Scrivo di calcio perché il calcio è memoria, sentimento, recupero della giovinezza, letteratura. La mia infanzia brasiliana venne scandita, avvolta dalle fiabe di Monteiro Lombato e dai dribbling poetici di Mané Garrincha e Ademar Pantera. In Italia, scoprii il fascino socio-culturale della Juventus, nelle prose di Arpino, Soldati, Stefano Jacomuzzi, Bruno. A casa, da solo, o con mio fratello minore Fabrizio, giocavo ai pirati della Malesia (il mio Salgari!) e al derby Juve-Toro, io facevo Anzolin e Menichelli, lui Vieri e Nestor Combin. Le sedie della cucina diventavano le porte, poi, la sera, ci scambiavamo le figurine Panini: che fatica per trovare Gino Stacchini del Mantova... Scoprivo Radiguet e invidiavo Tom Sawyer e Huck Finn, la mia prima partita allo stadio Comunale fu Italia-Argentina 3-0, 22 giugno 1966, doppietta di Ezio Pascutti del Bologna e rete del folletto Gigi Meroni, l’ala destra romantica. Nei parterre seguivo le movenze di quei miei idoli in maglia azzurra.
Di lì a poco, la Nazionale di Mondino Fabbri avrebbe conosciuto l’umiliazione della Corea del Nord al mondiale inglese. Quella rete di Pak Doo Ik diventò una malinconica icona. Gianni Brera, dal suo scranno, promise di non scrivere più di football: cambiò idea, e meno male. Per raccontarci così di Rombo di Tuono e del Feroce Saladino, seguito dal Vecio e da Petruzzu di Giovanni Arpino. Perché il pallone sapeva narrare storie grandi e piccole, inventare iperboli, metafore, paradossi. I presidenti erano i Padroni del Vapore, gli allenatori gente di campo, palla avanti e pedalare, Maurizio Cucchi poetava la sua prima volta a San Siro al fianco del padre e ancora echeggiava «il portiere caduto alla difesa» di Umberto Saba. Il Brasile dominava il mondo e la fantasia, Pelé era il re del prato, al suo fianco ricamava finte e disperazione Garrincha, mentre Nilton Santos scendeva lungo la fascia di competenza e sembrava sfiorare le nuvole e le stelle. Bei tempi, tempi perduti, tempi del sogno e dell’innocenza, dove potevamo delirare per una parata di Piazzaballa o per un gol al volo di Pierino Prati. Dove, sui campi che erano ancora campi, potevamo giocare per ore e ore, sordi al richiamo delle madri. Solo il tintinnare della sera ci riportava nella quiete domestica, a recuperare, non senza affanno, la geometria e la storia.
Che bello scoprire che il mio insegnante di educazione fisica era Angelo Caroli, che giocò nella Juve al fianco di Sivori e Charles. Ci piaceva prendere le note di demerito soltanto per avere la sua firma sul diario! Cominciò da ala per finire terzino: per noi era un mito. Oggi Caroli scrive romanzi e poesie, dopo una vita trascorsa nel giornalismo sportivo. Con la sua serietà, la sua eleganza, la sua gentilezza. Con la sua capacità di «leggere» l’incanto di una partita. Con le sue parole giuste, mai banali. Sì, calcio «mistero senza fine bello». Non smetterò mai di seguirlo, amarlo, cantarlo. Così come fece Vladimiro Caminiti, che con i suoi polpastrelli ingobbiti faceva volare, alla perfezione, aggettivi alla Borges e portieri dal baffo circasso.