LIBERAL BIMESTRALE di Benedetto Marcucci Anno III n. 17 - Aprile - Maggio 2003
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Ognuno c’ha i propri indirizzi più sfizi e segreti, il mio non me lo posso tenere riservato, topsecretato, ve lo devo rivelare per forza, me lo impone il ruolo di gastropropalatore, di spifferatore senza peli sulla lingua, di rivelatore papillare che spera che la cucina vera non si estingua per sempre a causa di certe mode mendaci e fallaci basate su punteggi astrusi, su calcoli fetusi, su raccomandazioni, bustarelle, conflitti d’interessi. Sto parlando di Vivien, di cui Massimo Pu-licati e Maria-luisa Zaia, sono le due facce, l’yin e lo yang, il femminile e il maschile, la sala e i fornelli, la carne e lo spirito, la tradizione e la rivoluzione. La loro è una ristorazione fatta di concretezza, di certificazione di qualità, di somma educazione, di limitazione dei prezzi, di generosità, di familiarità, di umanità. Una rarità assoluta in quest’Italia sempre più assolata, tanto assolata che deve aver preso un colpo di sole e essersi rincoglionita appresso a chef ignoranti e teleinvadenti, cuochi in doppio lodo, star del frodo, del brodo di dado. Iniziamo con un antepasto di moscardini con pinoli, olio, basilico e patate, seguitate coi sublimi spaghetti cacio e pepe, con la matricina in cornucopia di parmigiano, perseverate con l’impareggiabile trippa, con la delicatissima coda alla vaccinara, crema catalana. Non desmentegate di brucare le erbe del loro orto o i ramolacci (cicoria spontanea) che i due padroni vanno a capare personalmente nei prati come antiqui frati. Per me essi sono più che dei semplici lo-candieri, dei sommelieri, dei cucinieri, sono degli amici fidati.
Uno dice bed & breakfast e pensa a un normale camere & cucina. Niente di più sballato, qui si tratta di ville & fucina di sapori. Nella ex magione di Cesare Garboli, a Villa Bianca, alloggi e mangi in un ambiente sobriamente elegante che non esito a definire di pura emozione. Le stanze, i bagni, le sale, la biblioteca, tutto ricorda il recente passato di rifugio di poeti, di intellettuali, di letterati non adulterati dalla moda in voga. Ogni pietra, ogni maiolica, ogni mattonella, sembra un palinsesto, la pagina d’un libro da scrivere, «racconti», le definisce Luigi Veronelli, che ne è un habitué. Connesso, ma con ingresso anche indipendente, c’è il ristorante eno-olioteca La Brilla curato dal giovane Luciano Lissana che mi piace più di Vissana, di quella balzana soubretta della forchetta che sta sempre in tivvù a strologare e tuttologare. Il menù varia continuamente, l’ultima volta che ci andetti mangiai: flan di erbette con vellutata di ceci, gnocchetti su purea di zucca e punte di asparagi al vapore, tagliata di filetto con cipolle brasate al ginepro, cialdine di pistacchio con fragole. In ogni piatto Luciano rivela il suo assoluto rispetto per gli ingredienti usati, ci tiene a raggiungere una delicatezza che è concretezza, una pulizia di sapori che è perizia che ci vizia. La sua cura del particolare è sapienziale, come per l’olio che vuole denocciolato, monocultivar, selezionato con competenza. Altrettanto dicasi per tutto il resto.
Vivien, via Monte Pertica 45, Roma, tel. 06-3735 0433 06-3735 0433
La Brilla, via dei Lombrici 41/c, loc.Lombrici, Cama-iore-Lucca, tel.0584-984-657Il 16 marzo scorso, quattro giorni prima che partisse l’attacco delle forze anglo-americane nell’operazione Iraqi freedom, ricorreva il quindicesimo anniversario di un’immane tragedia, per lo più sconosciuta, quasi ignorata. Avvenuta fuori dai coni di luce degli spot del grande sistema dell’informazione internazionale. Tant’è che nessuna delle immagini che pubblichiamo è divenuta simbolo di un’unanime condanna della comunità internazionale. Eppure è stato il più grande sterminio con armi chimiche della storia. Un’ulteriore abberrante dimostrazione della capacità di uccidere in tempo di «pace». Sono le 11 e 20 di un venerdì, per i curdi giorno di festa. Gli abitanti di Halabja, cittadina del Kurdistan iracheno in prossimità del confine con l’Iran, stanno trascorrendo una tranquilla giornata di riposo. I negozi sono chiusi. Improvvisamente si avverte in lontananza il sordo rumore degli aerei. Pochi secondi dopo due caccia sparano raffiche di mitragliatrice nelle strade e bombardano i confini della città. Vogliono impedire la fuga e costringere la gente a rientrare in casa. Immediatamente dopo arrivano altri due aerei: lanciano sulle abitazioni fogli di carta. La popolazione di Halabja pensa siano i soliti manifestini di propaganda del regime. In realtà servono solo a individuare la direzione del vento. Inizia il lancio dei gas. Colorati di tinte vivaci e profumati, all’arancia, alla mela e alla banana. A ogni odore corrisponde un gas diverso, uno asfissiante che blocca il respiro e devasta i polmoni, uno che brucia la pelle e il terzo che colpisce gli occhi e rende ciechi. Settemila persone vengono colpite, cinquemila muoiono nel giro di pochi secondi, colte dall’impalpabile veleno mortale mentre compiono normali atti quotidiani o nell’estremo tentativo di