Nell’asse franco-tedesco, rilanciato da Jacques Chirac e da Gerhard Schroeder, la parola pace, contrapposta alla parola guerra, ha tre significati e due conseguenze. Il primo significato è la difesa dello status quo internazionale, con la cancellazione della svolta avvenuta l’11 settembre del 2001 e con il tentativo di contenerla nei limiti della prima risposta, cioè il rovesciamento del regime dei talebani. Il secondo è il disegno di proporre, dopo l’allargamento a Est, un «nucleo duro» della politica europea fondato sull’autonomia dall’America e sulla presa d’atto di una divaricazione degli interessi strategici dell’Occidente. Il terzo significato è la sottolineatura dell’idea che la guerra contro il terrorismo internazionale e gli Stati-canaglia riguarda ormai soltanto l’amministrazione Bush a cui viene contrapposta la visione dell’Onu come unica sede del governo globale. Quanto alle conseguenze, la prima - visto che né la Francia, né la Germania né tantomeno l’Europa dell’era Prodi hanno la forza o il potere di prospettare un’alternativa praticabile - è che la Casa Bianca si trova a gestire da sola e con i suoi alleati più stretti, a cominciare dalla Gran Bretagna di Tony Blair, la crisi con Saddam Hussein, accentuando le sue tentazioni unilateraliste e rendendo più debole la credibilità delle Nazioni Unite. La seconda conseguenza è la codificazione di quel nuovo e confuso neutralismo che, dalla caduta dell’impero sovietico, ha cominciato ad affacciarsi nel vecchio continente. Un gesto di rottura è così destinato ad avere effetti contraddittori e non ha alcun requisito per costruire un realistico contro-potere: non c’è forza economica concorrenziale, non c’è deterrenza militare, non c’è neppure forza diplomatica. Si fonda su una visione del mondo che non corrisponde alla realtà. Nega l’equazione non eliminabile tra il ruolo di unica super-potenza rimasta che ha l’America e il peso delle sue decisioni politiche. Non vede la linea di conflitto che è stata irrevocabilmente disegnata dalla distruzione delle Twin Towers. Suona come la rinuncia a partecipare alla gestione delle conseguenze, che si prolungano nel tempo, dello scontro tra l’attacco fondamentalista e la principale democrazia. È, questa, una strada percorribile? E a quale prezzo? Il conservatore Jacques Chirac l’ha scelta mescolando la tradizione gollista alla strenua difesa mercantile degli interessi francesi nell’area mediorientale, combinando con grande disinvoltura la minaccia del veto alla disponibilità a partecipare all’intervento. Il socialdemocratico Gerhard Schroeder l’ha imboccata nell’intento di dare alla sua impopolare maggioranza quell’identità persa nei fallimenti della sua politica interna e nell’arrancare della Germania che non riesce a stare nei parametri di Maastricht. Romano Prodi l’appoggia - rivendicando «saggezza» pochi giorni dopo aver riconosciuto che il mondo «ci ride alle spalle» - con un analogo calcolo di bottega, pensando che l’eurosinistra possa in qualche modo ripartire dai «no» all’America. Per restare all’Italia, anche Massimo D’Alema la cavalca nell’illusione che scegliere come bersaglio l’amministrazione Bush possa creare un nuovo confine tra destra e sinistra. Si costruisce, in questo modo, un’alleanza cieca, la cui azione non ha sbocchi. Lo stesso richiamo all’Onu, come sede della legalità internazionale, può avere un senso solo quando il Consiglio di sicurezza delibera rispettando i rapporti di forza globali. Nei dubbi, nelle polemiche, nelle contrapposizioni di queste settimane si trova la conferma più piena della scelta che compì la Casa Bianca quando, per rovesciare il regime dei talebani e distruggere i santuari di Bin Laden, non chiese aiuto né agli europei né alla Nato, limitandosi poi ad accogliere le richiesta di partecipazione. In altre parole, si trova la conferma del fatto che l’Europa ha perso un ruolo, coinvolgendo in questo anche l’Alleanza atlantica.
