La grande crisi politica italiana degli anni Novanta ha avuto una ricaduta inattesa: un lungo dibattito, non ancora concluso, sulla storia del Paese durante gli ultimi ottant’anni. Tutto cominciò nel momento in cui Silvio Berlusconi, preoccupato dalla scomparsa delle forze moderate, decise di entrare in politica. Costituì un partito, Forza Italia, e decise di presentarsi alle elezioni. Ma dovette tenere conto di una nuova legge elettorale, approvata durante il 1993, che prevedeva l’assegnazione di tre quarti delle due Camere a deputati e senatori eletti in collegi uninominali. Per non disperdere i voti creò una coalizione composta da due alleanze: con la Lega Nord nei collegi dell’Italia settentrionale e con il partito neofascista (Movimento sociale italiano) nei collegi dell’Italia centro–meridionale. Il leader del Msi, Gianfranco Fini, intravide nell’invito di Berlusconi la possibilità di una definitiva riabilitazione e riuscì, in pochi mesi, a trasformare il suo partito in una nuova organizzazione che fu battezzata Alleanza nazionale. Dopo essersi sbarazzato di una buona parte delle sue tradizioni fasciste il nuovo partito raddoppiò alle elezioni del 1994, con il 13,5% dei voti, il migliore risultato delle elezioni precedenti. Quando costituì il suo primo governo Berlusconi dette a un esponente di An, Giuseppe Tatarella, la vice presidenza. La presenza dei «fascisti» in un governo italiano suscitò critiche e riserve, anche all’estero, ma il successo elettorale dimostrò che la decisione di Berlusconi e la svolta di Fini erano condivise da una parte considerevole della società italiana. Si aprì allora, soprattutto per iniziativa del leader di Alleanza nazionale, un dibattito storiografico che aveva evidenti scopi politici. La destra ex fascista cominciò a parlare più liberamente del proprio passato. Riconobbe la politica illiberale del regime di Mussolini e ne sconfessò, in particolare, le leggi razziali. Ma pretese il riconoscimento delle motivazioni ideali e nazionali dei «ragazzi di Salò», vale a dire dei giovani che avevano accettato, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e la costituzione della Repubblica sociale italiana, di continuare a combattere con i tedeschi. Alcuni leader della sinistra accettarono la discussione e qualcuno si spinse sino a sostenere la necessità che gli italiani, a cinquant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale, avessero memorie comuni e un passato «condiviso», vale a dire una concezione della storia in cui ciascuno avrebbe coltivato i propri ricordi senza subire le scomuniche e gli interdetti della parte opposta. Fu subito chiaro tuttavia che la sinistra non era disposta a rilasciare una generale «assoluzione». Era pronta a «comprendere», ma non intendeva rinunciare alla propria superiorità morale e non mancò di ribadire che i «ragazzi di Salò» avevano commesso due gravi errori etico-politici: avevano fatto una scelta antidemocratica e avevano accettato di militare nelle forze di un regime che era, di fatto, asservito, a una potenza straniera. I «post-fascisti» non mancarono di replicare, naturalmente, che anche la Resistenza comunista era stata antidemocratica e asservita a una potenza straniera. Ed è probabile che molti italiano riconoscano ai comunisti, per la parte che essi hanno avuto nella guerra di guerriglia fra il ’43 e il ’45, un brevetto di patriottismo. Il dibattito presenta comunque due caratteristiche apparentemente paradossali. In primo luogo i protagonisti sono tutt’al più gli eredi di coloro che si sono combattuti durante la guerra civile, vale a dire uomini e donne che non hanno avuto in quegli eventi, salvo qualche rara eccezione, alcuna parte. In secondo luogo il dibattito fu sin dall’inizio una discussione «accademica» tra forze che, pur non perdendo l’occasione per insultarsi e condannarsi, accettano di convivere nello stesso Parlamento e di collaborare ogni giorno, nei loro rispettivi ruoli, al governo del Paese. La posta del dibattito, in altre parole, non è la delegittimazione dell’avversario, ma, come avrebbe detto Clausewitz, una specie di «continuazione della politica con altri mezzi». Per meglio comprendere le ragioni di questa bizzarria italiana è utile, forse, un confronto con un Paese, la Germania, che ha fatto in parte esperienze analoghe.
