«Darwin ha mostrato che gli uomini sono come tutti gli altri animali». Nel suo libro Cani di paglia John Gray, professore della London School of Economics, dichiara di esserne veramente convinto (come buona parte dei suoi colleghi filosofi angloamericani) - confortato, in questa sua opinione, anche dal Tao Tê Ching, dove si legge che «il cielo e la terra sono spietati», perché trattano la miriade di creature come «cani di paglia»: quelli che, usati come offerte agli dèi, dopo il rito vengono calpestati e gettati via. Anche gli uomini, dunque, contingenti e mortali come ogni altra «creatura». II professor Gray dà per scontato che il pensiero scientifico e filosofico degli ultimi due secoli abbia definitivamente demolito la tradizione occidentale - filosofica, cristiana, «umanistica». Salvo poi avvertire il lettore, che deve credergli sulla parola, che anche i demolitori - ad esempio Nietzsche, Wittgenstein, Monod - finiscono col ritornare nella casa che avevano inteso demolire. II libro è comunque brillante e interessante. Gray mostra di sapere molte cose intorno agli animali: quelle che il sapere scientifico gli mette a disposizione. Ma a proposito del valore conoscitivo della scienza le sue opinioni sono oscillanti. Sembra che per lui la scienza abbia un carattere pratico, cioè sia uno strumento di potere, una fede che dà potenza, ma non il possesso di una verità incontrovertibile. Ma egli sostiene anche che «un atto di fede» «non è scienza». Potremmo dunque chiedergli se tutto quello che egli afferma intorno agli «altri animali», all’animale uomo e all’essenza animale dell’uomo, sia una fede che dà potenza e sicurezza, oppure sia una verità indiscutibile. Così stando le cose non sarebbe più prudente, per il professor Gray, considerare il suo libro come un insieme di ipotesi sui cani di paglia? Dato il potenziale conoscitivo della nostra cultura, è soltanto ipotesi già tutto quello che crediamo di conoscere del nostro «prossimo» (umano) - che pertanto sarebbe meglio chiamare «il distante» - visto che la sua «prossimità» e la sua stessa esistenza sono il contenuto di una fede, che è sì potentemente radicata, ma non per questo è una verità innegabile. Inoltre, la tesi di Gray che gli uomini sono animali ha proprio quel carattere metafisico da cui egli vorrebbe tenersi alla larga. Credo che si possa capire perché. Egli scrive che Nietzsche era «incapace di uscire dal “cerchio di gesso” delle speranze cristiane», e che quindi «non rinunciò mai all’assurda convinzione che dell’animale uomo bisognasse fare qualcosa di “altro”»: un «Superuomo». Sarebbe stato opportuno, anche qui, che Gray dicesse perché quella convinzione è assurda (e che cosa significa «assurdo»). Comunque, egli, che pur afferma l’assoluta casualità e irrazionalità del mondo, considerando gli uomini come animali, li chiude in un recinto che egli mostra di concepire come assolutamente immodificabile, immutabile, inviolabile e che, cioè, ha i caratteri che un tempo la metafisica e la teologia attribuivano a Dio e i predarwiniani alle specie viventi. Perché l’uomo non potrebbe diventare «altro» o scendere ancora al di sotto del livello animale, oppure salendo oltre l’uomo, ad esempio verso il «Superuomo»? Perché si vogliono porre limiti all’evoluzionismo su cui si giura? Ma probabilmente Gray vuol dire che nessuna evoluzione può far sì che le «creature» mortali divengano immortali. E qui siamo al punto - il punto intorno a cui quei duecento anni di pensiero filosofico che Gray si limita a presupporre, si sono impegnati a fondo. Ecco la domanda decisiva: qual è il fondamento della fede che l’essere è mortale?
John Gray, Cani di paglia, Ponte alle Grazie, 240 pagine, 14 euro