La prima opera significativa di Ernst Nolte – quella alla quale per molto tempo rimase indissolubilmente legato in Italia il nome dello studioso tedesco – tradotta in lingua italiana fu il denso Der Faschismus in seiner Epoche. Die Action française. Der italienische Faschismus. Der Nazionalsozialismus (1). Assai fuorviante, invero, era il titolo della versione italiana, I tre volti del fascismo, che, per quanto suggestivo, finiva per mettere in luce l’aspetto più debole e discutibile del lavoro dello storico tedesco - la continuità fra Action française, fascismo e nazionalismo - piuttosto che l’aspetto più solido e innovativo della sua interpretazione del fascismo, l’aspetto cioè epocale. Quando apparve la versione italiana del saggio di Nolte era il 1966 e il discorso storiografico sul fascismo stava appena cominciando a uscire dalle secche di interpretazioni più o meno tutte viziate dall’ideologismo di maniera e asservite alla «ragion politica» dell’antifascismo elevato a mito fondante della Repubblica italiana. Ben pochi storici - da Alberto Aquarone a Piero Melograni a Renzo De Felice - avevano cominciato a separare la ricerca dalla politica, a seguire, in altre parole, l’indicazione metodologica suggerita da Angelo Tasca secondo il quale non è possibile «definire» o «interpretare» il fascismo senza scriverne la storia ovvero senza ricostruirne fatti e fasi. In particolare De Felice aveva iniziato la sua grande biografia di Mussolini e aveva già avuto modo di conoscere Nolte attraverso il saggio Marx und Nietzsche im Sozialismus des jungen Mussolini (2), che gli era stato segnalato e materialmente dato da Delio Cantimori, il quale era in contatto con Nolte (3). Questo saggio, lo storico italiano lo aveva non solo apprezzato ma utilizzato e citato per supportare la tesi della conoscenza, da parte di Mussolini, degli scritti di Nietzsche (4). Probabilmente, però, esso aveva avuto per lui un’importanza superiore a quel che si può pensare e a quel che egli stesso riconobbe, se non altro per il fatto comune a entrambi di vedere in Mussolini, nel primo Mussolini un rivoluzionario. In proposito ha osservato Nolte: «… ho riletto ancora una volta il mio lungo saggio e al tempo stesso il primo volume della grande biografia di Mussolini scritta da Renzo De Felice. Dopo molti anni sono contento di osservare ancora una volta come modi totalmente diversi di affrontare lo stesso tema possano completarsi reciprocamente nel modo migliore. Sulla base di un’ampia conoscenza delle fonti, De Felice disegna un’immagine del giovane italiano che si presentò sempre di più nella vita della sua nazione come rivoluzionario radicale e che tuttavia rimase collegato in modo molteplice con correnti molto diverse, dalla Sicilia al Trentino, da Gentile a Battisti. Nel mio saggio la lettura mussoliniana di Marx assume uno spazio preminente e gli interlocutori più importanti di un dialogo aperto o nascosto sono Georges Sorel e Rosa Luxemburg, Lev Trockij e Gustave Hervé, come precursori del socialismo di sinistra. Un contrasto di rilievo tra De Felice e me sussiste certamente, giacché egli vede in Mussolini un “sindacalista rivoluzionario”, mentre io chiamo Mussolini un “marxista”, nonostante i tratti non ortodossi del suo pensiero. Forse però è possibile ricavare dalle concezioni contrastanti una sorta di sintesi, e comunque potrebbe trattarsi di un punto di discussione degno di essere dibattuto ancora oggi» (5).
