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La miopia di Habermas, Hobsbawm & co.

LIBERAL BIMESTRALE
di Alain de Benoist
Anno III n°16 - Febbraio - Marzo 2003

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cop16_thTutti ricordano la controversia tra gli storici (Historikerstreit) scatenata nel 1986 dalla pubblicazione, sulle colonne della Frankfurter Allgemeine Zeitung, del celebre articolo di Ernst Nolte sul «passato che non passa» (1). In questo articolo Nolte esponeva il nocciolo della sua teoria «storico-genetica» del totalitarismo. Secondo questa tesi, che in seguito fu sviluppata in numerose opere (2), i metodi totalitari del nazionalsocialismo furono essenzialmente una risposta a una barbarie «asiatica» originariamente introdotta in Occidente dal bolscevismo. In un passo spesso citato, Nolte così definiva il nazionalsocialismo: un «antimarxismo che punta all’annientamento dell’avversario attraverso l’elaborazione di un’ideologia radicalmente opposta, e tuttavia simile, e l’uso di metodi pressappoco identici, e tuttavia segnati da tutt’altre caratteristiche». In altre parole per i nazisti il bolscevismo sarebbe stato allo stesso tempo un antagonista (Schreckbild) e un modello (Vorbild), mentre l’ideologia hitleriana si definiva propriamente come un anticomunismo passionale, fuso con l’antisemitismo e fondato su una concezione della storia ispirata al darwinismo sociale. Dieci anni dopo, il dibattito è stato rilanciato dalla pubblicazione del non meno celebre Libro nero del comunismo, il cui curatore, Stéphane Courtois, stabilendo un bilancio comparato delle due esperienze totalitarie, metteva in evidenza l’omologia strutturale tra il «genocidio di razza» proprio del nazionalsocialismo e il «genocidio di classe» del comunismo sovietico (3). I due modi di affrontare la questione erano diversi ma si completavano nella misura in cui entrambi si basavano su un raffronto sistematico dei regimi nazionalsocialista e comunista. Raffronto «orizzontale», si potrebbe dire per Stéphane Courtois e i suoi collaboratori, perché costruito soprattutto su un bilancio numerico (il numero delle vittime attribuibile a entrambi i sistemi), raffronto «verticale» quello di Nolte, perché elaborato a partire da una prospettiva genealogica (il «nesso causale»). Che il nazionalsocialismo sia stato prima di tutto una reazione al bolscevismo, si potrebbe definire a prima vista come una «banalità superiore». D’altra parte, la stessa idea di Ernst Nolte, in forma meno sistematica, è stata sostenuta da altri autori, da Paul Johnson a Domenico Settembrini. Il raffronto dei due regimi è stato fatto anche da numerosi storici e nelle più diverse prospettive (4). Tale comparazione è non solo legittima, ma indispensabile per la pura intelligibilità dei fatti. Ma è anche chiaro che la storia del Ventesimo secolo è assolutamente incomprensibile se non si mette in conto il trauma causato dalla rivoluzione russa, come quella del Diciannovesimo secolo è incomprensibile se non si mette in conto il trauma provocato Rivoluzione francese il parallelo s’impone a maggior ragione dal momento che Lenin si ispirò esplicitamente all’esempio della Convenzione e il nazionalsocialismo fu incontestabilmente un «giacobinismo bruno», mentre il Terrore giacobino fu, come ha detto Nolte, «il primo a far accettare l’idea di sterminare una classe o un gruppo».
Si potrebbe ugualmente vedere nella tesi di Nolte un’illustrazione fra le tante di quel che René Girard ha chiamato «rivalità mimetica», fenomeno estremamente utile per la comprensione di tanti fatti storici e sociali. Spesso si è potuto constatare che frequentemente si adottano le caratteristiche del nemico che ci si propone di combattere ritorcendogli contro gli stessi suoi metodi: terrorismo e contro-terrorismo, teoria del complotto e teorie che rifiutano il complotto, massoneria e anti-massonerie, guerra partigiana, «razza superiore» e «popolo eletto», e così via. La tesi di Nolte d’altra parte avrebbe potuto logicamente trovare una certa eco anche tra alcuni autori «di sinistra». Nolte, in fin dei conti parla di un fascismo generico che comprende tanto il nazionalsocialismo che l’Action française, e descrive questo fascismo generico come un fenomeno essenzialmente di reazione e dunque «controrivoluzionario». Simili punti di vista nel passato sono stati frequentemente sostenuti «a sinistra». Infine, quando uno storico dichiaratamente anticomunista dice che il nazionalsocialismo non è stato migliore del comunismo, perché ha preso a prestito i suoi metodi di distruzione di massa, dovrebbe essere collocato, per questo semplice fatto, nel campo degli avversari del nazionalsocialismo. Ma non è questo quel che è accaduto. Invece di esaminare serenamente il paradigma proposto da Nolte, e interrogarsi sulla sua pertinenza o non pertinenza, sulla sua giustezza o la sua falsità, si è preferito mettere l’autore sotto processo. Non solo il dibattito non si è svolto a un livello adeguato, ma è stato fatto di tutto per evitarlo o per argomentare che non aveva alcuna ragion d’essere. Invece di tentare di perfezionare il paragone tra nazionalsocialismo e comunismo, mettendo sul piatto della bilancia simmetrie e asimmetrie, differenze e somiglianze, rotture ed elementi omologhi, viene definita «scandalosa» l’idea stessa di un tale paragone che avrebbe portato a un relativismo inaccettabile se non a una inconfessata complicità. Giudicare nazionalsocialismo e bolscevismo come regimi egualmente abominevoli avrebbe condotto a «banalizzare» il primo e dunque in qualche modo a «scusarlo». Confondendo costantemente tre piani differenti: quello morale, quello politico-ideologico e quello storico - il che non ha contribuito a far chiarezza nel dibattito -, questo curioso atteggiamento ha condotto, in fin dei conti, alla posizione simmetricamente inversa di quella che veniva denunciata. Assumendo l’esistenza di un male assoluto nella storia (il nazionalsocialismo), si finiva nello stesso momento col «banalizzare» il comunismo, poiché rispetto al male assoluto non possono che esserci dei mali di minor gravità o di minore estensione, dei mali più comprensibili e accettabili - anche quando, come è stato il caso del comunismo, hanno provocato un più grande numero di vittime. Così Saul Friedländer ha accusato Nolte di voler collocare la Germania nazista «dalla parte delle vittime». Jürgen Habermas, con lo stesso spirito, ha presentato le sue tesi come «una maniera di liquidare i danni» (ein Art Schadenabwicklung). Storici come Eric Hobsbawn et Tony Judt hanno rimproverato a François Furet il semplice fatto di aver osato citare il suo nome. E gli esempi si potrebbero moltiplicare. Da parte nostra, ne esamineremo solo uno dei più recenti, e cioè una discussione pubblicata nella rivista francese Le Débat, sotto il titolo «Su La guerra civile europea di Ernst Nolte», con interventi di Edouard Husson, Charles S. Maier e Denis Trierweiler, seguiti da una risposta di Nolte (5). Basta scorrere questa raccolta per ritrovare costantemente le stesse formule. Edouard Husson accusa Nolte di sviluppare tesi «indifendibili», di ricorrere ad «argomenti deboli se non scandalosi», di dar prova di «spirito di sistema», d’utilizzare «vecchi cliché antisemiti» (6), criticando «strategie retoriche» che essenzialmente possono essere ricondotte a una «strategia giustificatoria». Charles S. Maier assicura che le tesi di Nolte «a volte confinano con l’apologia del nazismo», che la sua opera «è un miscuglio di sapienti oscenità» (sic), che il suo scopo è di «relativizzare l’Olocausto», che si basa su «paragoni indecenti», essi stessi rivelatori di un «doppio gioco». Denis Trierweiler, infine, s’interroga sulle intenzioni nascoste di Nolte. Accusandolo esplicitamente di «assolvere la storia tedesca da ogni responsabilità», scrive che il suo lavoro di «noiosa» (sic) erudizione «non è quello di uno storico né di un filosofo... ma un discorso di fatto orientato da diretti obiettivi politici»! In un altro recente articolo, anche Enzo Traverso accusa Nolte di «revisionismo», «un revisionismo che non riguarda un canone storiografico molto difficile da capire [sic], ma piuttosto una coscienza storica condivisa» (7). Rimproverandogli di basarsi su «fantasie», di fondare le sue tesi «su basi estremamente fragili e perlomeno discutibili», di essere totalmente privo di «distanza critica» rispetto alle rappresentazioni naziste, aggiunge a proposito della sua opera che «nell’ambito di un tale dispositivo argomentativo ogni sistema comparativo acquista inevitabilmente un sapore apologetico» (sic). Quindi, per spiegare la simpatia di François Furet per Ernst Nolte, ricorda che Furet si considerava l’erede di Alexis di Tocqueville e che quest’ultimo fu «amico sincero e interlocutore intellettuale di Gobineau, pur non condividendone le opinioni razziste» (8), lasciando così intendere che Nolte potrebbe a buon diritto essere considerato erede di Gobineau! È bizzarro che Traverso, allo stesso tempo, riconosce a Nolte d’aver colto «un aspetto essenziale del nazionalsocialismo, cioè la sua natura di movimento controrivoluzionario, nato per reazione alla rivoluzione russa e allo spartachismo, come antimarxismo e anticomunismo militante» (9). Ma contesta che l’antibolscevismo sia sufficiente per spiegare l’antisemitismo nazista. «Nessuna corrente del nazionalismo tedesco - scrive - aveva mai prospettato, prima del 1914, la ristrutturazione biologica dell’Europa. Se il nazionalsocialismo vi giunse non fu a causa della rivoluzione d’Ottobre, ma per le sue radici nella cultura tedesca ed Europea del Diciannovesimo secolo» (10). L’affermazione è evidentemente contraddittoria, perché non si vede come il nazionalsocialismo avrebbe potuto acquisire le caratteristiche che gli furono proprie a causa del radicamento in una cultura che, per ammissione dello stesso Traverso, non le ha mai manifestate. Traverso infatti pensa che il vero «modello» di Hitler «non fu il bolscevismo, ma le guerre coloniali del Diciannovesimo secolo, concepite... per ridurre in schiavitù le popolazioni autoctone e distruggere le “razze inferiori”» (11). Affermazione del tutto ridicola, non solo perché le guerre coloniali non hanno mai avuto come obiettivo in sé l’annientamento delle «popolazioni autoctone», ma perché Hitler non ha mai considerato gli ebrei come esseri «inferiori», ma al contrario come individui fortemente dotati per la distruzione (12). Le reazioni al Libro nero del comunismo, tradotto in tutto il mondo e di cui sono state vendute più di un milione di copie, sono state spesso altrettanto ostili, in particolare in Germania, in Francia e negli Stati Uniti. L’aspetto più divertente è che Enzo Traverso, che definisce Stéphane Courtois «crociato tardivo della guerra fredda» e l’accusa di limitarsi a «riesumare vecchi cliché anticomunisti», lo rimprovera anche di non tener conto del contesto storico quando evoca i crimini del comunismo… mentre rimprovera a Nolte, a proposito del nazionalsocialismo, di dare troppa importanza allo stesso contesto.
