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Istantanee dal Gulag nel nome dell’utopia

Jacques Rossi, comunista, agente del Kgb, vittima delle grandi purghe, trascorse
vent’anni in Siberia. Un racconto parallelo a quello di Imre Kertész sul Lager
di Renzo Foa

Liberal n. 20 - Ottobre-Novembre 2003

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Com’era bella questa utopia ricorda Essere senza destino. È la scrittura nata da storie diverse ma parallele. Diverse perché Jacques Rossi, di famiglia franco-polacca, finì nel Gulag staliniano in quanto giovane militante comunista e agente del Kgb all’estero, mentre Imre Kertész, ungherese, finì ad Auschwitz e a Buchenwald perché era un ragazzo ebreo. Parallele in primo luogo perché entrambi sono sopravvissuti all’universo concentrazionario del Ventesi-mo secolo un po’ per caso, ma soprattutto per la loro vitalità. Poi perché hanno tutti e due faticato non poco a pubblicare i loro racconti, anche se Kertész ha ricevuto il risarcimento del Nobel. Infine perché hanno fatto della curiosità, tradotta in quello che si chiama minimalismo, la chiave di lettura di quegli anni della loro vita. La bellezza di queste pagine di Rossi sta nel diario quotidiano della vita nel Gulag, nei ritratti dei detenuti (cioè militanti e dirigenti comunisti, funzionari dello Stato, contadini, criminali comuni), nella sostanziale rassegnazione all’arbitrio, appunto nel nome dell’utopia, e nella descrizione minuziosa dei meccanismi di quest’ultimo, attraverso la struttura poliziesco-burocratica-politica che ne era lo strumento di attuazione.
Allora, ecco il chirugo Vladimir Rodionov che, dopo aver salvato dalla morte la figlioletta del generale Petrov, capo del locale Kgb, scampa grazie all’intervento di quest’ultimo alla morte, vedendosi infliggere solo dieci anni di lavori forzati, per scoprire alla sua liberazione che Petrov era rimasto schiacciato dalla «purga» successiva. Ecco il contadino Nikifor Prozorov, accusato di spionaggio per aver risposto a un annuncio economico uscito su Mosca sera, «cercasi falegname, rivolgersi a via Herzen…», al numero civico che corrispondeva all’albergo in cui aveva sede l’ambasciata giapponese. Ecco Grigori Dimitrievic, scaricatore di porto a Odessa e poi alto funzionario delle ferrovie, raccontare nel 1953 che nel ’37 era convinto di essere stato deportato in Siberia perché il partito aveva deciso di trasferire lì militanti fidati per sventare un complotto giapponese. Ecco ancora l’austriaco Emerich Poglitsch, che nella prima guerra mondiale era stato prigioniero dell’esercito zarista e che dopo il ’47, consigliere municipale a Vienna, era finito di nuovo in una prigione russa. E poi il colonnello tedesco Armster, trovato dai sovietici nel carcere berlinese di Moabit, dove era stato rinchiuso in seguito all’attentato a Hitler del 20 luglio del ’44, e spedito nel Gulag…
Aneddoti, istantanee, piccoli episodi, storie individuali sono, per Rossi, il modo più semplice di raccontare la tragedia dell’utopia. Il resto, cioè la fame, la fatica, la morte, rappresentano invece la normalità di quello che egli visse dal dicembre del ’37 fino all’ottobre del ’56, quando grazie alla destalinizzazione lasciò il Gulag. Anche se riuscì a tornare in Polonia solo nel 1961 e a trasferirsi negli Stati Uniti nel 1981, qualche settimana prima del colpo di Stato di Jaruzelski. E anche se, solo nel 1995, riuscì a pubblicare in Francia alcuni dei suoi racconti, scontrandosi con la rimozione sorta dopo la fine dell’utopia. Da sottolineare, infine, il grande problema che pone in una nota finale al lettore, pur riconoscendo che senza gli anni trascorsi nel Gulag avrebbe avuto anche lui una difficoltà di capire: «A conti fatti, chi può sostenere in maniera convincente che vi siano differenze tra lo “sporco collaboratore” dei nazisti e chi, in Occidente, ha sostenuto il regime sovietico chiudendo deliberatamente entrambi gli occhi?».

Jacques Rossi, Com’era bella questa utopia, Marsilio, 284 pagine, 14,50 euro
 

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