Che De Felice e Nolte avessero una formazione intellettuale completamente diversa e utilizzassero degli approcci storiografici del tutto dissimili è fuor di dubbio: il primo era uno storico puro, formatosi alla scuola di Cantimori e di Chabod, con una particolare attenzione e sensibilità per la ricerca archivistica e per la storia politica; il secondo era, invece, uno studioso giunto alla storia attraverso la filosofia, allievo di Heidegger e interessato alla storia culturale prima ancora che alla storia politica. Eppure fra i due, malgrado la scarsa o quasi nulla frequentazione personale e malgrado le differenze di impostazione culturale, si stabilì presto una corrente di simpatia. Non a caso, dopo l’uscita dell’edizione italiana di Der Faschismus in seiner Epoche, De Felice dedicò un largo spazio all’analisi di quest’opera - la quale in Italia aveva suscitato notevole interesse e non poche discussioni (6) – nel suo volume su Le interpretazioni del fascismo, che rimane a tutt’oggi la più completa panoramica critica sulla letteratura in argomento almeno fino alla data di pubblicazione del volume. De Felice aveva seguito con attenzione il dibattito che a livello internazionale si era sviluppato sul libro di Nolte e che aveva coinvolto studiosi come Armin Mohler, Hans-Ulrich Wehler, Andreas Hillgrubrer, Eungen Weber, Walter Laqueur, Hans Morgenthau e tanti altri. Egli aveva mostrato di condividere la posizione espressa in una recensione all’opera di Nolte pubblicata sul Journal of the History of Ideas nel 1966 da uno storico tedesco-americano, George L. Mosse, pure sensibile alle suggestioni della storia della cultura, il quale, pur non condividendo del tutto le tesi di Nolte e muovendo anzi rilievi su punti specifici, aveva mostrato un forte apprezzamento per la struttura concettuale che era alla base del lavoro del collega tedesco. Pur sottolineando il tentativo fatto da Nolte di una nuova tipologia del fenomeno fascista che fosse in grado di superare gli schemi dei discorsi interpretativi «classici» e contribuisse a identificare il «minimo comun denominatore» dei vari fascismi nel periodo compreso fra le due guerre - una tipologia che egli trovava «interessante e in buona parte accettabile, anche se discutibile in più di un punto» - De Felice preferì fissare l’attenzione sulla parte interpretativa del discorso noltiano ovvero sull’idea del fascismo come fenomeno transpolitico e ne illustrò sinteticamente il contenuto. Fece notare, anche, come le tesi di Nolte, per quanto non avessero seguaci veri e propri, fossero state viste per un verso come una sollecitazione a studiare le radici culturali del fascismo (con un implicito rigetto della vulgata storiografica che identifica il fascismo con l’anticultura o con la negazione della cultura) e, per altro verso, come un tentativo a ripercorrere, sia pure in direzione diversa, la strada già imboccata dai Marcuse, dai Viereck e dai Lukacs: «In questa prospettiva è significativo che sia stata avanzata l’ipotesi che Nolte, con il suo Der Faschismus in seiner Epoche, abbia fatto per l’Europa intera e in una diversa prospettiva culturale (soprattutto d’ispirazione weberiana) quello che Lukacs aveva fatto anni prima per il pensiero reazionario tedesco in una prospettiva marxista. Per i suoi estimatori, insomma, Nolte sarebbe da considerare soprattutto come storico della cultura fascista e, più in genere, di quella conservatrice europea, da avvicinarsi ai grandi studiosi di esse, come René Rémond e George L. Mosse» (7).
Non è neppure privo di significato il fatto che proprio De Felice abbia voluto che si traducesse in Italia un’altra importante opera di Nolte, Die Krise des liberalen Systems un die faschistischen Bewegungen, e vi abbia voluto premettere una prefazione nella quale ribadiva l’originalità dell’interpretazione generale che Nolte aveva fornito, già nel precedente lavoro, del fascismo come fenomeno transpolitico e sottolineava l’importanza della fenomenologia del fascismo quale lo studioso tedesco aveva ricavato dall’analisi delle diverse esperienze fasciste e in particolare il fatto che, per Nolte, non esiste fascismo senza la sfida del bolscevismo. Come si è già accennato De Felice non poteva condividere, per la sua diversa formazione culturale e per il diverso approccio metodologico alla ricerca storica, molte delle tesi e delle conclusioni di Nolte, ma non poteva non consideralo uno studioso di grande rilievo internazionale i cui lavori erano ricchi di stimoli e di suggestioni e, soprattutto, avevano il grande merito di aver fatto fare un salto di qualità alla storiografia. Osservò, in proposito, nella citata prefazione: «Da chi - come chi scrive - è più portato verso indagini di tipo verticale che di tipo orizzontale, meno rivolte, dunque, a privilegiare gli elementi generali rispetto ai particolari, ed è quindi convinto - pur tenendo nel dovuto conto quelli che indubbiamente sono i motivi caratterizzanti l’epoca tra le due guerre mondiali sul piano culturale e morale (…) - della necessità di tenere sempre in primo piano il contesto storico nazionale in cui agiscono le ideologie e le forze politiche, un discorso interpretativo così totalizzante come quello di Nolte non crediamo possa riuscire facilmente accettato in toto. Così come, probabilmente, non crediamo possano riuscire facilmente accettabili certe affermazioni di Nolte (come quella a proposito del marxismo di Mussolini) troppo evidentemente derivanti da una eccessiva sopravalutazione di alcuni passi di scritti di autori fascisti e, soprattutto, da una loro lettura troppo poco “politica” e troppo unilateralmente “filosofica”. Ciò nonostante, è nostra convinzione che questo libro (come del resto tutta l’opera di Nolte) occupi nella letteratura sul fascismo un posto di primaria importanza e abbia il gran merito di portare il discorso sul fenomeno fascista a contatto con tutta una serie di problemi - anzi si potrebbe addirittura dire con una problematica - che gli storici in genere sottovalutano e le scienze sociali ignorano. Il che - nell’attuale fase degli studi sul “fascismo” - non è merito da poco: perché serve a mettere in luce la complessità di una realtà che troppo spesso è “risolta” sulla base degli stereotipi più semplicistici ereditati dalla pubblicistica e dalla propaganda politiche e, al tempo stesso, la inserisce in modo originale in una prospettiva che sino a oggi non ha avuto molti sostenitori» (8).
