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I destini incrociati di Fiat e Alfa Romeo

La storia delle due case automobilistiche raccontata in due libri
(da Gino Scotti e Daniele Pellegrini). Vicende diverse ma ora imprevedibilmente intrecciate
di Paolo Malagodi

Liberal n. 20 - Ottobre-Novembre 2003

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Due libri di identico formato e usciti con gli stessi tempi, ma di taglio assai diverso, pur se riferiti a vicende che si intrecciano fortemente: quelle di Fiat e Alfa Romeo. In un’analisi sulle difficoltà del maggiore gruppo industriale italiano (Gino Scotti, Fiat, auto e non solo, Donzelli editore, 198 pagine, 10 euro), l’autore si giova dell’essersi occupato a lun-go di studi economici nel gruppo Fiat. La sua ricerca scava così nei documenti di bilancio, seguendo l’evoluzione di strategie aziendali che si intersecano, a diversi livelli, con le scelte patrimoniali della famiglia Agnelli e il libro scorre oltre cent’anni di storia Fiat, dalla nascita nel 1899. Ma l’attenzione è incentrata sul periodo che va dal 1980 a oggi, un intervallo di tempo che ha visto molte dispute tra sostenitori della concentrazione e assertori della diversificazione, alla ricerca di soluzioni sulla questione del suo core business automobilistico, rispetto a diverse strategie finanziarie spesso poste in stato di accusa. Ma, al riguardo, il lavoro di Scotti propone la tesi opposta: non è stato l’eccesso di diversificazione a portare il gruppo Fiat alla crisi attuale, ma piuttosto il convincimento di poter competere in un ambito come quello dell’auto, sempre più riservato a colossi mondiali, mantenendo il controllo proprietario attraverso una struttura di capitalismo familiare. Al punto che, secondo l’autore, la radice delle difficoltà attuali è rappresentata «più dal troppo amore che dal troppo distacco verso quel prodotto che come nessun altro incarna l’identità del marchio aziendale. Ancora oggi sono gli automobili, come li chiamava un secolo fa il vecchio senatore Agnelli, a segnare immancabilmente, nel bene e nel male i destini della Fiat». Sull’evoluzione dei quali un ruolo decisivo è attribuito a un marchio leggendario, di nuovo al centro della scena automobilistica perché, sostiene il giornalista Daniele Pellegrini, l’Alfa Romeo «rimane un patrimonio di immagine e di cultura tecnica, vivacissimo e attualissimo, capace di smuovere entusiasmi e interessi, condizionare strategie e diventare la bandiera di progetti ambiziosi». Il tutto raccontato in un libro (La vendetta dell’Alfa Romeo, Orme editori, 184 pagine, 14,50 euro) di scorrevole lettura che ripercorre, con ricchezza di aneddoti, la storia del marchio che nacque nel 1910 come sigla della «Anonima Lombarda Fabbrica Auto-mobili», con la successiva aggiunta del cognome di Nicola Romeo, che nel 1915 aveva rilevato l’azienda in difficoltà finanziarie. Ripresentatesi nel 1933, quando l’Alfa Romeo confluì nel portafoglio dell’Iri per essere nel 1986 ceduta, dopo una prima trattativa con la Ford, al gruppo Fiat. Nel cui contesto ha saputo mantenere pressoché integro il proprio bagaglio di fama e «tra convinzione e boutade - annota causticamente Pellegrini - c’è qualcuno che ama dire che la prova più clamorosa della forza del marchio Alfa Romeo e della sua inossidabilità sta nel fatto che tutto questo sia sopravissuto alla cura Fiat». Tant’è che, nella particolare situazione del gruppo torinese, l’Alfa Romeo rappresenta un patrimonio pronto per essere utilizzato con successo in qualsiasi strategia di rilancio e capace di contribuire in modo determinante «al salvataggio dei suoi salvatori: niente male per un’azienda che ne ha viste di tutti i colori».
 

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