Qualche anno fa si riunirono in una bella città costiera in provincia di Chieti, quella Vasto (o «il Vasto», come si dovrebbe dire) celebre per essere stata feudo dei marchesi d’Avalos, alcuni studiosi, intellettuali e professionisti ostinatamente «fuorischemi», che elaborarono e presentarono nel 1997 un ambizioso Manifesto del postmodernismo italiano fiero di proclamare una «cultura delle differenze», di rivendicare una politica che non fosse ancella di un’economia a sua volta asservita alla tirannia finanziaria, di considerare la cultura anzitutto come «luogo di libertà» e area in cui tutti debbono rimettersi di continuo in discussione, di tendere come primario obiettivo a una bonifica del linguaggio in grado di mascherare il politically correct e di battere in breccia il «pensiero unico», di opporsi alla frantumazione del sapere e a tutte quelle «culture della resa» attestate su forme di minimalismo che conducono a negare qualunque possibile dimensione intelligibile di Vero, di Bene e di Bello, di rivendicare i valori creativi della complessità, del disordine e della molteplicità. Nacque così una specie di Compagnia dell’Anello, la «Confraternita del Toson d’Oro», della quale Marco Bussagli concepì l’insegna ispirata naturalmente all’Ordine del Toson d’Oro dei duchi di Borgogna del Quattrocento, poi ereditato - in due distinte linee - dagli Asburgo di Spagna e dell’impero da una parte, dai Borboni di Spagna dall’altra. La Confraternita è attualmente forse «in sonno», ma non sciolta né tanto meno soppressa. Ne era animatore l’allora sindaco di Vasto, Giuseppe Tagliente, e nel comitato scientifico si riunivano Giuseppe Sermonti, Claudio Finzi, Giuliano Preparata, Francesco Gentile, Egidio Maria Eleuteri, Gaetano Massa, Giorgio Albertazzi. Una delle iniziative alla quale la Confraternita dette vita fu la fondazione di un Premio internazionale Toson d’Oro, che premiò nel corso della sua breve vita personaggi come Marc Fumaroli e Sergio Romano. Ma credo che il fiore all’occhiello di quel complesso d’iniziative - che rappresentarono comunque il segno dell’avvio in Italia di un clima culturale nuovo e refrattario a forme di pesante egemonia e di normalizzazione ideologica come quelle che avevano caratterizzato la vita culturale del quasi mezzo secolo precedente - fu proprio, in quel luglio del 1997, il conferimento del premio internazionale a Ernst Nolte (1).
Gli studiosi e gli intellettuali riuniti a Vasto avevano scelto come loro insegna il Toson d’Oro in omaggio alla famiglia d’Avalos, che ne era stata insignita, e alla loro vocazione europeista fondata sulla convinzione che il nucleo culturalmente forte del nostro continente e delle sue radici culturali risieda nell’incontro fra latinità e germanesimo, e ne sia pertanto simbolo, oltre che protagonista di una delle sue stagioni più prestigiose, quella tradizione asburgica l’arme araldica della quale, l’aquila bicefala che guarda a Oriente e a Occidente, copre con l’ombra delle sue ali un impero donde nunca se acuesta el sol e che, dalla Moldava alla cordigliera andina e alla costa occidentale dell’Oceano pacifico, parla il linguaggio di una tradizione europea che si prolunga anche al di là dell’Atlantico, nell’«Europa fuori d’Europa» rappresentata, per tanti versi, dal continente americano. Una visione, questa, per qualche verso complementare ma per altri, se non proprio opposta, quanto meno concorrente rispetto a quella di Elias de Tejada - che ama contrapporre Europa a Hispanidad - o a quella di Russell Kirk che vede una Magna Europa stendersi dagli Stati Uniti al continente europeo e varcare l’oceano Atlantico (divenuto così quasi un lacus europaeus) in una nuova sintesi e in una nuova consapevolezza, all’interno della quale la vecchia Europa occupi la posizione dell’Ellade, madre e modello di etica e di cultura, e gli Usa si assumano appieno la missione di essere quarta Roma, garante del diritto e della sicurezza. La Giuria del Premio Toson d’Oro aveva naturalmente pensato a premiare Nolte in omaggio alla sua stessa vocazione all’anticonformismo politico e culturale. Ernst Nolte, fatto in passato oggetto d’isteriche accuse di «revisionismo» e di una disonorevole e calunniosa campagna d’ostracismo, rappresentava un modello di cultura e di libertà per il mondo europeo che si va sia pur faticosamente movendo nella direzione dell’unità politica e che va intanto all’affannosa ricerca di una sua identità. Ma esiste pur sempre l’Imponderabile di paretiana memoria, e la realtà simbolica è a volte ben più «vera», reale, di quella materiale. Nessuno poteva prevedere quanto quel premio conferito a Nolte colpisse il segno, il centro d’un’ispirazione storica ed esistenziale.