Alla fine della seconda guerra mondiale vi fu in Germania un vuoto politico. Il Reich era morto e non esistette, sino al maggio 1949, uno Stato tedesco. Nei quattro anni che intercorrono tra la sconfitta e la nascita della Repubblica federale, le potenze occupanti amministrarono un Paese senza governo e proseguirono una sorta di guerra giudiziaria contro la direzione politica e l’apparato politico-amministrativo dello Stato sconfitto. Quella parentesi istituzionale fu certamente provocata dai dissensi fra le potenze vincitrici sul futuro della Germania; ma fu altresì, nelle intenzioni degli Alleati, una sorta di lavacro da cui sarebbe emersa un nuova nazione. Ciò non impedì che una parte della vecchia classe dirigente tedesca riuscisse a sopravvivere tra le pieghe del nuovo sistema politico e soprattutto che la Bundesrepublik venisse trattata per molti anni con sospetto e diffidenza. Ma la cesura tra il vecchio e il nuovo Stato fu netta e resa ancora più evidente dal lungo interregno tra le due Germanie. La situazione italiana fu alquanto diversa. Gli uomini che stipularono un armistizio con gli Alleati e dichiararono guerra alla Germania il 13 ottobre 1943 erano gli stessi che negli anni precedenti avevano sottoscritto l’alleanza con il Terzo Reich e combattuto con la Wehrmacht in Africa, nei Balcani e in Russia. Potevano certamente rivendicare il realismo della loro decisione, ma non potevano salire su una cattedra morale e condannare un regime in cui avevano avuto - si pensi in particolare al caso del maresciallo Badoglio - cariche direttive. Di lì a poco, dopo la liberazione di Mussolini, l’Italia si divise in due Stati che combatterono, all’interno del grande conflitto mondiale, la loro personale guerra civile. Coloro che si schierarono per l’uno o per l’altro lo fecero in buona parte sotto la spinta di considerazioni pratiche e contingenti. Chi era nel Regno del Sud, in zone occupate dagli Alleati, ebbe il sentimento che la partita fosse ormai conclusa. Chi era al Nord dovette convivere con il nuovo regime fascista e continuare a lavorare, per quanto possibile, con coloro da cui dipendeva la sua esistenza. Gli industriali conclusero accordi con i tedeschi per pagare il salario dei loro dipendenti e cercare d’impedire, in alcuni casi, che le loro macchine venissero trasportate in Germania. I più giovani furono costretti a prendere decisioni difficili: vestire l’uniforme della Repubblica sociale, unirsi alle formazioni partigiane che si stavano costituendo in alcune parti del territorio, fuggire in Svizzera, nascondersi? La maggior parte della popolazione non ebbe altro obiettivo fuor che quello di sopravvivere. Una minoranza, tuttavia, sentì l’obbligo di scegliere e lo fece generalmente sulla base di due opposte concezioni dell’onore. Coloro che accettarono l’armistizio si sentirono vincolati dalla fedeltà al re e, nel caso dei militari, dal giuramento prestato al sovrano. Coloro che rifiutarono l’armistizio e salutarono con entusiasmo il ritorno di Mussolini in Italia, credettero di essere fedeli a un’altra lealtà - quella verso il regime fascista - e al patto di alleanza che il loro Paese aveva concluso con la Germania. La guerra fu civile perché ebbe per materia del contendere un valore comune e indivisibile - l’onore - di cui ciascuna delle due parti dava una interpretazione diversa. La questione fu ulteriormente complicata al Nord da un’altra «guerra