fuga. Quelli che possono riescono a trovare rifugio in qualche bunker antiaereo e attendono che il vento, quel giorno molto forte, diradi i gas. Quando escono trovano di fronte a loro una scena devastante: le strade, le case sono piene di corpi senza vita, uomini, donne e bambini. Tutte le forme di vita nella città, cavalli, cani, gatti, bestiame, sono cancellate. Nessuno riesce a parlare, c’è un silenzio assordante. Lentamente gli odori di frutta dei gas scompaiono e rimane solo l’odore della morte. La scena che si presenta ai sopravvissuti è simile a una moderna Pompei. Non è però il vulcano, una calamità naturale, ad aver ucciso. La morte arriva silenziosa dall’alto, dagli aerei di Saddam Hussein. Le operazioni di questo terribile genocidio, studiato a tavolino con inumana ferocia, sono dirette da un personaggio assurto in queste ultime settimane alla notorietà internazionale, il cugino di Saddam, Alì Hassan al-Magid, conosciuto col macabro soprannome di «Alì chimico». La strage di Halabja è solo uno degli atti di sterminio perpetrati dal regime di Baghdad contro il popolo curdo. Il più grave, il più devastante per le coscienze, per la dignità dei curdi, ma purtroppo solo uno dei tanti crimini compiuti. I curdi sono oggi circa trenta milioni. Hanno una cultura millenaria, una loro lingua, le loro tradizioni religiose e vivono nella loro terra: il Kurdistan. Un territorio, però, che non corrisponde a nessuna entità statuale autonoma. È diviso tra ben quattro Stati: Iraq, Iran, Turchia e Siria. Sono da sempre oggetto di una repressione continua, incessante. Sono oggetto di umiliazione, spoliazione dei più elementari diritti civili, presi in ostaggio, fucilati, deportati e feriti nella loro identità, nel corpo e nell’anima, da decenni. Convivono con tutto ciò. I bambini, quando sfuggono alla morte, crescono nel terrore. Ma di tutto ciò si sa assai poco. Nessuna manifestazione, di quelle oceaniche che testimoniano l’indignazione delle opinioni pubbliche occidentali, si è svolta negli ultimi anni. La prima occasione acché la questione curda abbia trovato spazio nelle pagine dei giornali o abbia avuto l’«onore» di essere oggetto di dibattito negli organismi internazionali, primo fra tutti l’Onu, è stata la prima guerra del Golfo, nel 1991. Ma è stato in fondo un episodio marginale. Le Nazioni Unite nel frattempo hanno rivolto la loro attenzione a tante situazioni comparabili con quella del Kurdistan, in aree calde del pianeta: Palestina, Libano, Afghanistan, Salvador, Congo, Cipro, Cambogia, Angola, Mozam-bico, Nagorno Karabakh, Moldavia, Abkha-sia, ex Jugoslavia, Somalia, Timor Est. I caschi blu sono stati inviati per compiere operazioni di peace keeping in zone dove erano in corso conflitti. In Kurdistan nulla. Per la forte pressione esercitata da americani e inglesi si è creata la no-fly zone e i curdi si sentono più protetti. Ci sono numerosi progetti di agenzie dell’Onu che aiutano la popolazione prostrata da decenni di vessazioni. Di Saddam i curdi iracheni in fondo non hanno più così paura. Ma nel 1991, la speranza di vedere rovesciato il dittatore è andata delusa e brucia ancora l’abbandono dell’allora presidente George Bush. È questa una delle ragioni della malcelata diffidenza dei principali notabili curdi verso i piani di guerra di Bush jr. Dopo anni di sanguinose faide i leader del Pdk, partito democratico curdo, Massud Barzani, e dell’Upk, l’unione patriottica del Kurdistan, Jalal Talabani, hanno siglato un patto di non aggressione e hanno dichiarato il loro appoggio all’azione militare per rovesciare Saddam. Il bilancio di quasi venticinque anni di regime è terrificante: sono stati sterminati, secondo le stime più accreditate, 200 mila curdi, sono stati distrutti più di quattromila villaggi, rase al suolo duemila scuole, 300 ospedali, 120 chiese. Sono stati creati decine di campi di concentramento e due milioni di curdi hanno subito la deportazione. La diaspora curda è di un’entità difficilmente calcolabile, ma almeno tre milioni hanno dovuto lasciare la loro terra sparsi in tutto il mondo. Halabja oggi, nonostante i benefici della no-fly zone, è minacciata da un altro pericolo incombente: sono gli islamici del gruppo Ansar al-Islam. Finanziati, secondo quanto sostengono i servizi di sicurezza occidentali, sia dall’Iran sia da Baghdad, avrebbero ricevuto armi chimiche dall’Iraq e sarebbero la prova del legame tra Hussein e l’organizzazione di Osama Bin Laden. Il loro leader, il mullah Krekar, alias Najmuddin Faraj, che ha un passaporto norvegese e si nasconde in Europa inseguito da un mandato di cattura internazionale, ha fondato il gruppo nel dicembre 2001 dopo aver combattuto al fianco dei talebani. Halabja per i curdi è simbolo di un lutto indelebile. Non può essere dichiarata lutto nazionale, perché non c’è una nazione. Ma i curdi sanno che è controproducente per la loro causa sostenere la creazione di uno Stato indipendente curdo. Vogliono la creazione di uno Stato federale. La guerra per loro è sinonimo di liberazione. Affinché non ci siano mai più altre Halabja.
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