Di una scrittrice così importante come Anna Banti che ci ha dato per una trentina d’anni romanzi, racconti, saggi di critica d’arte, studi sul Manzoni, che ha diretto la rivista Paragone per la parte letteraria a partire dal 1970, che ha tenuto nell’Ap-prodo stampato per anni una rubrica cinematografica - non si sente quasi più parlare e non siamo al corrente di ri-stampe. Anna Banti (1895-1985) pseudonimo di Lucia Lopresti, ha iniziato con studi di storia dell’arte, allieva di un grande maestro: Roberto Longhi che sposò nel 1924, grandissimo critico d’arte e grande scrittore. Non citeremo tutte le sue opere, pur essendo tutte di grande rilievo: iniziò nel 1937 con Itinerario di Paolina che piacque subito a Cecchi; del ’40 Il coraggio delle donne; del ’42 Le monache cantano; del ‘43 Il bastardo che fu recensito in occasione dell’edizione del ’54 da Giuseppe De Robertis. Questo l’inizio; fino ai due suoi capolavori che sono nella nostra mente, che non si cancellano, che ci danno sempre emozione e che ci regalano un sentimento lucido e affettivo: Artemisia (’48) e il racconto Lavi-nia fuggita in Le donne muoiono (’52). Di Artemi-sia la Banti curò anche una riduzione teatrale intitolata Corte Savel-la nel 1960, e Artemisia fu an-che ristampata nel ’69 nel volume intitolato Due storie. La pittrice Artemisia Gentileschi, figlia di Orazio, pittore eccellente, nacque nel 1608. Oltraggiata, come ci racconta la Banti, appena giovinetta nell’onore e nell’amore. Subì un pubblico processo per uno stupro di cui fu vittima. Tenne scuola di pittura a Napoli, viaggiò anche in Inghilterra. Conclude la Banti: «Una delle prime donne che sostennero con le parole e con le opere il diritto al lavoro congeniale e una parità di spirito tra i due sessi».
Molto spesso i personaggi preferiti dalla Banti sono donne: donne coraggiose, donne della storia, donne significative per la vita sociale. Il femminismo della Banti è quanto mai positivo, concreto, fatto di opere. I due filoni narrativi che la scrittrice sceglie sono quelli storici e quelli che si avvicinano di più alla nostra conoscenza (tra i romanzi a fondo storico bisogna ricordare anche La camicia bruciata del ’73). In Artemisia ci sono come due voci che si contrastano, quella della scrittrice e quella della protagonista, «e le parlate diverse - scrisse De Robertis - saranno una lunga commemorazione più alta nella bocca di Artemisia, quasi chiosa fonda nella pagina della scrittrice». E l’emozione cresce: «L’inventare a due voci - scrive ancora De Robertis - forma eletta di certa narrativa d’oggi, di qualità fina con quella luce d’intelligenza che vi brilla, con quell’ansia indovina, e di cui non vediamo grazia alcuna in altro raccontare d’oggi». Nel ’52 apparve un libro di racconti intitolato Le donne muoiono: quattro storie diverse. Forse un po’ deludenti le prime tre, ma straordinaria la quarta intitolata, appunto, Lavinia fuggita, trentacinque pagine con un discorso continuo e continuamente rarefatto; un procedimento sempre inventivo, sorprese che all’improvviso si dipanano: «Una bellezza!» concludeva De Robertis.
Il carattere di Anna Banti sembrava brusco, tagliente, ma a conoscerla si scopriva il suo fondo molto gentile, la sua grande umanità. Era una donna di grande cultura: a parte la conoscenza della letteratura italiana, fu molto sensibile al fascino di scrittrici come la Mansfield e Virginia Woolf di cui tradusse nel ’50 La casa di Giacobbe. Tante altre cose potremmo aggiungere ma credo che quello che abbiamo detto dovrebbe ripagare la Banti del silenzio odierno, se qualche meritoria ristampa verrà fatta.