De Felice seguì poi con grande interesse il dibattito che si sviluppò in Germania nella seconda metà degli anni Ottanta, la cosiddetta Historikerstreit, originata dalla replica di Habermas a un articolo di Nolte, facendone parlare nella sua rivista (9) e prese parte alla tavola rotonda organizzata a Roma per presentare la traduzione italiana del volume di Nolte su Heidegger. Il suo interesse, insomma, per lo storico tedesco non venne mai meno anche se, con il passare del tempo, si accrebbero le sue riserve proprio nei confronti dell’idea centrale dei lavori di Nolte, quella cioè del fascismo come fenomeno epocale. A De Felice è comunque da ascrivere la «legittimazione» dello storico tedesco nell’ambito della più diffusa cultura storiografica italiana, una cultura, questa, che non era certamente pronta, allora (e per motivi vari) a recepire e discutere non solo e non tanto le tesi storiografiche più «provocatorie» dello studioso tedesco, ma neppure ad accettarne l’impostazione metodologica nel campo della ricerca storica e l’approccio suo in chiave di storia della cultura e di «storia filosofica». In questa ottica, peraltro, in Italia si era mosso un altro studioso, Augusto Del Noce, filosofo con interessi storiografici particolarmente apprezzato (pur con tutti i comprensibili distinguo dello «storico puro») da De Felice. Anch’egli - partendo dalla premessa del perfetto parallelismo fra storia culturale e storia politica nel senso che quest’ultima altro non è se non un inveramento della prima - aveva sviluppato un’interpretazione della storia contemporanea come «storia filosofica», che finiva per presentare il fascismo come il «momento sacrale» dell’«epoca della secolarizzazione». Sul comune terreno di una concezione - per così dire - «transpolitica» ed «epocale» del fascismo andò sviluppandosi, fra Ernst Nolte e Augusto Del Noce, un rapporto intellettualmente molto profondo, il quale ben presto assunse l’aspetto di un vero e proprio «dialogo a distanza», fatto di sollecitazioni reciproche, di cui il carteggio fra i due offre le coordinate essenziali (10). Ed è singolare il fatto che, pur percorrendo strade diversissime, entrambi gli studiosi giungessero spesso a conclusioni simili come per esempio quella relativa al rapporto Gulag-Lager. Naturalmente le differenze fra Del Noce e Nolte erano molte e anche molti e importanti erano i punti di dissenso. Per fare un solo e significativo esempio, Del Noce faceva osservare come la individuazione, da parte di Nolte, di una linea unitaria di sviluppo - che, partendo dall’Action française, giungerebbe al nazionalsocialismo passando per il fascismo italiano - diventava funzionale all’idea corrente secondo la quale «i fenomeni fascisti dovrebbero venire sussunti sotto il concetto generale di controrivoluzione», laddove invece, a suo parere, il fascismo avrebbe dovuto essere più correttamente definito, da un punto di vista storico, come «la piena realizzazione e il completo scacco di quel socialismo rivoluzionario» che aveva «accolto la critica idealistica del materialismo naturalistico e dello scientismo, senza supporre la reale posizione di Marx (o pensandola come una posizione contraddittoria di spirito rivoluzionario o di materialismo) (11). Diversamente valutano, i due studiosi, i concetti di «nazionalismo» e di «liberalismo» e pure diversamente utilizzato da ognuno di essi è il concetto di «trascendenza», caposaldo fondamentale per i lavori di entrambi e per la loro concezione «transpolitica» della storia. Ernst Nolte, infatti - il cui pensiero si è sviluppato all’ombra della grande tradizione speculativa tedesca lungo la linea che da Kant giunge a Heidegger passando per Hegel e Nietzsche - è in una qualche misura vicino all’«io trascendentale» di Giovanni Gentile, mentre per Del Noce - le cui radici intellettuali affondano nel terreno della tradizione filosofica cristiana, soprattutto italiana e francese, lungo la direttrice che da Malebranche giunge a Gilson e a Maritain attraverso Rosmini e Gioberti - il concetto di «trascendenza» assume una valenza di tipo religioso con quanto ne consegue a livello di interpretazione della storia. Però rimane il fatto, pur con tante e tutt’altro che marginali differenze, che il tipo di approccio allo studio della storia contemporanea dei due studiosi, maturato per vie parallele e indipendenti, sia sostanzialmente lo stesso.
