un piano generale già definito e obiettivi singoli già identificati, però, non v’era la necessità di comando, controllo, elaborazione o comunicazione istantanei. Perciò, a dispetto di tutte le vivaci immagini tecnologiche trasmesse al pubblico televisivo, l’intera offensiva aerea avrebbe potuto essere diretta senza utilizzare un solo computer o un avanzato mezzo di telecomunicazione - documenti cartacei sull’obiettivo, schedari con le liste delle priorità, linee telefoniche terrestri e radio cifrate del 1944 sarebbero bastati. Anche se difficile a credersi, le liste degli obiettivi quotidiani erano in verità consegnate manualmente alle portaerei della marina statunitense, in puro stile 1944, per ovviare alla mancanza di comunicazioni sicure su larga banda. Nella guerra del Kosovo del 1999, per la prima volta le armi guidate sono state preponderanti, ma anche in quel caso gli obiettivi erano scelti in anticipo e trasmessi prima del decollo, e tra l’altro nel corso del primo mese di bombardamenti vi erano così pochi obiettivi che le procedure del 1944 sarebbero state molto più adatte. Paradossalmente, soltanto nella guerra del 2001 contro i primitivi talebani l’intera panoplia della tecnologia dell’informazione fino a oggi sviluppata dalle forze armate americane fu effettivamente impiegata, e si rivelò essenziale per il successo. I «Berretti verdi» delle Forze speciali, il «Commando Delta» e gli uomini armati della Cia, che impressionarono tanto i guerrieri locali con la loro abilità - apparentemente magica - di indirizzare con precisione le offensive aeree contro i talebani, non avrebbero potuto farlo senza gli strumenti satellitari di riconoscimento dei luoghi per identificare in un Paese enorme la loro esatta posizione, e quindi le posizioni dei nemici di fronte a loro; o senza le radio satellitari per raggiungere le remote centrali dei reparti d’assalto in modo molto più chiaro e affidabile rispetto alle crepitanti e lamentose radio ad alta frequenza dei miei tempi, che naturalmente non sono in grado di trasmettere dati digitali; e senza sicure comunicazioni ad altissima frequenza dirette ai piloti dei caccia-bombardieri in volo, per dirigerli contro obiettivi a loro molto vicini e certamente indistinguibili a qualsiasi altitudine dalle milizie che stavano appoggiando. Tutto quell’equipaggiamento, inoltre, con tutte le sue batterie era abbastanza leggero da poter essere trasportato facilmente da uomini a piedi, o talvolta a cavallo, ed era anche notevolmente affidabile.
Quanto agli apparecchi aerei che effettuavano i bombardamenti, non avrebbero potuto trovarsi nel posto giusto al momento giusto con le armi giuste senza l’opera competente di una vasta schiera di computer e reti di dati elettroniche nei centri di comando - i più vicini a centinaia di miglia in Oman e in Pakistan, alcuni a una distanza remota come quella di Washington Dc - a bordo di portaerei e navi da guerra, o costruiti all’interno degli aerei, non soltanto gli stessi bombardieri e i caccia ma anche tutti gli altri apparecchi aerei che li facevano funzionare: aerei a riconoscimento radar con obiettivi sintetici di mappatura del terreno e indicatori di bersagli in movimento capaci di avvistare un semplice furgoncino Toyota dei talebani, raccoglitori di informazioni fotografiche ed elettroniche, posti di comando aviotrasportati, e importantissimi serbatoi per i rifornimenti di carburante. Con obiettivi così scarsamente definiti («a basso contrasto») e costantemente in movimento i metodi manuali del 1944 non avrebbero mai potuto assicurare il decollo tempestivo di ogni tipo di apparecchio aereo, i rifornimenti di carburante in volo a volte multipli, e poi gli scontri finali con nemici sfuggenti. L’Afghanistan era troppo grande e troppo distante dai luoghi di decollo, e i talebani troppo dispersi per mandare in volo i caccia-bombardieri in formazioni compatte per attacchi ordinati da controllori avanzati a terra o su aerei leggeri - il metodo introdotto nella seconda guerra mondiale, usato regolarmente in Corea e ancora prevalente in Vietnam. Avrebbe potuto funzionare una o due volte, ma sarebbe stato uno spreco di sortite proprio quando ve n’era urgente bisogno altrove in Afghanistan. Tutte le difficoltà dell’inviare aerei con caratteristiche e armamenti diversi in una moltitudine di missioni individuali furono, per così dire, superate con successo, tanto da portare la potenza aerea all’apice dell’efficacia e dell’economicità.
