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Interno borghese senza innocenza

La meticolosità del quotidiano e i sussulti dell’esistenza nel nuovo romanzo di Giorgio Montefoschi “La sposa”. Dove si racconta di una famiglia in disfacimento...
di Maria Pia Ammirati

Liberal n. 20 - Ottobre-Novembre 2003

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«Stesero la tovaglia sul tavolo tondo. Misero i piatti, le forchette e i coltelli, i bicchieri, la bottiglia dell’acqua, quella del vino. Lui si sedette al suo solito posto». La meticolosa vita quotidiana fatta di gesti sempre uguali e ripetitivi, e perciò rassicuranti e noiosi al tempo stesso, descrive l’evoluzione delle nostre vite. Cogliere il profondo dissidio, che è il paradosso, dell’esistenza e saperne descrivere le tracce è dei grandi romanzi. Come quello che abbiamo appena letto, La sposa, ultimo libro di Giorgio Montefoschi, esemplare nel dar conto dei piccoli movimenti e degli improvvisi sussulti del vivere. Interni borghesi, Roma non solo palcoscenico ma essa stessa personaggio, potremmo dire, attivo del plot, prosa asciutta e precisa. La storia di una famiglia che comincia il 20 aprile, venerdì 20 aprile e che si chiude dopo alcuni anni, un giorno di fine aprile. Ma come scrive Montefoschi il tempo non è innocente, e nello spazio degli anni che passano, quattro forse cinque, oltre alla banale scansione del tempo e alla meticolosa descrizione del mondo e delle cose del mondo, si creano le grandi fratture e nella presunta innocenza del nostro cieco procedere verso qualcosa, siamo improvvisamente colti dall’imprevisto, dal buio, dalla morte. Il romanzo si gioca tutto sullo scarto tra la normalità e l’abnorme, tra la costruzione e la fine, tra la vita e la morte, e risulta infine essere un libro che pur dando conto di tutto indica con forza una strada, una morale, l’unica che permetterà ai personaggi di potersi sentire sollevati dal peso mortale che li opprime per guardare alla vita.
Non certo da considerarsi come una parabola a lieto fine, il romanzo è costellato dal dolore e dalla descrizione del malessere, sempre in questa estrema contiguità tra la messa in scena del meticoloso rito del quotidiano (a cui ci abituiamo e che pertanto tendiamo a non apprezzare), e quella dello shock che prevede invece l’evento inatteso e improvviso come per esempio la morte dei familiari. Di tristi lutti è anche fatto questo romanzo (il più toccante quello di un bimbo ammalato di cuore che apre una breccia e una nuova prospettiva nella storia), perché la morte si rappresenta, a un certo punto, come l’apice, la conclusione e la concretizzazione di un processo di distruzione e fine degli affetti. La storia s’apre, infatti, sulla fine di un matrimonio. L’avvocato Giulio Giusti dopo trent’anni lascia la moglie e va via di casa. Da questa uscita di scena la famiglia Giusti non si riprende e comincia a disgregarsi, i figli sono inquieti, la moglie dopo poco muore d’infarto. Questa prima morte avvierà i figli verso la maturità, e anche loro si troveranno a vivere le inquietudini degli sposi. Meno problematica la figlia Carla che vive un matrimonio felice con un uomo da poco divorziato, mentre Gino sembra percorrere i passi paterni con tutte le inquietudini di una vita matrimoniale irrisolta. La morte del padre, l’incontro fagocitante con Gianna, di cui diviene amante, e la fuga della moglie Francesca permetteranno a Gino di riscoprirsi un uomo nuovo e felice della sua raggiunta maturità.

Giorgio Montefoschi, La sposa, Rizzoli, 333 pagine, 17 euro
 

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