archivio_libri

 


vai

 

 

 Archivio libri


terzopolo

 

 


 Todi

maggio_home_page

vai

 

 

 Venezia

novembre_home_page
Colloqui di Venezia 2008

vai

 

 

 

 

vai

foto1

foto1

Read More

foto2

foto2

Read More

foto3

foto3

Read More

foto4

foto4

Read More

foto5

foto5

Read More

foto6

foto6

Read More

foto7

foto7

Read More

foto8

foto8

Read More

L'antiamericanismo preventivo

LIBERAL BIMESTRALE
di Carlo Jean
Anno III n°16 - Febbraio - Marzo 2003

Torna al sommario

cop16_th

La National Security Strategy (Nss) degli Stati Uniti - inviata dal presidente Bush al Congresso con una lunga lettera di accompagnamento il 20 settembre scorso - ha scatenato proteste e critiche - specie in taluni Paesi europei - per la militarizzazione della politica estera, l’unilateralismo, l’esplicito disprezzo di regole e istituzioni internazionali e delle alleanze permanenti che contiene; per il suo carattere, insomma, troppo spiccatamente «americano» e in un certo senso fondamentalista e radicale - una versione offensiva dell’internazionalismo wilsoniano. La pace non vi viene più data per scontata, come era invece implicitamente assunto dalla precedente Nss di Clinton, quella dell’engagement and enlargement. Il fine dichiarato della «grande strategia americana» - come abozzata nella Nss - è di «difendere, preservare ed estendere» la pace, possibilmente con gli alleati, comunque in cooperazione con la Russia e con la Cina; se necessario, però, anche in modo unilaterale. Gli Stati Uniti non sarebbero più dunque uno «sceriffo riluttante», impegnandosi a garantire l’ordine mondiale in nome e per conto del mondo. A differenza degli anni Novanta - cioè del periodo di transizione strategica post-bipolare - essi sono meno inclini a considerare gli altri Paesi come partner affidabili, anche se viene riconosciuto che la leadership - o egemonia - mondiale degli Usa verrà accettata solo se esercitata secondo principi e valori condivisi.

*****

Anziché discutere sulle ragioni di Bush e sui contenuti della Nss, il dibattito sul documento è stato eminentemente emotivo, espressione di quello che i francesi chiamano anti-américanisme primarie, e che deriva da molteplici fattori: la frustrazione «neogollista» degli europei che si percepiscono marginalizzati e attribuiscono agli Usa la responsabilità di tutti i mali del mondo; l’invidia per la potenza e il dinamismo americani; infine - da parte di quelli che Jean-Jacques Rivel chiama «le mezze calzette superstiti del bolscio-maoismo» - il desiderio di rivalsa per una sconfitta storica dovuta in realtà meno all’Occidente e più agli errori dei suoi avversari. Il pacifismo, oggi, non è chiaro quale pace o ordine o giustizia mondiale propugni. Ciò era più evidente ai tempi della guerra fredda: con l’eccezione dei pacifismi minoritari cattolico e radicale, vessillo dei pacifisti era allora l’ideale di pace offerto dal Cremino.
In Italia, il dibattito sulla Nss americana si è incentrato quasi esclusivamente su un aspetto: il riferimento alla possibilità che gli Stati Uniti decidano di far ricorso all’uso preventivo della forza. Curiosamente - ma non troppo - tale questione è stata dibattuta in modo generale, come se la volontà di guerra preventiva avesse sostituito la strategia del contenimento e della deterrenza, cioè l’uso virtuale della forza militare e l’impiego delle componenti soft della potenza americana. Questa lettura del documento, tuttavia, è fuorviante; di guerra preventiva si parla, infatti, solo in due delle trentun pagine che lo compongono. Coloro che hanno mobilitato Sant’Agostino e San Tommaso e le loro dottrine della «guerra giusta» per emettere una condanna inappellabile della Nss hanno trascurato un dato fondamentale: il fatto che l’uso preventivo della forza è sì previsto e teorizzato, ma solo contro i terroristi transnazionali e i cosiddetti «Stati canaglia» (denominati «tiranni») strettamente collegati ai primi, e che potrebbero fornire loro armi di distruzione di massa da cui gli Usa non saprebbero come difendersi. L’attacco preventivo è così giustificato sulla base di una necessità strategica. Per questo avrebbe meritato di essere esaminato e discusso un po’ più seriamente. L’argomento ha fornito un tema di propaganda all’intero, variegato mondo del pacifismo e dell’antiamericanismo, dell’anticapitalismo e del terzomondismo - spesso di ispirazione cattolica, che rispolvera tesi e miti propri delle teologie della liberazione. È servito, insomma, alla composita schiera del movimento antiglobalizzazione. La reale minaccia alla pace mondiale, nella sua visione, consiste nell’aggressività del capitalismo e del liberismo, unita alla supremazia militare e alla tracotante volontà di impiegare la forza da parte degli Stati Uniti. Il terrorismo transnazionale e la proliferazione di armi di distruzione di massa sarebbero invece soltanto reazioni all’imperialismo americano; e comunque, fenomeni del tutto trascurabili. Differente è stato l’atteggiamento del governo tedesco, il cui comportamento - formalmente ispirato all’invocazione del rispetto del multilateralismo - è stato di fatto unilateralista, come stanno notando con preoccupazione molti commentatori francesi. Nel dibattito sull’impiego della forza non sono poi stati discussi gli altri aspetti della prevenzione - che pure trovano nella Nss una esposizione dettagliata - come la diplomazia preventiva, il controllo degli armamenti e delle esportazioni di tecnologie critiche, gli aiuti (20 miliardi di dollari di cui 10 dagli Usa) per lo smantellamento dell’arsenale nucleare che la Russia ha ereditato dall’ex Urss, e così via.