Tralasceremo qui gli innumerevoli argomenti, o sofismi, che sono stati portati avanti o elaborati per tentare di «dimostrare» l’esistenza di una differenza «radicale» tra i due grandi regimi totalitari, e cioè una differenza di natura che permetterebbe di far distinzione tra i rispettivi crimini e in secondo luogo tra le loro vittime (13). Viceversa ci si può interrogare sulle ragioni di questa stupefacente resistenza a ogni paragone sistematico tra il comunismo sovietico e il nazionalsocialismo, resistenza sulla quale gli storici del futuro sicuramente rifletteranno. Da parte mia, in prima approssimazione, ne individuerei sei. Prese separatamente o nel loro insieme mi paiono costituire il «nocciolo razionale» (per riprendere un’espressione di Nolte) di questa reticenza o di questo rifiuto e allo stesso tempo spiegano l’ostilità che Nolte e Courtois hanno dovuto costantemente affrontare.
1) Nel 1945, la Germania di Hitler ha perso e la Russia sovietica ha vinto. Constatazione banale, ma che non possiamo sottacere. Dopo una guerra, solo i vincitori - e in particolare quelli tra i vincitori che più hanno sofferto per le azioni dei vinti - hanno i mezzi per farsi valere. Storicamente la voce del vincitore predomina perché gli è possibile affermare la sua verità su quanto è avvenuto. È il vincitore che scrive la storia, almeno in un primo tempo. Inevitabilmente i torti subiti dai vinti sono minimizzati o taciuti, mentre i danni subiti dai vincitori sono incessantemente evocati e sottoposti all’indignazione generale. Questo fenomeno è ancor più accentuato quando il vinto è presentato come colpevole. Il vincitore ha tutto l’interesse a criminalizzare colui sul quale ha trionfato poiché i crimini del vinto rendono relativi quelli del vincitore. In un tale contesto paragonare nazionalsocialismo e comunismo, appare come mettere sullo stesso piano vincitore e vinto, cosa alla quale il primo non può facilmente accondiscendere.
2) Durante la seconda guerra mondiale le democrazie occidentali hanno scelto di allearsi con Stalin contro Hitler. Le circostanze probabilmente spiegano questa scelta che, alla fine degli anni Trenta, non sembrava ineluttabile (ricordiamoci del patto germano-sovietico). Tale scelta, in fin dei conti, implicitamente equivaleva a considerare il bolscevismo un male minore rispetto al nazionalsocialismo: era possibile allearsi con il primo, fosse anche temporaneamente, per trionfare sul secondo, mentre la scelta inversa era impensabile. Certo, questo non ha impedito alle democrazie occidentali di criticare con forza il sistema comunista nel corso della guerra fredda. Mettere nazionalsocialismo e comunismo sovietico «sullo stesso piano» può tuttavia apparire di tal natura da rimettere retrospettivamente in discussione la legittimità dell’alleanza con Stalin, dalla quale è derivato un legame che si è dissolto solo progressivamente.
3) Con la gloriosa aureola di aver largamente contribuito alla sconfitta del nazionalsocialismo, il comunismo sovietico ha goduto nell’immediato dopoguerra di un’incontestabile legittimità. Ha beneficiato di un prestigio che i partiti comunisti occidentali hanno saputo largamente sfruttare. Molti sono diventati comunisti in quel periodo e tra loro molte personalità (o future personalità). Il risultato è che un gran numero di persone che godono ancor oggi di un forte potere d’influenza, in particolare nel sistema universitario, tra gli intellettuali, o nel mondo dell’editoria e dei media, sono ex comunisti. E mentre essere semplicemente sospettati di simpatie per il nazionalsocialismo ha come conseguenza la massima delegittimazione, essere stato comunista è un fatto che viene visto al massimo sotto il profilo aneddotico. Di un comune passato continuano a sopravvivere ricordi comuni, amicizie, reti di relazione, complicità. Per i vecchi comunisti, anche se non lo sono più, è difficile, rispetto al loro itinerario personale, criticare i crimini del comunismo come criticano, senza sforzo, quelli del nazionalsocialismo. Il paragone tra i due sistemi totalitari viene da loro percepita in qualche modo come una messa in stato d’accusa. Malgrado l’importanza che davano all’«autocritica», i comunisti hanno spesso la tendenza a giustificare retrospettivamente il loro impegno passato. È nota la formula: «Era meglio aver torto con Sartre che ragione con Raymond Aron». In altre parole: forse ci siamo sbagliati, ma ciò è avvenuto per un buon motivo (o con buone ragioni). Molti ex comunisti pensano che in primo luogo hanno avuto ragione d’essere comunisti esattamente come in seguito hanno avuto ragione a non esserlo più. Che si metta sullo stesso piano il sistema al quale hanno aderito in un certo momento della loro vita e quello che non hanno mai cessato di combattere suscita in loro forti resistenze.
