«La loro musica è paragonabile al rombo di una Plymouth Fury del ’61 che attraversa un temporale notturno». Nell’America aggredita dal wall of sound del grunge, i critici accolsero con un’iperbole l’album Good. È il ’92 targato Morphine: Mark Sandman, basso a due corde e voce; Dana Colley, sax baritono; Billy Conway, batteria. Vengono da Cambridge, nel Massachu-setts, si sono trasferiti a Bos-ton, Sandman e Conway hanno fatto la gavetta nei Treat Her Right, Colley nei Three Colors. In poche parole: blues e punk inzuppati nell’oscurità. Il nome spiazza: i Morphine non elaborano suoni anestetizzati ma rock a bassa modulazione di frequenza, notturno e scarnificato. Si muovono in punta di piedi anziché far muovere il piede a tempo. Cedono il passo al cool jazz e ad accelerazioni nel rock’n’roll e nel rockabilly. Sono tre musicisti noir, affascinati da detective thrillers, true-life murder stories e B-movies porno degli anni Cinquanta. Masticano schegge di Tom Waits e Muddy Waters. Fra le pieghe delle loro canzoni calde, indolenti e recitative spunta il fantasma errabondo e sgualcito di Jack Kerouac. Vengono sbattuti in prima pagina, ma alle luci della ribalta preferiscono la penombra: niente concerti nelle arene bostoniane, bensì un fumoso club da occupare notte su notte per assaporarne coi fans la suadente intimità. Nel ’93 pubblicano Cure For Pain e poi Yes (’95) e Like Swimming (’97) replicando la loro ipnotica lentezza sorpresa da fulminee deflagrazioni jazz. Nel ’99 decidono di varcare i confini americani per conquistare l’Europa. La sera del 3 luglio, durante un concerto a Palestrina, vicino a Roma, Mark Sandman muore sul palcoscenico. Un’overdose di cocaina gli ha spezzato il cuore.
Volato in cielo il leader che con la sua voce gutturale e l’ondeggiante rimbombo del suo basso aveva reso leggendari i Morphine, nel 2000 Colley e Conway commercializzano The Night, inciso pochi mesi prima che Sandman morisse. La musica del disco, inconfondibile, è frutto del lavoro di più strumentisti che l’hanno resa maestosa, struggente, nostalgica a posteriori. Nasce, in memoria di Sandman, l’Orchestra Morphine che effettua fra gli applausi una tournée mondiale. Ma è un battito di ciglia, giusto in tempo per tratteggiare un’ipotesi «sinfonica» del gruppo originario. Dana Colley e Billy Conway, però, non vogliono finire nell’oblìo ma perpetuare il ricordo di Mark. Al suo posto occorre una voce femminile che sia capace di sublimarne l’enfasi beatnik e l’incredibile potenza espressiva. Il trio riprende a vivere con l’inserimento di Laurie Sargent, cantante dell’underground anni Novanta, ribattezzandosi Twinemen. Anche il titolo del nuovo cd recita Twinemen, ovvero uomini-spago come i cartoons disegnati da Sandman che ballano attorcigliandosi in copertina. E ad attorcigliarsi, insinuante, è la musica. Il sax, abbandonate le nevrosi free jazz, si mette con umiltà al servizio del rock (Spinner), detta le melodie soul di Golden Hour e Watch You Fall, riempie di «a solo» il tribalismo di Chose Sauvage. C’è perfino spazio per il rhythm and blues (Little By Little) e il gospel (Harper And The Midget), generi che i Morphine non avevano mai osato approcciare. Learn To Fly profuma di spezie orientali e di sperimentazione calcolata al millimetro. Laurie Sargent è al tempo stesso Sade (Signs Of Life) e Patti Smith (Ronnie Johnson), ugola di velluto e d’acciaio. Mark Sandman avrebbe apprezzato tutto ciò, e magari si sarebbe commosso ascoltando Who’s Gonna Sing. Di sicuro, come undici anni fa, c’è grande musica sotto il cielo di Boston.
Twinemen, Cooking Vinyl, 20 euro