*****

Una premessa è necessaria alla disamina della National Security Strategy di Bush. Il rischio più rilevante dell’attuale ondata di anti-americanismo è la rottura dell’unità dell’Occidente. Essa indebolirebbe gli Stati Uniti, che - bene o male - costituiscono l’unico fattore di ordine in un mondo che, a fianco dei processi di globalizzazione e di interdipendenza, conosce poderose tendenze alla frammentazione. Inoltre, va rilevato che esiste un divario notevole fra le élites politiche e culturali europee e americane e le opinioni pubbliche delle due sponde dell’Atlantico, che recenti sondaggi hanno mostrato fortemente convergenti su numerosi temi e valori di fondo (vedasi l’eccellente articolo di Pierangelo Isernia sul numero 19 di Aspenia). Tale dissonanza è soprattutto culturale, e si è accentuata dopo gli attentati dell’11 settembre: gli Stati Uniti sono stati attaccati e si sentono in guerra, così come la Russia e Israele. Gli europei, al contrario, si sentono in pace. Almeno finché non saranno oggetto di attacchi mega-terroristici, essi riterranno che il terrorismo transnazionale di natura islamica sia un problema di polizia e che con un po’ di apertura e di dialogo «ecumenico» fra i popoli potrebbe essere risolto. Addirittura, come sottolinea con preoccupazione sull’ultimo numero del Mulino uno dei più lucidi e realistici commentatori della realtà italiana odierna, Filippo Andreatta, con il documento sottoscritto da oltre cento parlamentari sulla non partecipazione nazionale a un conflitto contro l’Iraq - anche ove questo fosse esplicitamente autorizzato dal Consiglio di Sicurezza - si sta determinando una singolare contrapposizione tra pacifismo, che è strumento, e pace, che è fine. Ancora più preoccupante - nota lo stesso Andreatta - è il fatto che la maggioranza dei parlamentari Ds aderente al «correntone» ritenga che la politica estera americana sia aggressiva, che la responsabilità dell’11 settembre sia in parte degli stessi Stati Uniti, che l’Italia non avrebbe dovuto sostenere l’intervento in Afghanistan e che, in ogni caso, l’Iraq è del tutto inoffensivo. Ciò dimostra eloquentemente la correttezza delle affermazioni di Sergio Romano, secondo cui il tema della pace è un bene rifugio, in cui investire quando i tempi si fanno difficili - cioè quando si è obbligati a fare delle chiare scelte di campo. La pace non può prescindere dalla definizione della sua natura; assioma semplice, ma spesso ignorato.