4) Ogni gruppo umano che sia stato perseguitato tende a vedere le persecuzioni di cui è stato vittima come le peggiori fra tutte, per il solo motivo che sono le persecuzioni che ha subito. Ogni vittima, in altre parole, tende a rifiutare l’idea che altre vittime abbiano potuto subire le stesse sofferenze da lei subite. Una simile reazione è del tutto comprensibile psicologicamente. Ora avviene che la comunità ebraica, per diverse ragioni, ha avuto a disposizione molti più mezzi per far conoscere all’opinione pubblica la sua sorte tragica sotto il nazionalsocialismo di quanto le vittime del comunismo ne abbiano mai avuti per far conoscere la loro. Si è così imposta poco a poco l’idea che le persecuzioni antisemite sotto il Terzo Reich sono state un fenomeno «unico» che, per definizione, non può essere paragonato a nessun altro. Paragonare le persecuzioni contro gli ebrei ad altre persecuzioni, ad altri massacri, ad altri crimini di guerra o «crimini contro l’umanità» che abbiano colpito massicciamente altri popoli innocenti, significherebbe dunque diminuirne la gravità, «banalizzarli», e dunque esonerare il sistema hitleriano da almeno una parte delle sue colpe. Questa teoria, ripeto, psicologicamente comprensibile ma storicamente insostenibile, ha due inconvenienti. Da un lato appartiene alla pura metafisica. Direttamente associata alla nozione di «male assoluto», l’idea di un crimine politico «unico» (che implica «l’unicità» della vittima come quella del carnefice) è un’idea «largamente astorica», per riprendere il termine usato da Peter Novick (14). Un simile argomento d’altra parte contraddice un’altra idea dominante nella misura in cui priva di senso ogni avvertimento contro una supposta «rinascita del nazismo»: un evento «unico» può prodursi, per definizione, solo una volta.
5) Un’altra causa di resistenza a ogni paragone sistematico tra il comunismo e il nazionalsocialismo ha a che fare con il fatto che la «lingua» del comunismo è oggi molto meglio accettata di quella del nazismo, non solo perché la disfatta di quest’ultimo ha colpito con una sorta di interdetto, per contagio, amalgama o contiguità tutto ciò che ne può evocare il ricordo (o tutto ciò che si riesce a presentare come suscettibile di evocarne il ricordo), ma anche perché il comunismo ha continuato a parlare la «lingua dell’emancipazione», che è stata quella di tutta la modernità dall’illuminismo in poi. Il comunismo ha nei fatti assunto, nella sua peculiare prospettiva rivoluzionaria, tutte le pretese di emancipazione della modernità, la promessa di un «avvenire migliore» in una interpretazione ottimista dell’ideologia del progresso. È partendo da qui che va inteso l’argomento delle «buone intenzioni» del comunismo - quel che il quotidiano Le Monde ha potuto chiamare il suo «aspetto luminoso» -, cioè quelle intenzioni che appaiono «buone» perché sono in sintonia con convinzioni implicite sempre presenti oggi. Tale argomento si riassume nel sostenere che il sistema del Gulag non discendeva naturalmente dal comunismo, mentre Auschwitz si iscriveva coerentemente nella logica profonda del nazionalsocialismo. Essendo il comunismo figlio dell’illuminismo - e dunque appartenendo per questo alla stessa «famiglia» del liberalismo -, il terrore comunista non sarebbe che un semplice mezzo, uno slittamento, una deviazione dettata dalle circostanze, mentre nel nazismo il terrore derivava dalla sua stessa essenza e ne costituirebbe il fine naturale. Questa definizione generalmente si accompagna a una definizione dell’ideologia comunista data dai suoi sostenitori contrapposta a una definizione dell’ideologia nazista fornita dai suoi avversari. «La sequela di oppressione e di morte che ha accompagnato tutta la parabola delle stalinismo non cancella le radici del comunismo [che affondano] nella tradizione dell’illuminismo e del razionalismo umanista del Diciottesimo secolo», così scrive Enzo Traverso (15), con l’ingenuità di chi, dimenticando l’esempio della Vandea, evidentemente immagina che non si può sterminare nel nome dell’illuminismo. La convinzione sottesa a questo argomento, oltre a fondarsi su una definizione discutibile del «bene» e del «male» in politica, è che il «bene» storicamente non può che produrre «bene», mentre il «male» può produrre solo «male». Così si ignorano gli effetti di eterotelia (Jules Monnerot) legati a quel che Max Weber chiamava il «paradosso delle conseguenze». Le cose si complicano ancora se si considera che il razzismo è una forma discreta ma incontestabile di internazionalismo o di supernazionalismo - il che appunto ne faceva, agli occhi dei nazisti, uno strumento adatto per combattere l’universalismo marxista -, mentre il comunismo storico si è spesso unito a un nazionalismo anch’esso eredità della Rivoluzione francese. Il che spiega indubbiamente perché la differenza «radicale» che si presume esista tra i due grandi sistemi totalitari non è apparsa molto evidente a coloro che li hanno conosciuti entrambi, da Margarete Buber-Neumann fino a Vassili Grossman o Solgenitsyn. L’idea che un omicidio commesso con buone intenzioni sia più «scusabile» di uno commesso con cattive intenzioni è quanto meno contestabile. Si potrebbe facilmente sostenere il punto di vista contrario. Un crimine commesso in nome del «bene» - o in nome «dell’umanità» - è sotto certi aspetti peggiore di ogni altro. Come scrive Ernst Nolte, «la responsabilità è tanto più grave quanto più l’intenzione era buona; più gravida di conseguenze è la perversione di questa buona intenzione» (16).