Dopo la guerra del Golfo del 1991, si poteva ancora negare che la guerra fosse radicalmente cambiata, visto che era possibile dire che il vecchio ancora prevaleva sul nuovo. Agli ufficiali dell’esercito in particolare si insegnava - ad alcuni lo si insegna ancora - che la guerra del Golfo del 1991 è stata risolta dall’offensiva terrestre durata cento ore, piuttosto che dalla campagna aerea lunga un mese - una tesi essenziale al mantenimento dello status quo, con le sue spese enormi in mezzi corazzati, meccanizzati e in artiglieria, che assomigliano ancora moltissimo ai loro predecessori della seconda guerra mondiale, e i cui armamenti non possono assorbire maggiore innovazione tecnologica di quanto consentano le loro immutate caratteristiche - per cui, mentre un caccia o una bomba guidata di oggi vale dozzine dei suoi predecessori del 1994, se mai paragone è possibile, il miglior carro armato da combattimento odierno non riuscirebbe a sconfiggere in combattimento ravvicinato tre Tigers del 1944. È vero che, mentre le forze e le difese aeree irachene, equipaggiate ottimamente, erano state immediatamente messe fuori uso con la distruzione dei centri di comando e controllo, l’effetto dei bombardamenti sul grande esercito iracheno era stato invisibilmente progressivo, piuttosto che istantaneo. I bombardamenti di precisione, d’altronde, non potevano distruggere i mezzi corazzati iracheni, protetti nelle trincee, se non uno a uno, colpendoli direttamente con bombe o missili (meno affidabili) guidati - in entrambi i modi, una lenta demolizione, troppo costosa perché si potesse sconfiggere con poche missioni di caccia-bombardieri un esercito con decine di migliaia di carri armati, mezzi di trasporto truppe e pezzi di artiglieria. Altrettanto vero, ma non ovvio, era che sin dal principio il grosso delle forze corazzate irachene non avrebbe potuto penetrare in Arabia Saudita per rendere inutilizzabili alle forze armate americane i porti e gli aeroporti, perché le colonne e i convogli sarebbero stati fatalmente vulnerabili ad attacchi aerei di precisione. Ancora meno evidente era il fatto che l’esercito iracheno all’interno e attorno al Kuwait, una volta ridotto alla passività, era sempre più paralizzato dalla mancanza di cibo, acqua, carburante e munizioni, dovuta alla distruzione delle strade e dei ponti, dei depositi di munizioni, delle raffinerie di petrolio, dei serbatoi di prodotti petroliferi e dei depositi dei principali generi di rifornimento. Quanto all’offensiva terrestre finale del generale Schwarzkopf - una banale manovra di accerchiamento tratta direttamente dal manuale -, era stata sicuramente presa sul serio da tutti, ma non richiedeva effettivamente grandi combattimenti. Le truppe irachene, già immobilizzate, spesso affamate e assetate, decimate dalle diserzioni e dalla perdita di un gran numero di armi pesanti a causa degli attacchi aerei, opposero scarsa resistenza all’avanzata terrestre delle forze alleate e americane attorno e attraverso il Kuwait. I carri armati da combattimento M.1 dell’esercito americano, pesantemente corazzati, avanzarono intatti, ma altrettanto fecero i mezzi di trasporto truppe dalla protezione leggera, le jeep della Legione Straniera francese, e persino le automobili affittate da avventurosi giornalisti.