civile» che covò sotto la brace durante i diciannove mesi della Repubblica sociale italiana: quella tra i fascisti moderati e i fascisti rivoluzionari. Vi era sempre stata, nel Partito nazionale fascista, un’ala radicale che aveva inutilmente atteso, dopo l’ottobre del 1922, la «seconda ondata» e aveva mal tollerato la deriva borghese del regime negli anni del grande consenso. Alcuni di essi erano eredi dei sindacalisti rivoluzionari e altri avevano convinzioni non troppo lontane dai comunisti che Giovanni Gentile, nel discorso pronunciato in Campidoglio il 24 giugno 1943, aveva definito «corporativisti impazienti». Per questi fascisti la costituzione della Repubblica sociale fu una grande occasione. Avrebbero finalmente creato uno Stato fondato sul lavoro, espropriato i «capitalisti», socializzato le grandi imprese, garantito la partecipazione dei lavoratori agli utili delle aziende. L’ala rivoluzionaria ottenne due successi: la Carta di Verona, approvata da un congresso del partito a Verona nel novembre del 1943, e un grande processo, celebrato nel gennaio dell’anno seguente, contro i «traditori» del Gran Consiglio, vale a dire contro coloro che avevano votato l’ordine del giorno di Dino Grandi e messo in minoranza il capo del governo. Ma dovette continuamente scontrarsi nei mesi seguenti contro una tacita alleanza tra gli industriali e i rappresentanti della Germania in Italia. Ai primi premeva salvare le imprese e il loro diritto di proprietà; ai secondi premeva evitare che il sistema produttivo dell’Italia del Nord venisse turbato da un clima rivoluzionario. Il fascismo radicale continuò tuttavia a rappresentare, sino alla fine, una componente significativa della Repubblica sociale, e lo stesso Mussolini, negli ultimi mesi del regime, concepì un piano, alquanto velleitario, che gli avrebbe permesso di consegnare la valle del Po ai suoi vecchi compagni del partito socialista. Terminata la guerra, le contraddizioni della società italiana divennero col passare del tempo sempre più evidenti. Gli esuli e gli antifascisti rimasti in patria erano una piccola minoranza. La maggioranza si componeva di uomini e donne che avevano creduto nel regime e si erano compiaciuti dei suoi successi, ma lo avevano abbandonato, generalmente intorno al 1942, allorché si erano accorti che la guerra, per l’Italia, era già perduta. Il tentativo di epurare la pubblica amministrazione, le forze armate e le categorie economiche apparve rapidamente pericoloso e velleitario. Parzialmente riabilitata dagli Alleati, l’Italia, a differenza della Germania, ebbe rapidamente il diritto di governare se stessa. Chi avrebbe amministrato il Paese? Chi avrebbe prodotto i beni di cui aveva bisogno per nutrirsi e riparare i danni provocati dal conflitto? E, soprattutto: chi avrebbe avuto il diritto di sedere in giudizio e pronunciare condanne contro i propri connazionali? Soltanto una rivoluzione avrebbe permesso di mandare a casa la vecchia classe dirigente. Ma il Paese ne sarebbe stato sconvolto e sarebbe divenuto teatro, probabilmente, di una nuova guerra civile. Né gli alleati occidentali, né la Chiesa, né la Democrazia cristiana di Alcide De Gasperi erano disposti a tollerare una tale prospettiva. Realizzata in quelle circostanze l’epurazione sarebbe stata - e tale fu effettivamente nei primi mesi dopo la fine della guerra - una decimazione. Venne deciso di chiudere quel capitolo, richiamare in servizio i vecchi funzionari e permettere che la magistratura riabilitasse i maggiori esponenti del regime fascista. Riapparvero così a Roma, fra gli altri, Giuseppe Bottai, Luigi Federzoni, Filippo Anfuso, il maresciallo Graziani e, qualche anno dopo, Dino Grandi. Persino i comunisti si accorsero che le «purghe» in Italia erano impossibili. Nel giugno del 1946, mentre era ministro della Giustizia del governo De Gasperi, Palmiro Togliatti promulgò una