Ignoro difatti se Ernst Nolte abbia mai raccontato prima, per iscritto o a un pubblico differente da quello che affettuosamente lo circondò a Vasto per l’assegnazione del Premio Toson d’Oro, quell’episodio della sua vita e della sua Bildung ch’egli appunto in quella sede rievocò. La sua giovanile ammirazione per lo scrittore svizzero Conrad Ferdinand Meyer e la sua novella La tentazione del Pescara: si trattava della ricostruzione romanzata di un ben noto episodio peraltro marginale - ma che, lo dico «ucronicamente», avrebbe potuto non esserlo affatto - della guerra scatenata dalla Lega di Cognac con la quale Papa Clemente VII, Francesco I di Francia, la «repubblica» neomedicea di Firenze, il ducato di Milano e quella di Genova - che dopo il dogato di Antonio Adorno tornò alla fine di agosto del 1527 sotto la Francia con il governatorato di Teodoro Trivulzio - tentarono di arginare lo strapotere dell’imperatore Carlo V, che dopo la battaglia di Pavia del 1525 sembrava davvero divenuto il padrone d’Europa. Gli alleati cercarono di attirare dalla loro parte anche uno dei più formidabili e popolari campioni dell’imperatore, appunto quel Ferrante d’Avalos marchese di Pescara e del Vasto oltre che marito di Vittoria Colonna, la poetessa ispiratrice di Michelangelo e al pari di lui affascinata dal sogno d’una riforma morale e spirituale della Chiesa romana. Corse voce che essi gli avessero offerta la corona del regno d’Italia, che dal Decimo secolo era tradizionalmente e indissolubilmente legata a quella di Germania e con essa collegata alla dignità imperiale. Il Meyer aveva sviluppato il suo racconto immettendovi tutti gli anacronismi romantico-patriottici del caso: la passione degli uomini del Rinascimento per l’unità d’Italia, il topos della sua decadenza e del suo servaggio e via discorrendo. Quel che - per sua dichiarazione - affascinò il giovane Nolte, in una lettura che dovrebbe rimontare alla metà circa degli anni Trenta, era la compresenza in questa novella - sia pure con gli errori e le approssimazioni storiche nonché le libertà letterarie del caso - di tutti i leitmotive della storia europea e occidentale del Sedicesimo secolo: alcuni dei quali si possono considerare dei veri e propri «caratteri originali» della storia della nostra patria europea. Il cattolicesimo medievale con la sua ispirazione universalistica; le tendenze centrifughe delle potenze europee ormai orientate da tempo - almeno dal Dodicesimo secolo - a svilupparsi in una direzione diversa rispetto alle istanze ecumeniche del papato e dell’impero; la compresenza del cristianesimo e di molteplici elementi pagani, sopravvissuti alla cristianizzazione o reimmessi nella cultura europea attraverso l’umanesimo; l’espansione europea «fuori d’Europa», in quel momento incarnata anzitutto e soprattutto dalle conquiste spagnole nel Nuovo mondo; l’avanzata del protestantesimo, altro elemento di lacerazione della compagine europea insieme con gli Stati assoluti; il crescere e il dilagare della miscredenza e dell’ateismo nel Cinquecento (un grande tema splendidamente studiato da Lucien Febvre a proposito di Margherita di Navarra); il sia pur confuso nascere delle passioni nazionali che tanti equivoci avrebbe generato in seguito, ma che pur già da allora era presente.