6) Malgrado i libri di Aleksandr Solgenitsyn e di altri dissidenti russi, la divulgazione drammatica dei crimini del comunismo è restata praticamente inesistente rispetto a quella dei crimini del nazionalsocialismo (17). E nemmeno c’è stato per il comunismo l’equivalente di un qualche processo di Norimberga. Alain Besançon, in Francia, ha potuto parlare d’«amnesia» in un caso, e d’«ipermnesia» nell’altro. Parallelamente l’idea di una «storicizzazione» del nazionalsocialismo si scontra con formidabili resistenze (18), mentre quella di una «storicizzazione» del comunismo è ammessa senza difficoltà. Un’ultima ragione di questo trattamento ineguale dei due grandi totalitarismi del Ventesimo secolo, di cui si potrebbero fare innumerevoli esempi, si lega all’uso polemico che continua a esser fatto della tematica «antifascista». Dopo la caduta del sistema sovietico, l’anticomunismo ha smesso d’essere strumentalizzabile politicamente contro i partiti di sinistra. Circa sessant’anni dopo la caduta del Terzo Reich, l’antifascismo permette ancora d’intimidire i partiti di destra, per esempio per vietare loro ogni alleanza con l’estrema destra. Questa osservazione va messa in relazione col fatto, a prima vista molto paradossale, che la distanza rispetto al periodo studiato, non solo non si è tradotta in un raffreddamento delle passioni, premessa necessaria a una maggiore obiettività, ma al contrario in giudizi più categorici, affermazioni più passionali, rappresentazioni più fantomatiche che mai. Via via che spariscono i protagonisti e i testimoni, il «fascismo» diviene una sorta di oggetto mitico, una sorta di parola-caucciù dalla polisemia proliferante, che può essere strumentalizzata per qualsiasi cosa. Mentre l’anticomunismo appare sempre più obsoleto, l’antifascismo perdura come mito carico di emozioni. Lo si constata in tante occasioni. Così a volte si parla di «fascismo rosso» per definire lo stalinismo, ma mai di «comunismo bruno» per definire il nazismo, o ancora, correntemente si denuncia l’islamismo come un «fascismo verde». Al limite, ogni forma d’ingiustizia, violenza o crimine deriverebbe dal «fascismo». Questo uso della parola «fascismo» - tanto più ridicolo visto che, rispetto al comunismo sovietico e al nazionalsocialismo, il fascismo «originale», cioè il fascismo mussoliniano, è stato poco distruttore dal punto di vista umano - è profondamente rivelatore. In quest’ottica, studiare in modo parimenti scientifico i fascismi e i comunismi significa privarsi di un potente strumento di delegittimazione. Assimilato globalmente all’antinazismo, l’antifascismo residuale o anacronistico ha indiscutibilmente ancora molti bei giorni davanti a sé.
Le sei ragioni che ho appena enumerato permettono di comprendere perché si è così frequentemente assistito non a una discussione sulle tesi di Ernst Nolte, ma a un preciso tentativo di delegittimazione. Autori che, ben spesso accusavano Nolte d’intenzioni «apologetiche» solo per meglio occultare le loro proprie tendenze apologetiche in senso opposto (19), invece di interrogarsi onestamente sul valore e la verità della sua opera, hanno preferito discutere sulla sua «ammissibilità» o «non ammissibilità», cioè in ultima istanza sul suo grado di compatibilità con l’ideologia dominante. Le procedure da inquisizione, la dequalificazione invece della confutazione, il processo alle intenzioni, il sospetto sistematico applicato ai sottintesi e ai non detti, aveva lo scopo di perfezionare un operatore di chiusura. In parole povere di rifiutare il dibattito. In secondo luogo, aldilà dello stesso Nolte, si trattava anche di delegittimare l’esistenza politica della Germania e di marchiare la sua identità di una colpa imperdonabile. Significativa a questo proposito l’accusa di Edouard Husson contro Nolte di tentare «di stabilire definitivamente che le fonti principali del nazismo non vanno cercate nella storia tedesca» (20). Affermare, contro ogni evidenza, il carattere strettamente endogeno del nazionalismo tedesco, negare il fatto lampante che il nazionalsocialismo era per molti aspetti un fenomeno estraneo a una tradizione politica tedesca fondata, non sul nazionalismo giacobino, ma sul federalismo, fare del Terzo Reich il punto d’arrivo obbligato di tutta la storia tedesca e/o il punto focale rispetto al quale tutta questa storia dovrebbe essere interpretata, rappresenta infatti una comoda maniera di limitare l’autonomia politica della Germania, di criminalizzare la sua identità, di negarle ogni sentimento nazionale e obbligarla a sentirsi colpevole della sua stessa esistenza. La storia non obbedisce a leggi meccaniche, in mancanza delle quali l’uomo sarebbe «scientificamente» prevedibile, più di quanto non si dissolva in una nebbia inesplicabile. Può, invece essere compresa e spiegata. Non ha uno sviluppo rettilineo, ma è fatta di eventi fondanti e di punti di non ritorno. I