amnistia generale per tutti i reati politici. Non basta. Mentre le leggi vietavano la ricostituzione del partito fascista, la democrazia italiana chiuse un occhio e permise ad alcuni esponenti della Repubblica sociale italiana di costituire un partito - il Movimento sociale italiano - che fu definito eufemisticamente «nostalgico». Il governo fece al tempo stesso un significativo gesto simbolico: restituì la salma di Mussolini alla sua famiglia e permise che egli venisse seppellito in una cripta del cimitero di Predappio, in Romagna, dove i fedeli ebbero il diritto, da allora, di rendergli omaggio. Con una sorta di pragmatismo amorale gli italiani non esitarono a proclamarsi antifascisti, ma pretesero e ottennero che nessuno facesse un processo alle loro colpe individuali. Fu concluso, in altre parole, un patto di scambio: il Paese avrebbe adottato una verità ufficiale - l’antifascismo - e gli antifascisti avrebbero avuto il diritto di pronunciarne i dogmi ex cathedra. Ma i fascisti avrebbero avuto il diritto di esistere, di sedere in parlamento e di coltivare le loro memorie. Si trattò tuttavia soltanto di un armistizio che lasciava insoluti i maggiori problemi della storia italiana dalla fine della Grande guerra alla fine della seconda guerra mondiale. Il dibattito degli scorsi mesi non si sarebbe aperto probabilmente se le convenienze politiche non avessero troncato sul nascere, cinquant’anni prima, l’esame di coscienza degli italiani.
Ricominciata mezzo secolo dopo la discussione ha luogo, tuttavia, in condizioni alquanto diverse. Dopo la morte dell’Urss e il miserevole crollo dell’ideologia comunista, la sinistra comunista o post-comunista ha perduto alcune delle sue argomentazioni originarie ed è costretta, come ho già detto, a puntare soprattutto sul valore patriottico e nazionale della Resistenza fra il 1943 e il 1945. La tesi, quindi, è oggi la seguente: la Resistenza, anche quando si ispirò a ideali comunisti, fu patriottica; mentre la Repubblica di Salò fu sempre, anche quando pretese di difendere l’onore nazionale, asservita a una potenza straniera. A me sembra invece che la scelta, per l’ala più radicale e aggressiva del fascismo repubblicano, fu anzitutto ideologica. Molti fascisti di Salò erano certamente consapevoli delle condizioni servili del nuovo regime di Mussolini. Ma le accettarono nella speranza di potere realizzare in tal modo lo Stato dei loro sogni. L’ideologia fu in quel momento più importante della patria; o, per meglio dire, la patria dei fascisti di Salò fu l’ideologia. I primi a comprenderlo avrebbero dovuto essere i comunisti. Quando scoppiò la prima guerra mondiale, Lenin, allora a Zurigo, vide nel conflitto la prospettiva di una gigantesca guerra civile da cui il proletariato sarebbe uscito vincitore. Più tardi un comunista intelligente, ricco, enigmatico e scaltro - Aleksandr Gelfand, meglio noto con il nome di Parvus - concepì una strategia spregiudicata e offrì al governo della Germania, per meglio combattere l’impero zarista, la collaborazione dei rivoluzionari russi. Incoraggiato dai suoi interlocutori tedeschi, prospettò il suo piano a Lenin nel maggio del 1915 e lo trovò apparentemente riservato, schivo, riluttante. Ma all’origine di quella fredda accoglienza vi era probabilmente, nel leader bolscevico, il timore che Gelfand assumesse in tal modo il controllo del movimento socialista. Nella sostanza Lenin accettò senza esitare la collaborazione con i tedeschi e si servi di altri canali per mantenere, negli anni seguenti, i contatti con Berlino. Parvus gli fu indispensabile, tuttavia, dopo la rivoluzione di febbraio quando il leader bolscevico, impaziente di tornare in Russia, dovette ricorrere alla sua intelligenza e ai numerosi contatti che egli aveva stabilito negli anni precedenti con la diplomazia del Reich. Fu Parvus quindi il regista del viaggio che