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Un flaneur appassionato a spasso nell’arte

Da Nicola Pisano a Canova: veri e propri racconti, pieni di emozione, gli articoli
di Giuliano Briganti pubblicati su “Repubblica” e ora raccolti in volume
di Marco Vallora

Liberal n. 20 - Ottobre-Novembre 2003

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Sì, forse è la levità, che giustamente Eugenio Scalfari, nel suo amichevole introibo, Un ricordo, definisce «mercuriale». Sì, forse è proprio la levità - sempre acuta e sorridente, anche quando in fondo sa indignarsi - è quella, la qualità che più ci viene incontro, in questo ancora colloquiante, affabile, «vivo» centone di Racconti di storia dell’arte. Titolo azzeccatissimo di questa raccolta di scritti, comparsi su Repubblica, ma che non ha nulla di quelle collezioni flosce e stanche di articoli disparati, vendemmiati per esigenze universitarie. Perché «sotto» c’è sempre, a collegarli, la passione da flaneur dentro l’arte, di Briganti. Che cammina disinvoltamente in mezzo a classici come Tiziano, Velazquez o Rembrandt, o a sue passioni eccentriche, come Lelio Orsi o Elsheimer, Vouet o Subleyras. Anche perché lui era felice, ogni volta, di lasciarsi sedurre dall’occasione propizia, galeotta. E la «vivezza» di questi scritti, in cui lui si concede d’accompagnarsi all’oscuro amico-lettore, e gli sussurra all’orecchio curiosità e conoscenze (per non disturbare l’ottusità del visitatore frettoloso, che compiange), consiste proprio nella gioia della scoperta e della «visita» fisica, quasi letteralmente «raccontata», alle carne della pittura (viene in mente il proustiano Bergotte, che durante una «visita» a Vermeer, ne muore, tanto è forte l’emozione. Altro che sindrome di Stendhal!). Così abbiamo l’impressione letteraria di vederlo ancora entrare, intrattenersi alla soglia con la mascherina dei biglietti, iniziare il suo cammino di scoperta e quieta rivelazione. Quando va a visitare una mostra su un tema a lui così caro, come il Manierismo, avverte: «Vorrei però tenermi lontano, in questa sede, dalle fastidiose e non facilmente trasmettibili delizie dell’attribuzionismo, evitare il viaggio noioso nella savana delle diverse opinioni». Ecco, l’altro dono, era proprio il terrore di provare e ingenerare la noia, che salta via dai suoi scritti, come una pulce urticata. Licenziando un precedente volume, aveva infatti ammesso: «Visitare una mostra è stata sempre per me una fonte di profonde emozioni: non solo, ma ha significato anche una richiesta di risposte immediate, dirette, improvvisate lontano dai libri, in presenza delle opere». Il piacere fisico della «vita», contro quello frigido dei libri, che pure tanto l’hanno nutrito. E non stupisce che una delle parole-chiave che qui ritorna, se non con insistenza, con intensità, è quella di «commozione». Vivaddio un critico (chissà se chiamarlo ancora crociano, o longhiano) che sapeva non soltanto provare emozione e commozione, davanti a un quadro, ma che aveva anche il coraggio e l’arte, seduttiva, di comunicarlo, «tradurla» al suo lettore. «Un punto vivo da cui partire». A parte la gioia vera e il piacere raro che questo baedeker (da Nicola Pisano a Canova) ci comunica, bisogna anche confessare che provoca uno sgomento lancinante, facendoci riflettere che soltanto pochi anni fa i giornali potevano concedersi tanta ricchezza e libertà (dov’è finito oggi tutto questo spazio benedetto?). Figurarsi: chi gli concederebbe, oggi, quei due pezzi due, perfidi, contro Palazzo Grassi e il manipolo di manifatturieri critici, per la finta-mostra di Arcimboldi! Briganti ringrazia Scalfari (un direttore che legge il suo critico d’arte! Un abominio, rapportato all’oggi!!) perché gli ha insegnato che «in sette otto cartelle» si può esaurire un argomento d’arte! E non sta scherzando: setto o otto! Che fine avrebbe fatto oggi, quando i caposervizi ti chiedono, per carità, di «non» vedere le mostre, per sbrigare tutto in una cartellina e «bruciare» in anticipo la concorrenza? Forse avrebbe sparato.

Giuliano Briganti, Racconti di storia dell’arte. Dall’arte medievale al neoclassicismo, Skira, 212 pagine, 24 euro
 

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