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La sua vita, le sue opere

LIBERAL BIMESTRALE
di Pierluca Azzaro
Anno III n°16 - Febbraio - Marzo 2003

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Ernst Nolte nasce l’11 gennaio 1923 a Witten, una città ai confini della Ruhr che, nell’ultima fase della Repubblica di Weimar, è roccaforte tanto dei nazionalsocialisti quanto dei comunisti. La guerra civile europea 1917-1945, vale a dire il titolo dell’opera che, più di mezzo secolo dopo, lo avrebbe fatto conoscere al grande pubblico (1987, trad. it. 1989), Nolte dunque, prima ancora di studiarla, la vede di persona: in quel tempo, infatti, i violenti scontri tra bolscevichi e nazionalsocialisti per le strade del piccolo centro industriale nel quale Nolte cresce sono all’ordine del giorno. Il regime, invece, lo osserva per così dire più «dal di fuori» giacché, a causa di un difetto congenito alla mano, è esentato dalla partecipazione alle tante attività giovanili e, in ultimo, dal servizio militare. È così che, a ventun’anni, nel 1944, si trasferisce a Friburgo, dove incontra Martin Heidegger per seguirne le lezioni sui filosofi greci presocratici. Nel 1951, da questi informato che, quale professore emerito, non avrebbe più accettato tesi, completa i suoi studi con Eugen Fink, suo allievo, acquisendo il Dr. Phil. con una dissertazione sui concetti di dialettica ed estraniazione nell’idealismo tedesco e in Marx.Successivamente insegna tedesco, latino e greco in un liceo di Bad Godesberg, sino a quando, nel 1959, in occasione di un viaggio a Roma, si imbatte in un libro dal titolo Sintesi di Mussolini: la scoperta che Mussolini fosse stato fortemente influenzato al tempo stesso sia da Marx che da Nietzsche, che egli avesse riunito in sé «le due correnti politiche più potenti del tempo, il marxismo e il fascismo, in fasi certo diverse della sua vita, e tuttavia senza trascurarne gli effetti reciproci», segna l’inizio del lungo cammino di Nolte quale storico delle ideologie moderne. Data 1960 il suo saggio su Il giovane Mussolini. Marx e Nietzsche in Mussolini socialista (trad. it. 1993), ma anche l’inizio della sua recezione in Italia; se è vero che, come più tardi racconterà Renzo De Felice, fu Delio Cantimori a consigliargli tempestivamente la lettura del saggio sul giovane Mussolini che Nolte gli aveva spedito. Più tardi sarà proprio De Felice a volere la traduzione in italiano di La crisi dei regimi liberali e i movimenti fascisti (1968, trad. it. 1970).
Ampi saggi, scritti tra il 1961 e il 1963, quali L’action francaise 1899-1944, Eine frühe Quelle zu Hitlers Antisemitismus, Max Weber vor dem Faschismus e Zur Phänomenologie des Faschismus rappresentano l’ossatura di quell’opera che, apparsa nel 1963, consacra la fama internazionale di Nolte: I tre volti del fascismo (trad. it. 1966), trent’anni dopo riproposta al pubblico italiano con Il fascismo nella sua epoca (traduzione letterale di Der Faschismus in seiner Epoche). A ragione storici quali G. L. Mosse e H. U. Wehler e anche lo stesso De Felice ne mettono subito in risalto la grande portata storico-filosofica: è infatti il concetto di «trascendenza» attorno al quale, da allora in poi, ruoterà la versione «storico-genetica» della teoria del totalitarismo di Nolte, teoria della quale, più in generale, lo storico berlinese può essere annoverato tra i fondatori. Qui la «trascendenza teoretica» viene intesa quale capacità dell’essere religioso e filosofico di superare, nel pensiero, l’esistente in vista di un Tutto del mondo; una determinazione, questa, che Nolte rinviene in modo paradigmatico in Parmenide; la «trascendenza pratica» è invece una sorta di suo corrispettivo capovolto, che comincia a manifestarsi chiaramente con l’inizio della trasformazione pratica del mondo a partire dalla rivoluzione industriale, e la cui premessa, tuttavia, è da ricercarsi proprio nella «trascendenza teoretica». Da qui le definizioni «transpolitiche» delle grandi ideologie moderne, insieme opposte e simili, perché scaturite entrambe dalla società borghese e ambedue volte alla distruzione di quel sistema liberale grazie al quale, tuttavia, poterono affermarsi: vale a dire la definizione del bolscevismo quale «autoaffermazione più decisa che sia mai esistita della trascendenza pratica» e, di contro, dell’antibolscevismo militante, del fascismo, quale «resistenza alla trascendenza pratica e insieme lotta alla trascendenza teoretica».
C’è dunque in nuce già qui l’idea della stretta correlazione, del «nesso causale» tra le due ideologie protagoniste della «guerra civile europea 1917-1945», la descrizione della quale - preceduta da studi più specifici sulla guerra fredda (Deutschland und der Kalte Krieg, Stuttgart 1974), e sul primo socialismo inglese (Marxismus und industrielle Revolution, Stuttgart, 1983) - segna il cammino intellettuale di Nolte a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta.