cominciò a Zurigo nel pomeriggio del 9 aprile 1917 e si concluse alla stazione di Finlandia, a Pietrogrado, nella serata del 16 aprile. Con la benedizione del governo e dello stato maggiore tedeschi, Lenin e i suoi compagni - in tutto trentadue persone fra cui diciannove bolscevichi, sei membri del Bund (l’organizzazione del socialismo ebraico) e tre seguaci di Trockij - attraversarono la Germania, la Svezia e la Finlandia. Sette mesi dopo il capo della frazione bolscevica del partito socialdemocratico russo (ribattezzato ormai «partito comunista») avrebbe annunciato al mondo, dalla tribuna dello Smol’nyj, l’avvento della prima rivoluzione socialista. Per tornare in patria e partecipare personalmente alle vicende politiche del suo Paese, Lenin non esitò a contrarre un debito con una grande potenza straniera. Conosceva, naturalmente, gli obiettivi della politica tedesca, ma ritenne che imperialismo e comunismo potessero fare insieme un tratto di strada.
Il momento in cui l’ideologia ebbe definitivamente il sopravvento su qualsiasi altra considerazione e sembrò persino smentire la strategia rivoluzionaria della socialdemocrazia russa, venne agli inizi del 1918 quando Lenin capì che soltanto la pace con la Germania avrebbe permesso ai bolscevichi di consolidare il potere. Mentre tutti i suoi maggiori collaboratori rifiutavano le condizioni di pace proposte dai tedeschi, Lenin non esitò ad accettarle. Era convinto - scrive Richard Pipes nel suo grande libro sulla «Rivoluzione russa» - che i contadini, se la guerra fosse continuata, si sarebbero ribellati al governo socialista e l’avrebbero rovesciato. Per vincere nel mondo, sostenne Lenin, occorreva anzitutto vincere in Russia. Anche i tedeschi tuttavia avevano un disegno strategico di lungo respiro. Non intendevano soltanto chiudere la partita sul fronte russo e gettare le loro truppe sul fronte occidentale. Volevano rimodellare l’Europa orientale. Avrebbero distrutto l’impero zarista, creato nuovi Stati - l’Ucraina, la Finlandia, le repubbliche del Baltico, la Georgia - e fatto della Russia uno «Stato cliente», destinato ad alimentare con le sue grandi risorse la formidabile macchina dell’economia germanica. Il trattato di Brest Litovsk, quindi, non fu soltanto un semplice accordo di pace. Fu la pietra di fondazione del nuovo ordine tedesco nell’Europa centrorientale. E il conte Wilhelm von Mirbach non fu soltanto il rappresentante diplomatico della Germania a Mosca dopo il trattato di Brest. Fu il proconsole della potenza vincitrice, incaricato tra l’altro di sovrintendere all’esecuzione degli impegni economici che la Russia sovietica aveva assunto con la pace di Brest. Fu quella del resto la ragione per cui i socialisti rivoluzionari lo uccisero nella sede dell’ambasciata tedesca il 6 luglio del 1918. Ritenevano che la politica tedesca di Lenin avesse pregiudicato l’unico obiettivo - la rivoluzione mondiale - a cui il nuovo Stato avrebbe dovuto consacrare ogni suo sforzo, e sperarono che l’assassinio di Mirbach avrebbe riaperto le ostilità. Il loro complotto fallì e Lenin riprese in mano, nelle ore seguenti, il controllo della situazione. Ma l’intero stato maggiore sovietico - Cicerin, Dzerzhinskij, Sverdlov e lo stesso Lenin - dovettero avvicendarsi all’ambasciata di Germania per esprimere le loro condoglianze e promettere che i responsabili sarebbero stati puniti. Il leader bolscevico permise quindi che la Russia sovietica fosse per alcuni mesi, di fatto, l’alleato della Germania guglielmina. La storia, qualche mese dopo, lo tolse d’imbarazzo liberandolo dal rapporto servile che egli aveva stretto con i tedeschi. Ma in una fase incerta, allorché nessuno poteva prevedere l’esito del conflitto, Lenin non esitò a sacrificare, in nome della rivoluzione, una larga parte della sovranità nazionale. L’ideologia e i compromessi che le circostanze imponevano alla