Ma è non è solo sul versante della geo-politica che questa alleanza dei «no» appare cieca. Lo è anche su quello della visione dello scontro in atto nel mondo. Il nuovo terzaforzismo rinuncia alle più importanti acquisizioni culturali e politiche degli anni Novanta, tra cui la prima è stata l’assunzione di responsabilità nella difesa globale di quel pacchetto di valori costituito dalla tutela dei diritti umani, dalla lotta ai regimi tirannici, dall’impegno all’estensione della democrazia e dall’accettazione della possibilità dell’uso della forza per imporlo. Qui, su questo piano, il ritorno indietro è particolarmente vistoso e carico di pericoli. La sottolineatura dei «serbatoi d’odio» come causa scatenante dell’11 settembre, la progressiva cancellazione delle differenze tra democrazie e non democrazie di cui Israele è stata la principale vittima, la fiammata di relativismo accesa dal movimento no-global, quella insidiosa forma di giustificazionismo grazie alla quale si è finito con il dare una spiegazione logica al terrorismo che colpisce New York o Gerusalemme, l’associazione della parola guerra solo agli interventi dell’Occidente e non alle minacce e alle azioni dei nemici dei suoi valori, il crescente catastrofismo con cui si guarda al mondo: lungo questo processo mentale si è compiuta la rimozione delle responsabilità assunte nel decennio scorso e si è prolungata l’ombra del nuovo neutralismo. Una rimozione accentuata dal passaggio dalla presidenza Clinton a quella Bush, passaggio grazie al quale la cultura politica europea, in primo luogo della sinistra, ma non solo, ha preferito tornare a vedere nell’America un avversario quando non un nemico. C’è infatti una domanda: cosa distingue il «diritto di ingerenza», teorizzato e messo in pratica dall’amministrazione democratica di Clinton e dai governi dell’«Europa rosa», dalla teoria della «guerra preventiva» elaborata dall’amministrazione repubblicana di Bush? Non è facile trovare differenze sostanziali. L’intento «umanitario» invocato sia nel caso dei bombardamenti della Nato per sbloccare l’assedio di Sarajevo, sia nella guerra aerea per impedire la pulizia etnica in Kosovo e, infine, nell’operazione compiuta a Timor costituiva una giustificazione di natura morale. Dichiarava che una democrazia o un’alleanza tra democrazie non potevano restare con le mani in mano di fronte a guerre di sterminio attuate da regimi nazionalisti e autoritari, come quello di Milosevic o quello del dittatore indonesiano Suharto. Qui stava la prima novità, rispetto al passato. Al vecchio conflitto Est-Ovest, fondato sullo status quo, sulla deterrenza e sugli equilibri militari si sostituiva un interventismo che aveva come punto di partenza l’inaccettabilità, da parte dell’Occidente, dei disastri provocati da Stati-canaglia, anche se così non venivano ancora definiti. Fu un’acquisizione tanto diffusa da indurre il segretario dell’Onu, il presidente americano e lo stesso Pontefice a compiere, in occasione diverse, un gesto particolarmente significativo: le scuse pubbliche nell’occasione più tragica in cui il «diritto di ingerenza» non venne esercitato, quando in Rwanda, nell’indifferenza delle democrazie e delle istituzioni internazionali, venne compiuto il genocidio nei confronti della minoranza tutsi. Ma - va ricordato oggi - fu un’acquisizione contestata con argomenti molto simili a quelli che vengono usati oggi contro la dottrina della «guerra preventiva». L’aggettivo «umanitario» venne considerato il paravento di una politica di potenza, soprattutto americana. L’impiego delle forze della Nato, nell’intervento nella ex-Jugoslavia, fu considerato come un’esibizione di unilateralismo. Venne posta la stessa questione che si pone adesso sulle priorità (perché in Kosovo e non altrove?). Il Consiglio di sicurezza dell’Onu fu invocato come l’unica sede legittima di decisione al punto che, nel 1999, venne insistentemente chiesta - la storia è sempre la stessa - una seconda risoluzione per attuare i raid contro la Serbia. Furono però contestazioni minoritarie, che confinarono la spinta neutralista nell’area dell’antiamericanismo della sinistra più conservatrice, in quella del cosidetto «realismo geopolitico» che è tradizione del pensiero moderato e, infine, nelle visioni più estremiste del pacifismo che tendevano a non distinguere tra aggressore ed aggredito. Nell’Occidente allora prevalentemente governato dal centrosinistra si creò una coalizione vincente attorno all’idea di una «guerra etica», una motivazione particolarmente forte e impegnativa per giustificare una scelta apertamente conflittuale con le categorie culturali e politiche su cui si è formata la classe dirigente chiamata a decidere quegli interventi.