Note
1) E. Nolte, Der Faschismus in seiner Epoche. Der Action française. Der italienische Faschismus. Der Nazionalsozialismus, Munchen, 1963. Per la traduzione italiana cfr. E. Nolte, I tre volti del fascismo, Milano, 1966; 2) E. Nolte, Marx und Nietzsche im Sozialismus des Jungen Mussolini, in «Historisches Zeitschrift», 1960, pp. 249-335. Per la traduzione italiana cfr. E. Nolte, Il giovane Mussolini. Marx e Nietzsche in Mussolini socialista, a cura di F. Coppellotti con una Nota all’edizione italiana di E. Nolte, Milano, 1993; 3) «Nolte […] lo conobbi nel 1969. All’epoca, di Nolte io conoscevo ciò che aveva pubblicato di più importante; inoltre conoscevo una cosa che non era nota quasi a nessuno: il saggio che lui pubblicò sul giovane Mussolini tra Nietzsche e Marx. Saggio che io conoscevo e che ho utilizzato perché me lo diede Cantimori, il quale era in rapporti con Nolte e che mi disse: “Guardatelo perché vale la pena che te lo guardi”. Non lo scoprii quindi io, ma il vecchio Delio». (G. Murru, Via Cesari n° 8. Storia, storiografia, fascismo. Conversazione con Renzo De Felice, presentazione di P. Melograni, Cagliari, 1999, p. 34). Su questo punto cfr. anche P. Simoncelli, Renzo De Felice. La formazione intellettuale, Firenze, 2001, pp. 388-389. Occasione dell’incontro fra De Felice e Nolte fu il simposio internazionale su Fascismo ed Europa organizzato a Praga dall’Accademia ceca delle scienze. I pochi incontri personali fra i due storici sono rievocati da E. Nolte, Renzo De felice e le vie nuove degli studi sul fascismo, a cura di G. Parlato, in Nuova Antologia, ottobre-dicembre 1996; 4) R. De Felice, Mussolini il rivoluzionario 1883-1920, Torino, 1965, pp. 58-61; 5) E. Nolte, Nota all’edizione italiana, in E. Nolte, Il giovane Mussolini etc., cit, pp. 8-9; 6) A titolo esemplificativo basterà citare le recensioni di L. Valiani (L’Espresso, 1 maggio 1966), di E. Collotti su Studi Storici; 7) Cfr. R. De Felice, Le interpretazioni del fascismo, Roma-Bari, 1989, pp. 106-107 (I^ ed.: Bari, 1969); 8) R. De Felice, Introduzione all’edizione italiana, in E. Nolte, La crisi dei regimi liberali e i movimenti fascisti, Bologna, 1970, p. XII (ed. or.: Munchen, 1968); 9) Cfr. G. Sadun Bordoni, La storicizzazione del nazismo, in Storia Contemporanea, agosto 1989. Su questo punto cfr. anche il saggio di G. Sadun Bordoni, De Felice e il revisionismo storico tedesco, in Renzo De Felice. Il lavoro dello storico tra ricerca e didattica, a cura di G. Aliberti e G. Parlato, Milano, 1999, pp. 159-177; 10) Cfr. F. Perfetti, La concezione transpolitica della storia nel carteggio Nolte-Del Noce, con in appendice il Carteggio Nolte-Del Noce, in Storia Contemporanea, ottobre 1993; 11) Cfr. A. Del Noce, L’epoca della secolarizzazione, Milano, 1970, pp. 113-119.