strategia rivoluzionaria furono più importanti ai suoi occhi di qualsiasi altra considerazione. Non sarebbe giusto riconoscere al fascismo rivoluzionario di Salò le stesse attenuanti? Il Pci considerava il fascismo un «concorrente», non era disposto a concedergli l’onore delle armi e non volle mai ammettere le motivazioni ideologiche dei suoi avversari. Ma ammise, di fatto, una certa consanguineità e accettò di stabilire contatti, dopo la fine della guerra, con un gruppo di reduci fascisti, riuniti intorno a una rivista (Pensiero nazionale), diretta da un vecchio fascista impenitente, Stanis Ruinas. La storia di quei contatti e dei finanziamenti che il Pci assicurò alla rivista è stata raccontata in un libro di Paolo Buchignani apparso nel 1998 presso Mondadori (Fascisti rossi. Da Salò al Pci, la storia sconosciuta di una migrazione politica 1945-53). Potremmo ricordare un altro caso in cui l’ideologia ebbe il sopravvento sul concetto di sovranità nazionale. Quando il maresciallo Pétain divenne capo dello Stato nel 1940, Charles Maurras, fondatore dell’Action française, salutò il suo avvento come una «divina sorpresa». Non fu il solo. Il dolore della sconfitta fu mitigato, per molti francesi, dalla speranza che il nuovo Stato avrebbe creato una Francia nuova e antica, rigorosa, austera, cattolica, patriarcale, corporativa, purgata infine dal parlamentarismo verboso e dall’individualismo liberale che avevano inquinato la Terza Repubblica. Come nel fascismo sociale di Salò anche nella Révolution nationale del vecchio maresciallo confluirono avventurieri, opportunisti, mercenari e profittatori. Ma all’esperimento di Pétain credettero per un certo periodo anche uomini intelligenti che avrebbero lasciato un segno o un ricordo di sé nella storia del loro Paese, da François Mitterrand a Maurice Couve de Murville, da Angelo Tasca a Jacques de Largardelle, da Jean Luchaire a Robert Brasillach. Nessuno di essi ignorava che la Francia di Pétain sarebbe stata il satellite della Germania hitleriana. Qualcuno tuttavia si ostinò a pensare, sino alla fine, che l’ideologia contasse in quel momento più della sovranità nazionale e che la strada del riscatto passasse attraverso il rinnovamento morale della patria. Credo che da questi esempi possa trarsi una lezione di carattere generale. Il patriottismo non è un concetto puro, una religione della terra e del focolare, scevra di connotazioni ideologiche. La patria che noi amiamo è quella in cui vorremmo assistere alla realizzazione dei nostri ideali: la grandezza, il potere, la gloria l’eguaglianza, la fraternità, la condivisione di alcuni valori religiosi o morali. Per i repubblicani italiani, dopo l’Unità, quella dei Savoia non fu «patria», ma il frutto di conquista e annessione di territori. Il Risorgimento divenne così, nella vulgata storiografica di una parte della società politica, una «rivoluzione incompiuta», e ancora oggi molti italiani rifiutano di accettare l’eredità di quella storia nazionale in cui la dinastia dei Savoia ebbe un ruolo decisivo. Molte correnti eversive delle società europee - soprattutto in Germania e in Italia - sono ispirate dalla convinzione che il loro Paese, per il modo in cui è governato e per le classi che vi esercitano il potere, non possa considerarsi «patria». Pur di vivere in un Paese conforme alle loro convinzioni ideali molti sono pronti ad accettare rinunce che paiono a tutta prima incompatibili con il concetto di patria: l’abbandono di alcuni territori, la limitazione della sovranità nazionale. Patria è quindi una parola ambigua, usata spesso nella speranza di mettere in imbarazzo l’avversario. Il dottor Johnson disse a James Boswell il 7 aprile 1775 che «il patriottismo è l’ultimo rifugio dei mascalzoni». Potremmo dire, più benevolmente, che è spesso la trincea su cui i politici in difficoltà amano combattere le loro battaglie