totalitarismi moderni ne costituiscono un esempio. Il termine «totalitarismo» è nato, già prima della seconda guerra mondiale, dalla chiara coscienza che fenomeni come il comunismo sovietico e il nazionalsocialismo non potevano essere analizzati secondo le antiche teorie del dispotismo e della tirannia classica. All’epoca della guerra fredda, la teoria del totalitarismo si è sviluppata in un’ottica implicitamente liberale. Si sono allora definiti i regimi totalitari con un certo numero di tratti caratteristici (partito unico, capo carismatico, mobilitazione delle masse, controllo dell’opinione pubblica attraverso la censura, sistema dei campi, ecc.) che sono appunto quelli che li differenziavano maggiormente dalle democrazie liberali (21). Tuttavia, mentre la storiografia del nazionalsocialismo è in primo luogo opera degli stessi tedeschi che, dopo il 1945, avevano potuto accedere a tutti gli archivi disponibili, la storiografia del sistema sovietico è stata soprattutto opera di autori che non erano originari dei Paesi dell’Est e che per lungo tempo hanno potuto disporre solo di informazioni frammentarie. Il risultato, come ha sottolineato Martin Malia, è che «il paragone tra nazismo e comunismo è stato in larga parte fatto da persone che sapevano molto sul primo [sistema], ma estremamente poco sul secondo» (22). Questa lacuna è stata in parte colmata dopo la caduta del sistema sovietico, che ha permesso l’apertura (relativa) degli archivi del Cremlino. È da questo momento che il termine totalitarismo, caduto nel dimenticatoio dopo la fine della guerra fredda, è tornato con forza alla ribalta (23). La teoria «storico-genetica» di Ernst Nolte è molto superiore all’approccio puramente strutturale o «funzionale» del totalitarismo, nella misura in cui si sforza di ricostruirne la genealogia - nel senso in cui Nietzsche ha potuto fare la «genealogia della morale» o Heidegger quella della metafisica (come «oblio dell’essere»). Un tale approccio è decisivo perché fa intervenire una narratività senza la quale l’evoluzione storica ha grandi possibilità di restare incomprensibile. Nolte giustamente prende sul serio l’aspetto ideologico della storia. Attribuisce un posto essenziale, non tanto alle «idee» in sé, ma al divenire pratico delle ideologie (24). Mostra anche il ruolo delle «emozioni fondamentali», come sostituti esistenziali della fede, prodotti da quelle «correnti sovranazionali» che sono le ideologie, aiutando così a capire ciò che accomuna le dottrine totalitarie ai grandi messianismi millenaristi e che le trasforma in religioni laiche.
Tutta la ricerca di Nolte mira a comprendere. Come l’intellettuale, lo storico è colui che cerca di capire e far capire. Ma chi cerca di capire è frettolosamente accusato di essere compiacente o complice. Lo spirito di parte, che argomenta in modo polemico in nome dell’indignazione morale o di una convinzione ideologica, diventa allora un modello, mentre l’esigenza di comprendere, l’ideale della intelligibilità obiettiva diventa un errore da denunciare. «Tutta la storia è contemporanea», diceva Benedetto Croce. La storia è infatti sempre percepita attraverso il prisma del presente, il che rende la storiografia particolarmente vulnerabile alle passioni del momento e alla tentazione di strumentalizzarne i risultati. Per questa ragione Nolte afferma con forza che «la storiografia ha come esigenza elementare una certa presa di distanze dal suo oggetto» (25). Ma è proprio questo quel che gli si rimprovera: avere ricordato la necessità di prendere le distanze («fare passare il passato») come condizione indispensabile per la comprensione e l’obiettività. La «memoria» - in opposizione alla storia - combatte la volontà dell’obiettività perché per suo tramite si manifesta quel che Martin Heidegger ha chiamato molto giustamente la «metafisica della soggettività». Quel che ancora non si perdona a Nolte, è di non aver messo sotto accusa il suo Paese - d’aver respinto non la nozione di responsabilità collettiva, ma quella di colpevolezza collettiva, sottolineando nettamente che «instillare un sentimento di colpevolezza negli individui che non sono personalmente colpevoli, solo per la loro appartenenza a un determinato popolo» non è altro che un «razzismo» alla rovescia (26). Ma c’è dell’altro. La caduta del comunismo sovietico ha provvisoriamente messo il sistema liberale in posizione egemonica su scala planetaria. Ogni egemonismo tende a creare unanimismo. Tende a far credere che la situazione presente, della quale profitta, è la sola possibile. Colloca così l’avvenire in un orizzonte di fatalità - un modo come un altro di risparmiarsi la fatica di doversi interrogare sui suoi fondamenti. Ora mi sembra che Ernst Nolte ha fatto anche comprendere che la minaccia totalitaria non si limita solo ai grandi totalitarismi del Ventesimo secolo, che l’unanimismo forzato, caratteristico