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Il nostro cinema così conservatore...

La produzione, gli autori, i critici, il passato e il futuro, il confronto con l’estero...
Così Carlo Macchitella, direttore di Rai cinema, giudica i nostri film
di Claudio Trionfera

Liberal n. 20 - Ottobre-Novembre 2003

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cop20_th  
Un saggio sul cinema italiano. Con la formula dell’intervista a renderlo più leggero e meno schematico, in un percorso molto ampio che serve, da una parte a rifare un po’ di storia, dall’altra a guardare verso il futuro sulla scorta di un presente tutto luci e ombre. Così Carlo Macchitella, dal ’99 direttore generale di Rai Cinema, tenta un’analisi non indolore del cinema italiano, per la verità fuori da ottiche di parte e con un approccio stilistico assai dinamico. Una vivacità che si deve, al di là dei contenuti, a quel sistema di domande-risposte capace di contenere in termini sintetici anche i concetti più complessi. Un libro di gradevole lettura, perciò, oltre l’indiscutibile interesse dei temi che tratta. A partire dal concetto di film «secondo Macchitella»: una casa che ha bisogno «dell’architetto, dell’ingegnere, del geometra e degli operai. E di qualcuno che acquisti l’area su cui edificare e vi investa a sufficienza». Un’immagine che aderisce al modello di cinema come industria che pare scontato ma che, in Italia, sta trovando solo adesso una collocazione, affidato in buona parte fino a ieri al dominio dell’autore e delle sue istanze rispetto alle esigenze di mercato. Di qui l’importanza della coproduzione come «strada principale verso la giusta commistione di elementi». Non è un caso che questo aspetto costituente e strutturale del film figuri fra i punti di partenza del discorso complessivo, teso anche a risolvere il dubbio schizofrenico e ricorrente fra crisi e rinascita del cinema italiano.
Se si parla di stasi produttiva viene tirato in ballo il rapporto da «fratelli coltelli» fra cinema e televisione; così come sulle profonde differenze fra il cinema del sogno e quello della realtà si può giocare una partita decisiva per il futuro. Sono altri due capitoli che esprimono a sufficienza l’intento analitico del saggio-intervista, che si sofferma via via più a lungo, in termini di approfondimento, sulle relazioni non facili tra cinema e tv, sul ricordo dell’età dell’oro neorealista, sulle nuove frontiere produttive rappresentate dai «colossi» Rai e Medusa e sulla loro genesi. Non viene trascurato neppure uno sguardo oltre confine: dall’Europa agli Stati Uniti i motivi di confronto con la nostra cinematografia non mancano ma il conservatisimo culturale nel cinema italiano rende difficile un allineamento immediato a certi moduli di crescita presenti all’estero. Del resto neppure la critica cinematografica, da noi, è riuscita ad adeguarsi. Anzi. Sui critici - prigionieri del «partito preso» e del rifiuto a qualsiasi titolo dell’aspetto commerciale del film - Macchitella non è affatto tenero: non servono più neppure da stimolo all’autore, sostiene; addirittura, in molti casi e in un determinato periodo storico, «l’atteggiamento autoreferenziale della critica e degli autori ha avuto conseguenze devastanti». Impossibile, in uno spazio limitato, solo citare tutti i punti toccati dal libro. Basterà dire dell’esauriente articolazione tematica, se è vero, come è vero, che Macchitella non si risparmia nemmeno sulle tecnologie nuovissime, sul digitale, sugli orizzonti diversificati della fruizione, sull’intervento dello Stato. Non escluso il tanto dibattuto Reference system.

Carlo Macchitella, Nuovo Cinema Italia - Conversazione con Marianna Rizzini, Marsilio, 155 pagine, 10 euro
 

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