Dopo la guerra dell’Afghanistan del 2001, però, era ormai innegabile che un modo radicalmente nuovo di combattere e vincere fosse emerso: le squadre delle Forze Speciali che rinforzarono e diressero le milizie tagike, uzbeke e hazare in battaglia, avevano pochissima potenza di fuoco propria - meno di quanta ne avessimo noi nel nostro plotone - eppure riuscivano a impiegare un’ampia potenza di fuoco nelle loro operazioni. Essa era interamente aerea, quindi fornita da lontano, senza imporre alcun onere di trasporto, protezione o rifornimento alla sparsa presenza americana a terra - considerate anche le condizioni dell’Afghanistan, privo di sbocchi al mare, senza aeroporti equipaggiati, con enormi distanze, un impervio terreno montagnoso, pochissime strade e nessuna in buone condizioni. Oltre a un supporto aereo ravvicinato di un’affidabilità senza precedenti - i tentativi compiuti in passato di appoggiare in modo simile azioni di guerriglia erano falliti miseramente - la vera innovazione consisteva anche nella prevalenza delle missioni del potere aereo «tattico» - conosciuto come «interdizione del campo di battaglia» -; nel caso in questione, l’attacco aereo autonomo contro obiettivi in movimento nelle retrovie, soprattutto mezzi di trasporto dei talebani. Rispetto alla vastità dell’Afghanistan, le forze da entrambe le parti erano molto esigue, e non avevano dietro di sé lunghi convogli di mezzi per trasportare rifornimenti alla maniera degli eserciti moderni. In un paesaggio prevalentemente vuoto, i caccia-bombardieri non potevano scovare gli obiettivi efficacemente sulle vie di comunicazione come in precedenti guerra - dalla Normandia nel 1944 in poi. Eppure i talebani erano lo stesso immobilizzati dagli attacchi aerei, perché le scarse informazioni provenienti dagli osservatori sul terreno, dagli apparecchi aerei privi di pilota, dagli attenti equipaggi degli aerei, o raccolte di notte con mirini di profondità a infrarossi e radar con obiettivi a fibre sintetiche, potevano essere trasformate tutte istantaneamente in informazioni coerenti su cosa si stava muovendo, dove, in che direzione e a che velocità.
In sintesi, la guerra in Afghanistan, nonostante la sua non casuale brevità e l’estrema arretratezza del nemico, risultò la prima applicazione - dal successo maggiore di ogni aspettativa - del nuovo tipo di guerra che oggi è possibile, in cui il movimento sul terreno non è più ostacolato dalla necessità del fuoco, fornito in maniera abbastanza separata dall’aria. E ciò è realmente nuovo, a differenza della tanto propagandata «guerra dell’informazione» che non contiene nemmeno un’innovazione genuina rispetto ai vari tipi di aggiramenti, intralci, interruzioni e intercettazioni delle reti di comando e comunicazione, e i sofisticati giochi di contro-spionaggio radiofonico (funkspiele) della seconda guerra mondiale. Come implica il termine network-centric warfare oggi di moda, ciò che la guerra dell’Afghanistan ha dimostrato è una nuova capacità di concentrare contro il nemico le forze e le abilità peculiari di tipi molto diversi di unità, operanti sotto diverse catene di comando, non - come nel passato - attraverso procedure di coordinamento tramite personale, spesso lente e a volte inconcludenti, ma piuttosto attraverso il collegamento digitale delle varie reti di informazione, che permetteva a tutte le unità coinvolte di avere accesso simultaneo allo stesso corpo di informazioni, da cui venivano tratte con semplicità conclusioni simmetriche, con un piccolo indirizzamento strategico dall’alto. Questo cambiamento è più importante di ogni innovazione meramente tecnologica, perché in buona misura le classiche gerarchie comunicative verticali vengono sostituite da forme di cooperazione orizzontale quasi spontanee. Non sorprende che dopo la tanto rapida sconfitta dei talebani, le menti più innovative del Pentagono conclusero che la medesima combinazione - tra forze terrestri relativamente piccole e grande potenza di fuoco dall’aria, coordinate nella nuova maniera - avrebbe potuto essere altrettanto efficace in Iraq, sebbene, considerata la dimensione dell’esercito di Saddam Hussein, anche una forza relativamente piccola dovrebbe essere dotata in quello scenario di una divisione corazzata, una meccanizzata, una aerea e una di Marina, piuttosto che da mere pattuglie di quattro uomini come in Afghanistan.