di questi regimi - l’omogeneizzazione del sociale, la normalizzazione dell’immaginario, lo sradicamento delle differenze - può assumere forme nuove, certamente più morbide, ma non meno temibili. Come prima di lui Hans Freyer (27), Nolte ha saputo trovare nuove forme di «unanimismo mortifero» (Massimo Amato) anche all’interno di un sistema liberale in cui l’alienazione degli individui secondo l’immaginario della merce, il loro asservimento alle esigenze della Forma-Capitale, all’onnipotenza dell’economia, vanno di pari passo con l’uniformare il mondo e disumanizzare i rapporti sociali. Potremmo riprendere a questo punto la dialettica dell’antagonismo e del modello, dello Schreckbild e del Vorbild. Il totalitarismo nasce dal liberalismo al quale s’oppone, come l’ateismo moderno nasce dal cristianesimo di cui rifiuta i dogmi. Ma non basta rifiutare ciò che vi ha fatto nascere per non esservi più legato. Combattere contro ciò da cui si proviene, soprattutto quando lo si combatte con i mezzi che gli sono propri, e secondo le sue categorie, significa permanere ancora nell’ambito d’origine. Secondo una frase famosa di Joseph de Maistre, ogni controrivoluzione corre il rischio di essere una rivoluzione in senso opposto. Il rifiuto del pensiero illuminista da parte del nazionalsocialismo è forse, da questo punto di vista, il segno più certo di quanto ha potuto sussistervi di questo pensiero. È in questo senso che si potrebbe parlare, con Massimo Amato, di «riconoscimento, non solo della dipendenza reciproca dei totalitarismi, ma anche della loro comune dipendenza dal sistema liberale» (28). La corrispondenza Furet-Nolte del 1996 ha ben mostrato, non solo che comunismo e nazionalsocialismo avevano come nemico comune il «liberalismo borghese», ma anche il fatto che l’uno e l’altro miravano a colmare un deficit democratico inerente al sistema liberale, che François Furet ha chiamato il «deficit politico costitutivo della democrazia moderna». «I vari tipi di regimi totalitari […] hanno un punto comune - scriveva Furet - metter fine a questo deficit, ridando il ruolo principale alla decisione politica, e integrando le masse nel partito unico per affermare costantemente la loro ortodossia ideologica» (29). Al liberalismo sfugge la democrazia per le ragioni che Carl Schmitt ha enunciato molto chiaramente. Più in generale gli sfugge il politico a causa dei suoi fondamenti economicisti e individualisti, per il fatto di considerare che l’uomo non è in primo luogo un essere sociale. Riducendo la società a una sommatoria di individui, il giuoco sociale a una contrapposizione di interessi, non riesce a concepire la dimensione politica del sociale senza la quale non esiste una comunità autenticamente umana. È forse per questo che ancora sussiste la minaccia totalitaria. È stato anche rimproverato a Nolte di aver rifiutato, molto giustamente, l’idea che potrebbe esistere un «male assoluto» nella storia. Il fatto è che questa espressione morale e metafisica non ha senso nelle questioni umane: come dice Nolte, né Hitler, né Stalin erano «extraterrestri» (30). Ma questa critica è in sé rivelatrice, svelando, in quelli che la formulano, una comunanza di spirito con i regimi totalitari. Ogni totalitarismo infatti ha bisogno di un nemico assoluto. La pratica del totalitarismo è sempre una lotta mortale contro un nemico percepito non come un semplice avversario, ma come l’incarnazione del male, che non può essere «trattato» se non cercando di sradicarlo con tutti i mezzi. Tale guerra è sempre presentata come una «guerra giusta», che sia in nome dell’umanità, di una visione del mondo o di una particolare comunità. I regimi totalitari coltivano una visione del mondo nella quale non esistono terze posizioni, non c’è un terzo possibile: «Chi non è con me è contro di me». Da qui rivelano la loro natura religiosa. Chi denuncia il totalitarismo credendo al «male assoluto» dovrebbe tacere. Nel testo già citato, Massimo Amato dice che l’ora di Ernst Nolte è suonata. Mi piacerebbe crederlo. Bisogna invece riconoscere che non si trova ancora in Germania e in Francia - malgrado François Furet e Stéphane Courtois -, per citare solo questi due Paesi, la libertà intellettuale e le possibilità di dibattito che esistono oggi in Italia. Ernst Nolte è comunque uno dei rari storici e analisti del fenomeno totalitario dotato di una vera cultura filosofica. Non avendo, la gran maggioranza dei suoi avversari, una cultura del genere, sono semplicemente incapaci di mettersi al suo livello. Il suo pensiero, come ogni pensiero innovatore si scontra con resistenze legate a un paradigma oramai sorpassato. Queste resistenze sono tanto più violente quando coloro che le esprimono sanno che il loro paradigma è obsoleto. Nolte è uno dei più grandi storici del suo tempo, malgrado - e forse a causa - dell’incomprensione e delle calunnie che ha dovuto sopportare.