È, come è noto, l’inizio dello Historikerstreit, l’accesa disputa in Germania sulla comparabilità dei misfatti del regime nazionalsocialista con quelli del regime sovietico, sul Gulag inteso come «prius logico e fattuale» di Auschwitz e originata dall’articolo di Nolte su «Un passato che non vuole passare» apparso sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung il 6 giugno 1986; una disputa, tuttavia, caratterizzata innanzitutto da un diverso approccio metodologico che sembra, sin dall’inizio, contraddistinguere le due parti: nello storico infatti, diversamente dal «moralista», il tentativo di «capire» e di «spiegare» precede il «giudizio morale», e proprio nella consapevolezza che solamente così è possibile giungere a una catarsi autentica. Per Nolte la violenta presa del potere, nell’ottobre del 1917, di un partito del pacifismo militante che intendeva spazzare il capitalismo dalla faccia della terra rappresenta la prima vera «rottura culturale» nella storia d’Europa, la quale suscitò, ben al di là delle frontiere russe, grande entusiamo ma, al contempo, profondo sconcerto, giacché segnò l’inizio di uno sterminio in grande stile sino ad allora sconosciuto: quello, cioè, non solo di alcuni «magnati del capitale» ma, al contempo, di ampi strati della popolazione, e soprattutto della borghesia, dell’intellighenzia e dei contadini più agiati, i kulaki. Per Nolte, nelle mente di Adolf Hitler avvenne una sorta di salto per il quale, il Führer, dalla constatazione di una considerevole rappresentanza di persone di origine ebraica nelle élites rivoluzionarie, passò all’interpretazione generalizzante e mitologizzante del bolscevismo quale fenomeno «ebraico» tout court il quale, dunque, si sarebbe potuto eliminare solo sterminando un’intero popolo. È evidente come, per lo storico tedesco, questa spiegazione non abbia mai voluto rappresentare un tentativo di «banalizzare» o, peggio, di «giustificare» l’«omicidio di razza» con quello precedente, l’«omicidio di classe». Eppure fu sostanzialmente questa la pesante accusa mossa a Nolte in Germania. E a frenare la crescente ostilità nei suoi confronti non valse il suo considerevole curriculum accademico - professore ordinario di Storia moderna e contemporanea a Marburgo dal 1965 e, dal 1973, a Berlino, presso l’istituto «Friedrich Meinecke» della Libera Università di Berlino, visiting professor a Yale, Cambridge, Gerusalemme, Wassenaar al Massachussetts Institute of Technology (Mit) e premio Hanns-Martin Schleyer 1985; e nemmeno il fatto che, a ben guardare, fosse stato proprio lui uno dei primi a esprimere un netto giudizio morale sul massacro degli ebrei: allorché, già nei primi anni Sessanta, aveva affermato come Hitler, in ultimo, non si fosse scagliato contro gli ebrei «a caso», ma piuttosto contro quel popolo che, forse più di qualunque altro, ha espresso nel modo più forte ciò che in ultimo definisce l’uomo e sta alla base della pari dignità di ognuno, vale a dire quella capacità di protendersi verso un Tutto al di là dell’esistente, capacità questa, connaturale a ogni essere umano; così che «quelle vittime, soppresse come bacilli di una malattia, non morirono come oggetti infelici di un delitto ripugnante, ma come rappresentanti, nell’aggressione più disperata che mai sia stata fatta contro la natura dell’uomo e la trascendenza che è in lui» (E. Nolte, 1963).
Al periodo di crescente emarginazione di Nolte in Germania culminato, nel 1994, con la decisione della Faz di rompere una collaborazione più che trent’ennale, corrisponde - con la conclusione della «tetralogia storica» - in certo qual modo a un ritorno alla filosofia. Gli ampi studi che tra il 1990 e il 1993 egli dedica a Nietzsche e il nietzschenesimo (1990, trad. it. 1991), a Martin Heidegger. Politica e storia nella vita e nel pensiero (1992, trad. it. 1993) e al Pensiero storico nel Ventesimo secolo (Geschichtsdenken im XX Jahrhundert. Von Max Weber zu Hans Jonas, 1991) rappresentano la cosiddetta «trilogia filosofica» che viene particolarmente apprezzata in Francia e in Italia, e soprattutto da quei pensatori con i quali Nolte è andato, negli anni, instaurando scambi intellettuali e rapporti di amicizia sempre più stretti: quali ad esempio, Augusto del Noce, conosciuto dallo storico berlinese in occasione della pubblicazione di Theorien über den Faschismus (1967) e che, sin dai primi anni Sessanta, era andato autonomamente elaborando una propria «interpretazione filosofica della storia contemporanea». Nel 1998 Ernst Nolte - professore emerito dal 1991 - comincia a uscire dall’isolamento, e ciò per merito del carteggio con Fraçois Furet, promosso da liberal e successivamente tradotto nelle maggiori lingue europee. Dello stesso anno è la pubblicazione di Historische Existenz. Zwischen Anfang und Ende der Geschichte? («Esistenza storica: tra inizio e fine della storia?») che contribuisce a far riforire quel forte interesse per Nolte che supera ormai le frontiere continentali. Alcune delle sue opere maggiori, infatti, sono oggi tradotte, tra l’altro, in giapponese e coreano.

 

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