Di quell’acquisizione - l’«ingerenza umanitaria» - non è rimasto nulla, nonostante le sue contiguità concettuali con la dottrina della «guerra preventiva». Contiguità che consistono in una serie di fattori: l’uso della forza, sia come deterrente, sia nell’azione concreta; l’individuazione di obiettivi precisi, regimi tirannici che costituiscono una palese minaccia; quindi una netta linea di confine tra democrazie e non democrazie; l’unilateralità delle decisioni e la centralità del ruolo degli Stati Uniti; infine la visione del Consiglio di sicurezza dell’Onu come sede di pura e semplice ratifica. Allora cosa è cambiato rispetto allo scorso decennio? C’è una prima risposta, che viene dai critici di Bush: è cambiato lo scopo. Cioè all’obbiettivo di impedire grandi tragedie umane si è sostituito quello di rovesciare un regime. È questa una risposta che si può definire come minimo debole. Non era difficile prevedere, nel 1999, che il rovesciamento di Milosevic sarebbe stato il punto finale di caduta dei raid sul Kosovo e sulla Serbia, esattamente come solo qualche anno prima la liquidazione del regime golpista haitiano era stato lo scopo, peraltro dichiarato e raggiunto più facimente, dell’intervento militare a Haiti deciso da Clinton. Ma, per restare a questa stagione della vita internazionale, obiettivo esplicito di Enduring freedom, decisa all’indomani dell’11 settembre, con l’appoggio di tutti i governi europei e l’assenso della gran parte delle forze politiche di opposizione, era proprio la cancellazione del sistema di potere dei talebani in Afghanistan. Non è quindi facile sostenere la tesi che siamo in presenza di un cambiamento delle «regole d’ingaggio». C’è poi una seconda risposta: l’opinione pubblica europea non capisce le ragioni di un attacco militare contro Saddam. Ma anche in questo caso si tratta di un argomento debole. In assenza della percezione di una minaccia diretta, non c’è mai stato un consenso generalizzato verso operazioni militari di simile portata. I primi raid della Nato nella ex Jugoslavia furono decisi ben due anni dopo l’inizio dell’assedio dei nazionalisti serbi a Sarajevo e l’opinione pubblica europea visse generalmente quel primo intervento non come un aiuto alle popolazioni bosniache assediate, bensì soprattutto come il pericolo di un’escalation militare alle porte di casa. E questa fu la stessa percezione con cui venne vissuta la crisi kosovara, almeno fino a quando il regime di Milosevic non accettò la resa. C’è poi un’altra domanda: l’Onu è davvero la sede della legalità internazionale? La risposta di tutti è, ovviamente, affermativa. Ma si tratta di una simulazione. Se rileggiamo la storia dell’ultimo decennio ci accorgiamo che proprio quel concetto di legalità ha coinciso - per citare alcuni degli episodi più importanti - con la tolleranza di tre anni e mezzo di pulizia etnica in Bosnia, con il genocidio in Rwanda, con la rinuncia alle ispezioni in Iraq (nel 1998) e con la Conferenza anti-semita di Durban. È francamente un’idea di legalità fallita. L’irruzione sulla scena del grande terrorismo internazionale e l’impossibilità per un’istituzione - rigidamente vincolata alla tradizione diplomatica e al rispetto del principio di maggioranza, che mette sullo stesso piano il Gambia e gli Stati Uniti - di affrontarla in tutti i suoi aspetti ha sottolineato un vuoto che in realtà era già visibile. L’asimettria tra le presenze in Consiglio di sicurezza e i rapporti di forza realmente esistenti nel mondo può provocarne, come si vede in questa crisi con Saddam Hussein, la definitiva delegittimazione politica. In altre parole, l’Onu può morire se continua a essere brandito come uno strumento di contrapposizione alle scelte dell’amministrazione americana, cioè come uno strumento di paralisi.
Ecco alcuni dei pericoli di questo nuovo neutralismo, lanciato dall’asse franco-tedesco che cerca di essere il punto di riferimento di interessi e spinte dai molti volti e dai più diversi segni politici, lungo un arco che va dal conservatore Chirac all’euro-sinistra, ai no-global, al pacifismo cattolico e no. Pericoli per un’Europa sempre più marginalizzata e divisa, per istituzioni internazionali che non hanno un ruolo, per un mondo che non può essere imbrigliato in uno status quo grazie al quale due democrazie, gli Stati Uniti e Israele, vivono in un clima costante di minaccia e il resto dell’Occidente si illude di esserne al riparo e ambisce al ruolo di terza forza. Si può accettare il percorso disegnato da Chirac e da Schroeder? Ora è qui in Europa che, sul piano politico, si gioca la partita più importante, quella del rilancio dell’alleanza tra le democrazie come centro del governo del mondo. Sarà uno scontro duro, nel quale non servono sottigliezze diplomatiche ma chiarezza di argomenti e di linguaggio.