*****

Uno dei più acuti commentatori politico-strategici europei - il tedesco Josef Joffe, direttore del Die Zeit - ha osservato che nel mondo esistono tre assi: uno del male (quello del terrorismo e degli Stati canaglia, da cui nella Nss - stranamente ma non troppo - è scomparso l’Iran), uno del bene (quello degli Stati Uniti e degli altri popoli anglosassoni, dalla Gran Bretagna all’Australia, che li sostengono fortemente) e uno dell’invidia: dei popoli, cioè, che ritengono di non avere nemici, e che mascherano il loro egoismo (basti pensare alla politica agricola comune europea) con la retorica della pace e del dialogo a oltranza, della «soluzione politica» - senza specificarne contenuti e mezzi. Quest’ultimo atteggiamento è una fuga dalle responsabilità, sintomo di una scarsa comprensione dei fattori che agiscono sulla scena internazionale. La sua conseguenza, invece, è l’esclusione dalla storia.

*****

L’atteggiamento di molti pacifisti europei non è diverso da quello delle élites politico-economiche di molti Stati arabi e islamici, che attribuiscono all’Occidente - in particolare agli Stati Uniti - la colpa dell’esclusione dalla modernità, alimentano l’odio antioccidentale e finanziano il terrorismo per evitare di esserne vittime essi stessi, dirottando la violenza sui «crociati e gli ebrei», nemici dell’Islam. Un paradosso che si tratti spesso proprio delle élites il cui potere si perpetua grazie al sostegno dell’Occidente, mosso dal timore di vederle sostituite dagli elementi più radicali.

*****

Le critiche alla Nss non si soffermano invece su quegli elementi - pur presenti nel documento - che legittimamente possono suscitare perplessità e divergenze. In primo luogo, l’idea di poter estendere la democrazia al mondo intero, in particolare al variegato oceano islamico. O ancora, l’assenza di criteri-base sui quali fondare la decisione di un attacco preventivo, o la politica della cooperazione allo sviluppo, soprattutto a sostegno dei failed States. Infine, la validità delle coalizioni ad hoc, calibrate sulle esigenze contingenti, sul breve termine, quando l’obiettivo della «guerra contro il terrorismo» non può essere che differito, la vittoria vera consistendo nella conquista «delle menti e dei cuori» delle masse islamiche.

*****

La National Security Strategy è stata prescritta dal Goldwater-Nichols Act del 1986 per consentire al Congresso di valutare la politica di sicurezza e quella militare in una visione di medio-lungo periodo e, in particolare, per rendere possibile un efficace controllo democratico sulle Forze armate e sulla pianificazione militare. Essa non è dunque propriamente - o almeno esclusivamente - un programma di politica militare. Il suo scopo è impostare i concetti di impiego della forza militare nel più ampio quadro politico interno ed esterno di cui fa parte, e con cui deve essere coerente. A parer mio, inoltre, essa non dice nulla di nuovo rispetto a quanto già dichiarato da Bush e da alti esponenti della sua amministrazione, o da quanto espresso negli altri documenti programmatici del Pentagono quali la Quadriennial Defense Review e la Nuclear Posture Review. Comune a tali documenti è la franchezza dei toni - ai limiti della brutalità - che ha se non altro il vantaggio della chiarezza. I suoi contenuti, poi, oltre a riflettere il pensiero del presidente e del suo entourage, sono certamente condivisi dalla massa dell’opinione pubblica americana, come dimostra il successo conseguito dai repubblicani nelle recenti elezioni di mezzo termine.

*****

La critica per un’eccessiva centralità data alla dimensione sicurezza - e in questa a quella militare - non è supportata dall’evidenza. A esse è dedicato non più di un quarto del documento, che nel complesso si sofferma più sul tipo di pace che si vuole realizzare - che è poi la medesima che sosteneva Clinton - e sui mezzi con cui realizzarla, dalla cooperazione internazionale, agli aiuti allo sviluppo, alle coalizioni e così via. Costante, semmai, è la preoccupazione di fornire un quadro di legittimità e di giustificazione al minacciato attacco americano all’Iraq.