(Traduzione dal francese di Elisa Loche)




Note
1) Sulla Historikerstreit, cf. Peter Baldwin, Reworking the Past. Hitler, the Holocaust, and the Historian’s Debate, Pantheon Books, New York 1981; Gian Enrico Rusconi (a cura di), Germania, un passato che non passa. I crimini nazisti e l’identità tedesca, Einaudi, Torino 1987; Charles S. Maier, The Unmasterable Past. History, Holocaust, and German National Identity, Harvard University Press, Harvard 1988; Joseph Rovan (a cura di), Devant l’Histoire. Les documents di la controverse sur la singularité di l’extermination des Juifs par le régime nazi, Cerf, Paris 1988; 2) Cf. in particolare Ernst Nolte, Der europäische Bürgerkrieg 1917-1945. Nationalsozialismus und Bolschewismus, Ullstein-Propyläen, Frankfurt/M. 1987 (trad. ital.: Nazionalsocialismo e bolscevismo. La guerra civile europea 1917-1945, Sansoni, Firenze 1989; trad. fr.: La guerre civile européenne, 1917-1945. National-socialisme et bolchevisme, Les Syrtes, Paris 2000); Das Vergehen der Vergangenheit. Antwort an meine Kritiker im sogennanten Historikerstreit, Ullstein, Berlin 1987; Controversie. Nazionalsocialismo, bolscevismo, questione ebraica nella storia del Novecento, Corbaccio, Milano 1999; Der kausale Nexus. Über Revision und Revisionismen in der Geschichtswissenschaft. Studien, Artikel und Vorträge 1990-2000, Herbig, München 2002; 3) Le livre noir du communisme, Robert Laffont, Paris 1997, p. 19 (trad. ital.: Il libro nero del comunismo, Mondadori, Milano 1998); 4) Cf. in particolare Marc Ferro (a cura di), Nazisme et communisme, deux régimes dans le siècle, Hachette, Paris 1993; Ian Kershaw et Moshe Lewin (a cura di), Stalinism and Nazism. Dictatorship in Comparison, Cambridge University Press, Cambridge 1997 (trad. ital.: Stalinismo e nazismo. Dittature a confronto, Editori Riuniti, Roma 2002) ; Henry Rousso (a cura di), Nazisme et stalinisme. Histoire et mémoire comparées, Complexe, Bruxelles 1999 (trad. ital.: Stalinismo e nazismo. Storia e memoria comparate, Bollati Boringhieri, Torino 2001); 5) Le Débat, Paris, novembre-décembre 2002, pp. 140-186; 6) Segnaliamo che Edouard Husson è anche l’autore della prefazione di un altro libro di Nolte pubblicato in Francia, Nietzsche. Le champ de bataille (Christian di Bartillat, Paris 2000; trad. ital.: Nietzsche e il nietzscheanismo, Sansoni, Firenze 1991). Ci si può meravigliare che l’editore francese di Nolte sia ricorso a uno dei suoi avversari dichiarati per la prefazione di questo libro. Sciaguratamente non è altro che un sintomo tra i tanti del clima intellettuale che continua a prevalere in questo Paese; 7) Enzo Traverso, «De l’anticommunisme. L’Histoire du XXe siècle relue par Nolte, Furet et Courtois», in L’Homme et la société, Paris, avril-septembre 2001, pp. 169-184. Cf. anche Enzo Traverso, La violence nazie. Une généalogie européenne, La Fabrique, Paris 2002 (ed. ital.: La violenza nazista. Una genealogia, Il Mulino, Bologna 2002). Citazioni tradotte dall’edizione francese; 8) Ibid., p. 174; 9) Ibid., p. 182; 10) Ibid., p. 175; 11) Ibid., p. 176; 12) Enzo Traverso inoltre vede nelle dottrine eugeniste una fonte essenziale del nazionalsocialismo (p. 179). Ciò significa dimenticare che l’eugenismo fu in origine, esattamente come il darwinismo sociale (da cui peraltro differisce su punti importanti), una dottrina progressista che fu applicata nelle democrazie anglosassoni e nelle socialdemocrazie scandinave ben prima dell’avvento del Terzo Reich; 13) Noi ci siamo dedicati a questo esercizio in occasione del dibattito seguito alla pubblicatzione del Livre noir. Cf. Alain de Benoist, Communisme et nazisme. 25 réflexions sur le totalitarisme au XXe siècle, 1917-1989, Labyrinthe, Paris 1998 (trad. ital.: Comunismo e nazismo. 25 riflessioni sul totalitarismo nel XX secolo, 1917-1989, Arianna, Casalecchio 2000); 14) Peter Novick, The Holocaust in American Life Houghton Mifflin, Boston 1999; 15) Art. cit., p. 193; 16) Les fondements historques du national-socialisme, Rocher, Paris 2002, p. 165 (trad. ital.: I presupposti storici del nazionalsocialismo e la presa del potere del gennaio 1933, C. Marinotti, Milano 1998); 17) Dal 1989, data della caduta del Muro di Berlino, nel mondo, principalmente negli Stati Uniti sono stati realizzati 180 film sulla persecuzione degli ebrei da parte dei nazisti. I film sui crimini del comunismo si contano sulle dita di una mano; 18) Cf. Martin Broszat, Nach Hitler. Der schwierige Umgang mit unserer Geschichte, R. Oldenbourg, München 1986 («Plädoyer für die Historisierung des Nationalsozialismus», pp. 266-280); 19) Cf. per esempio Domenico Losurdo, Marx e il bilancio storico del Novecento, Bibliotheca, Gaeta 1993; 20) Enzo Traverso, art. cit., p. 142; 21) Cf. Carl Joachim Friedrich (a cura di), Totalitarianism, Dictatorship and Autocracy, Harvard University Press, Cambridge 1954; 22) Martin Malia, «Judging Nazism and Comunism», in The National Interest, automne 2002, p. 72; 23) Cf. Enzo Traverso (a cura di), Le totalitarisme. Le XXe siècle en débat, Seuil, Paris 2001 (ed. ital.: Totalitarismo. Storia di un dibattito, Bruno Mondadori, Milano 2002); 24) Cf. su questo Volker Kronenberg, Ernst Nolte und das totalitäre Zeitalter, Bouvier, Bonn 1999 (opera sviluppata da una tesi di dottorato intitolta Ernst Nolte. Annäherungen an sein Werk); 25) Les fondements historiques du national-socialisme, op. cit., p. 125; 26) Ibid., p. 166; 27) Hans Freyer, Theorie des gegenwärtigen Zeitalters, Deutsche Verlags-Anstalt, Stuttgart 1955; 28) Prefazione al libro Les fondements historiques du national-socialisme de Nolte, op. cit., p. 14; 29) François Furet et Ernst Nolte, Fascisme et communisme, Plon, Paris 1998 (2a ed.: Hachette-Pluriel, Paris 2000, première publication dans la revue Commentaire, Paris); 30) «Intervista a Ernst Nolte», in Quaderni Padani, settembre-dicembre 2002, raccolta da Gianluca Savoini.

 

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