Comunque la si voglia chiamare (io preferisco «operazioni basate sull’informazione») il nuovo tipo di guerra è almeno parzialmente la realizzazione del più ampio complesso di innovazioni, a lungo ritenute possibili e a lungo invocate dal vecchio guru del Pentagono, Andrew Marshall, direttore del Net Assessment: la cosiddetta Rivoluzione negli Affari militari. La frase dal suono sovietico è un indiretto riconoscimento della sua originale fonte ispiratrice, il Reconnaissance-Strike System proposto dal vecchio stato maggiore sovietico in tarda epoca brezhneviana. Anche quello era, in ultima analisi, il tentativo di liberare il movimento dall’ingombro del fuoco, per sfruttarne tutte le potenzialità di manovra, utilizzando al contempo in maniera molto più efficiente il fuoco liberandolo dall’inevitabile frammentazione di tutte le forze capaci di movimento. Il punto di partenza del sistema era l’identificazione e l’individuazione degli obiettivi di potenziale interesse. Su quella base, il centro di comando computerizzato avrebbe determinato le priorità tra gli obiettivi identificati, e selezionato i mezzi più appropriati per attaccarli tra l’intera gamma delle possibilità: missili balistici e da crociera, bombardieri pilotati e caccia bombardieri, apparecchi aerei privi di pilota, razzi e cannoni di artiglieria, e anche incursioni di commando. Infine, il sistema avrebbe inviato ordini computerizzati per ognuno dei diversi - ma simultanei - attacchi di un’offensiva, controllato la loro esecuzione, valutato il danno inflitto attraverso ulteriori sintesi di intelligence con l’ausilio del computer, e ordinato un secondo e terzo attacco contro gli obiettivi non danneggiati a sufficienza.
Questo ipotizzato Reconnaissance-Strike System non era concepito come una mera aggiunta al vasto complesso delle forze armate tradizionali, ereditate dalla seconda guerra mondiale, che avrebbero dovuto in realtà essere molto ridotte quanto a dimensioni e rese molto più agili - ma è indicativo del fatto che le forze speciali sovietiche erano molto valorizzate in quegli ultimi anni. Forse lo stato maggiore era così innovativo nella teoria proprio a causa dell’arretratezza dell’industria informatica sovietica: non poteva ottenere i miglioramenti meramente incrementali che soddisfacevano la controparte americana, che si accontentavano di aggiungere semplicemente molti computer alle loro forze militari tradizionali (tra parentesi, l’urgente bisogno che aveva lo stato maggiore di computer migliori, che l’economia sovietica non era in grado di fornire, giocò il suo ruolo nello spingere Gorbaciov a tentare la riforma senza speranza dell’Unione Sovietica). Ciò che è successo in Afghanistan e ciò che potrebbe accadere in Iraq prova che quando la tecnologia dell’informazione è usata, tra le altre cose, per sostituire la potenza di fuoco terrestre con quella aerea, si aprono opportunità molto più ampie di semplici miglioramenti quantitativi. Ma questo è tutto il beneficio che ci si può attendere dalla Rivoluzione negli Affari militari, finché la struttura e il contenuto tradizionale delle forze armate ereditate dalla seconda guerra mondiale persiste essenzialmente immutato.

(Traduzione dall’inglese di Mario Rimini)

 

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