*****

Il punto più controverso della Nss, come si è accennato, consiste appunto nella possibilità che gli Stati Uniti facciano ricorso ad attacchi preventivi - pre-emptive strikes -, cioè anticipativi di un’aggressione. Desta stupore il fatto che fra i critici del concetto dell’attacco preventivo - che effettivamente viola il diritto internazionale attuale - vi siano taluni sostenitori dell’intervento Nato nella crisi del Kosovo, nonché numerosi fautori del diritto/dovere d’ingerenza a fini umanitari. Quest’ultimo viola la lettera della Carta delle Nazioni Unite al pari dell’attacco preventivo. La giustificazione di entrambi risiede nella consapevolezza che l’uomo e la società civile possiedono un diritto alla sicurezza e alla sopravvivenza, e che per tutelarlo talvolta il contenimento e la deterrenza non sono sufficienti. In tali casi - limitati ed eccezionali - l’unica difesa possibile consiste nell’attacco. A parere del presidente Bush la potenza distruttiva che le moderne tecnologie consegnano ai singoli terroristi hi-tech non consentono di attendere un attacco per poi reagire. La difesa può essere solo preventiva. Il divieto internazionale dovrebbe essere adeguato, come nel caso degli interventi umanitari.
La volontà dichiarata di impiegare la forza in caso di tentativi di procurarsi armi di distruzione di massa, che potrebbero provocare terribili perdite agli Stati Uniti, costituisce d’altronde - come dimostra anche il caso dell’Iraq - un convincente strumento di disarmo. Pensare che l’Iraq avrebbe accolto nuovamente gli ispettori dell’Onu senza la minaccia di un attacco da parte degli Stati Uniti è, nella migliore delle ipotesi, un’ingenuità. Senza l’operazione militare - o almeno senza il suo fantasma - anche Blix (cioè il capo degli ispettori dell’Unmovic) sarebbe rimasto impotente al suo quartier generale di New York. Bush, inoltre, non ha del tutto torto quando afferma che le pressioni americane sull’Iraq impediscono che l’Onu diventi irrilevante, come accadde alla Società delle Nazioni. La diplomazia senza la forza è vana, realtà questa di cui i fautori nostrani della «soluzione politica» non tengono conto. Nel caos, d’altronde, non vi può essere giustizia, né pace.

*****

Quello che è evidente nella Nss di Bush è la convergenza delle tesi wilsoniane con quelle della tradizione delle relazioni internazionali dominante negli Stati Uniti nel secondo dopoguerra. Bush non è isolazionista, ma neppure multilateralista; non è nemmeno, infine, unilateralista. Le finalità della politica estera americana sono quelle di espandere democrazia, libero mercato e rispetto dei diritti umani. Il rimprovero che le si può muovere è che tali fini sono definiti secondo principi, valori e istituti propri della cultura etico-politico-istituzionale degli Stati Uniti. Non si tratta di politica di potenza, né di un imperialismo simile a quello dominante in Europa da Westfalia in poi. La Nss riecheggia i temi (e i miti) propri dell’esperienza storica degli Stati Uniti e riflette le tesi dei neo-conservatori americani. Tesi che suonano così: non impiegare la superiorità globale degli Stati Uniti per conseguire obiettivi etici - il regno della libertà - è immorale. Solo la libertà potrà garantire la pace. Tale obiettivo - che Philip Stevens sul Financial Times ha definito «nobile ma folle» - è certamente passibile di numerose critiche, da quella di fondamentalismo a quella di neo-imperialismo, fino a quella di irrealismo totalizzante. Quest’ultimo pretenderebbe di fondare la «pax americana» del Ventunesimo secolo su una specie di «uomo nuovo», modellato a immagine e somiglianza degli Stati Uniti e ardente fedele dei loro stessi dei. Il significato di libertà negli Stati Uniti è molto diverso da quello esistente presso altri popoli e contesti culturali e sociali, ad esempio in quelli in cui il gruppo ha più importanza dell’individuo. La parte più criticabile della Nss consiste a parer mio proprio nella pretesa di imporre i propri principi e valori, completando l’opera iniziata da Wilson alla fine della prima guerra mondiale. Né vale la giustificazione addotta dalla Nss - che cioè tale fine sia legittimo per il fatto che esso sarebbe condiviso dalla massa dell’umanità. Sono, questi, concetti abbastanza simili a quelli impiegati nella cristianizzazione degli indios, anche se adattati alle moderne circostanze. Ciò detto, è certo che la volontà di egemonia americana non si tradurrà in un imperialismo territoriale. Gli Stati Uniti sono i primi a non auspicare un’evoluzione del genere, non solo per tradizione nazionale, ma anche a causa dei loro meccanismi istituzionali, fondati su un delicato sistema di checks and balances. Non ultimo, per il fatto che essi non intendono pagare i costi di un impero. Quando la Nss menziona un «equilibrio delle forze» per instaurare il regno della libertà, il riferimento è al mantenimento di una superiorità americana pressoché assoluta nei settori hard della politica di sicurezza. L’impossibilità di sfidare gli Stati Uniti, e soprattutto la cooperazione con la Russia e con la Cina, dovrebbero evitare una corsa agli armamenti e la formazione di coalizioni anti-egemoniche. Da questo processo l’Europa esce malconcia. Ne viene dato per scontato l’allineamento con gli Stati Uniti. Implicitamente si assume che siano gli europei ad avere bisogno degli Stati Uniti, piuttosto che il contrario; pertanto, l’Europa è obbligata ad accettare gli americani così come sono. Dopotutto, altri americani a sua disposizione non ve ne sono.