V’è, nel racconto fornito dal Nolte di quella sua antica lettura e delle impressioni vivissime che essa aveva suscitato in lui, un passo rivelatore; laddove si rileva l’atteggiamento del Meyer, «lo sguardo di uno scrittore protestante che non cela il suo disprezzo per il dogmatismo e fanatismo cattolico. La mia presa di posizione era allora diversa» (2). Il giovanissimo studente nella scuola tedesca già egemonizzata dal nazionalsocialismo - formalmente «cristiano-positivo», sostanzialmente anticristiano (ma più teisticamente Gottglauber o scientisticamente ateo che non «neopagano», come troppo spesso si afferma generalizzando con accenti talora esoterici istanze che c’erano, ma restavano marginali) -, cattolico della Ruhr in un regime che si guardava bene dall’entrare nelle questioni confessionali di un Paese profondamente cristiano ma diviso tra cattolici ed evangelici ma che comunque manteneva un atteggiamento tendenzialmente filoprotestante rispetto ai cattolici (anche perché considerava Lutero un eroe nazionale e in quanto esisteva una Chiesa evangelica del Reich tanto allineata e servile da espungere il «giudaico» Vecchio Testamento dal suo corpus di Sacre Scritture), si sentiva, come del resto un po’ tutta la storia tedesco-occidentale lo invitava a essere, culturalmente e spiritualmente legato al grande sovrano erede della splendida avventura borgognona (la nonna paterna, Maria, era figlia di Carlo il Temerario) nato a Gand da padre tedesco e madre spagnola: «mi ero avvicinato da autodidatta alla lingua e alla letteratura spagnola, e tutta la mia simpatia era rivolta a quell’imperatore ch’era insieme tedesco e spagnolo...» (3). Naturalmente, queste adolescenziali istanze non potevano in seguito non modificarsi: «Allora ero molto lontano dal riconoscere che anche il protestantesimo e l’illuminismo, anche la secolarizzazione e l’idea dello Stato nazionale erano componenti dell’Europa; e che la lotta contro la possibilità di un dominio mondiale spagnolo aveva un importante diritto storico dalla sua parte, non meno della resistenza successiva contro l’egemonia di Napoleone e contro il predominio incombente della Germania nazionalsocialista di Hitler. Solo molto più tardi ho conosciuto il concetto di “sistema liberale”, che secondo le sue origini rappresenta il “sistema europeo” delle forze storiche affiancate le une alle altre. Queste forze, pur cercando di annientare l’avversario, si devono accontentare di indebolirlo e contenerlo per poi occupare un posto al suo fianco, che non corrisponde alle loro aspettative; il che rende però il quadro più ricco e variegato di quanto avrebbe potuto mai essere la singola parte con la sua pretesa di assolutezza » (4).
Lasciando per ora in questa sede da parte il concetto noltiano di «sistema liberale» come «sistema europeo» caratterizzato da un equilibrio fra le sue componenti politiche e quindi come contenimento rispetto alle eventuali egemonie (tanto interne quanto, e si direbbe a fortiori, esterne), ci sembra non illegittimo e non inopportuno il rilevare comunque la forte attrazione, nel Nolte adolescente, per un tema che avrebbe poi costituito anche l’asse portante dei suoi successivi studi: la sensibilità per la dialettica delle forze politiche e culturali all’interno della compagine europea e la convinzione, al tempo stesso storica e morale, che tale compagine debba comunque svilupparsi come realtà unitaria e al tempo stesso molteplice, quasi sotto la divisa, cara al Koudenhove-Calergi, in dubiis libertas, in necessariis unitas. Se si pensa quanto episodi storici quali la Lega di Cognac avvantaggiarono la lacerazione protestante - il «sacco di Roma» ne è un effetto -, quanto odio seminarono all’interno dell’Europa cristiana e quanto avvantaggiarono al contrario il suo principale e più temibile avversario, il sultano turco Solimano il magnifico - creando attorno agli ottomani un’aura d’invincibilità che avrebbe avuto un peso incalcolabile nei decenni successivi e che si sarebbe infranta solo nelle acque limpide di Lepanto), se ne dedurrà ch’è quasi legittimo chiedersi se nel Nolte ammiratore di Carlo V e dell’Europa ancora novalisianamante Christianitas non fossero già in nuce quelle componenti esegetiche le quali, più tardi, gli avrebbero fatto scorgere nel periodo tra 1917 (o già 1914?) e 1945 una «nuova guerra dei Trent’anni», insomma un europäische Bürgerkrieg, una «guerra civile europea». Questa prospettiva storicamente parlando europea, che non è certo improponibile interpretare come eticamente e civicamente europeistica, sembra essere il filo rosso che unisce quella che il Nolte ama un po’ wagnerianamente definire la sua «tetralogia della storia delle ideologie», i quattro fondamentali studi la pubblicazione dei quali scandisce un serrato quarto di secolo: Der Faschismus in seiner Epoche del 1963 (5), Deutschland und der Karle Kriegdel 1974, Marxismus und industrielle Revolution del 1983 e Der europäische Bürgerkrieg, 1917-1945. Nationalsozialismus und Bolschewismus del 1987 (6). Ma, a meglio chiarirne il rigoroso collegamento e il coerente sviluppo, va detto che forse la chiave interpretativa per correttamente intendere l’uno e l’altro sta in un saggio del 1968 che, tradotto in italiano nel 1970 (7), che forse più degli altri attirò sul suo autore, almeno in Italia, gli strali d’una critica storiografica ancora fortemente orientata e animata da chiusi spiriti censorii, i portatori dei quali amavano presentarli come prova di rigore critico e scientifico mentre erano, viceversa, solo manifestazioni di ottusità ideologica e d’inquisitoria intolleranza. La tragedia del totalitarismo europeo non è racchiusa, da Nolte, nell’ambito cronologico che va dalla Rivoluzione d’ottobre alla caduta di Berlino (e che si potrebbe prolungare, forse, fino al 1953, cioè alla morte del grande Stalin, e se si vuole fino al XX Congresso del P.C.U.S. e al suicidio - al momento inavvertito, o scambiato per rinnovamento interno - del comunismo sovietico): essa comincia in realtà da prima e pone le sue fondamenta nella rivoluzione industriale come vero e proprio pilastro della modernità e del processo di laicizzazione. Le ideologie totalitarie, come punto d’arrivo del processo di rifiuto della trascendenza e di divinizzazione dell’immanenza, vi appaiono come risposta al fallimento (o, come altri preferirà, alla «falsa partenza») dell’esperimento liberale e liberista dell’Europa otto-primonovecentesca, minacciato certo e condizionato - ma anche sostenuto - dall’autoritarismo e dal dirigismo delle potenze continentali.
Nella Historikerstreit che ha caratterizzato gli anni Settanta-Ottanta della nostra vita culturale e della storiografia europea, il nome di Nolte è stato sovente avvicinato a quello di Mosse - l’interpretazione del nazionalsocialismo fornita dal quale è peraltro ben lontana dalla sua -, e anche del nostro De Felice nonché di altri, accomunati tutti nella maldestra e strumentale per non dire ridicola categoria del «revisionismo»: e da qualcuno, più imprudente o più spudorato di altri, apparentati alla nefasta categoria del «negativismo». Per quanto queste vecchie polemiche rispuntino talora all’orizzonte massmediale, segno questo di forti difficoltà metaboliche della nostra cultura diffusa e anche di quella che ristagna in alcune aree del mondo universitario, si può dire ch’esse siano superate. La lezione profonda di Ernst Nolte appare oggi largamente accettata, e le resistenze a essa - come, mutatis mutandis, a quella del de Felice che con essa ha molteplici punti di contatto e qualificanti elementi di diversità - sembrano configurarsi nel complesso, e al di là di specifiche e marginali divergenze, come residuali diffidenze ideologiche piuttosto che come frutto di visioni critiche alternative. Da approfondire appaiono i legami tra i fascismi e il liberalismo otto-primonovecentesco, ma anche quelli, ben più stretti, rispetto al socialismo: in questo senso le osservazioni noltiane sul ruolo «primigenio» di Maurras e di Sorel restano fondamentali. Quanto al fascismo e al nazionalsocialismo come «risposta» occidentale al bolscevismo, che a suo tempo fece scalpore e venne dichiarata provocatoria e improponibile - per evidenti motivi - dalla storiografia di segno marxista (che però in molte sue componenti tese ad appiattirla sulla misura pseudostorica della polemica relativa alla supposta «equivalenza» dei totalitarismi fra loro), l’elemento che oggi risulta ancora da approfondire è forse proprio quello della contrapposizione tra «Oriente» e «Occidente» che, insieme con il tema del «sistema liberale europeo» come istanza antiegemonica, potrebbe costituire un insieme problematico degno di centrale discussione proprio ora, all’inizio del Ventunesimo secolo: con strettissimo riferimento alla globalizzazione e alle vicende passate e future dell’«impero americano».
Note
1) Cfr. E. Nolte, Coscienza europea e coscienza nazionale, Prolusione alla prima edizione del Premio internazionale Toson d’Oro, Città del Vasto 1998; 2) Ibidem, p. 10; 3) Ibidem; 4) Ibidem; 5) Tr. it.: I tre volti del fascismo, Milano 1966; 6) Tr. it.: Nazionalsocialismo e bolscevismo, Milano 1996; 7) E. Nolte, La crisi dei regimi liberali e i movimenti fascisti, tr. it., Bologna 1970.