*****

Una delle vittime più illustri dell’11 settembre è stata la teoria della «fine della storia» di Francis Fukuyama, a cui più o meno implicitamente era ispirata la precedente Nss di Clinton, quella dell’engagement and enlargement. La nuova strategia di Bush si ispira a una visione più pessimista - o se vogliamo realista - del contesto internazionale e del destino del mondo. Per usare i termini recentemente utilizzati da Robert Kagan nel suo recente saggio Strength and Weakness, i fini di Bush sono ispirati ai principi kantiani e wilsoniani della pace democratica. I suoi mezzi, invece, sono hobbesiani.

*****

Per conseguire la pace mondiale, in particolare - come già accennato - è necessario promuovere una riforma dell’Islam, secondo la strategia suggerita da Paul Wolfowitz e Richard Perle, i più influenti esponenti della corrente dei neoconservatives. A tal fine bisogna puntare sugli islamisti moderati che emergerebbero in Iraq da una sconfitta di Saddam Hussein, unendosi con quelli già al potere in Turchia e in Iran per provocare - per effetto domino - un terremoto geopolitico nel mondo arabo. Gli attuali regimi autoritari, corrotti e inefficienti ne verrebbero travolti, mentre il pericolo di un’ascesa degli elementi più radicali verrebbe fugato. Solo una profonda riforma del mondo islamico, d’altronde, potrà rendere obsoleto il terrorismo transnazionale, la cui causa non è la povertà, anche se questa può sostenerlo. Origine ne sono invece le sette religiose di cui i wahabiti sono la più conosciuta, ricca e dinamica, e il cui potere va quindi distrutto o neutralizzato.

*****

Bush ritiene che un nuovo ordine mondiale sia possibile. E intende realizzarlo, completando il lavoro iniziato da Wilson. La Nss tiene conto delle sfide che deve oggi affrontare la politica americana, soprattutto nel Golfo e nel Medio Oriente allargato. È per questo che si presenta - pur nella difformità fra le sue parti e con la lettera di accompagnamento con cui è stata presentata al Congresso - come un insieme molto più coerente della precedente dottrina Clinton, anche se a prima vista sembra contenere affermazione contraddittorie ed essere più un progetto teorico che un disegno politico ben preciso. Le difformità che si rilevano sembrano dipendere soprattutto dal fatto che i vari obiettivi e strategie di breve, medio e lungo termine sono collocati tutti assieme nell’assunto che, nell’attuale stadio dell’evoluzione storica, i principi e gli interessi degli Stati Uniti coincidano, e che solo la loro coerenza possa garantire la sicurezza degli Usa e un mondo migliore per tutti. L’Europa in generale - e il nostro Paese in particolare - hanno tutto l’interesse a non lasciare gli Stati Uniti da soli. Per questo è necessario un approccio realistico alla discussione della Nss. Perché ciò sia possibile, è per prima cosa necessario studiare a fondo il documento, cercare di enuclearne le tesi di fondo ed evitare valutazioni irrazionali, come l’attribuzione agli Stati Uniti della responsabilità di tutti i mali del mondo. Bush propone una sua pace e ha i mezzi per costruirla. Quanto ai pacifisti, come nota Filippo Andreatta essi sembrano ormai in rotta di collisione con il concetto di «pace». Il presidente americano lo ha sottratto al loro monopolio; alla luce di questo, la stizza e l’invidia non appaiono poi incomprensibili.

 

web agency Done Communication