Nella storia non sempre gloriosa del liberalismo italiano, Bruno Leoni è una figura che svetta per originalità e radicalismo. Scomparso prematuramente nel 1967 a soli 54 anni, egli era - come ha scritto Mario Stoppino - «un’eruzione continua di energia». Quest’energia s’è riversata non solo in una produzione scientifica copiosa e maiuscola, ma anche in una promozione instancabile di idee e proposte liberali. Non vi è dubbio, al riguardo, che la sua morte abbia rappresentato, in Italia, un colpo durissimo per tutta la cultura antistatalista, che ha perso il suo interprete più rigoroso e geniale. Se il mondo anglosassone ha sempre considerato con rispetto e ammirazione Freedom and the Law, il suo libro più noto, in Italia Leoni è stato dimenticato per anni e solo di recente (grazie soprattutto alle iniziative di Raimondo Cubeddu), il suo nome è tornato nell’aria. Ora, questa piccola Leoni Rena-issance ci regala un libro davvero prezioso: Il liberalismo di Bruno Leoni di Antonio Masala. Il percorso di Masala è illuminante, e oscilla fra quello tipico della biografia intellettuale e la ricostruzione certosina del mosaico d’un pensiero. Masala pone in luce e sottolinea molti elementi di originalità della riflessione leoniana: dalla sua concezione della politica come «scambio di poteri» al tema affascinante di diritto e pretese, senza dimenticare i contributi alla storia delle idee o la sua posizione sulla disputa Croce-Einaudi.
Importante è pure la selezione di lettere pubblicate in appendice: a cominciare da una missiva di Hayek (4 aprile 1962) in cui questo ammette che la lettura di Freedom and the Law «gave me new ideas» (sappiamo infatti che Hayek non sarà molto generoso, in altre sedi, nel riconoscere il suo debito verso Leoni). Non diversamente, è davvero interessante una lettera di Leoni a Hayek (15 aprile 1966), in cui Leoni mostra alcune perplessità sull’uso della dizione «ordine spontaneo» fatto dall’amico austriaco (perplessità che, seppure riassunte in una manciata di righe, sembrano davvero «andare al punto»).
Masala pone assai bene in luce il fatto che, innanzi alla «progressiva perdita della libertà individuale», Leoni non avesse soltanto la reazione di uno studioso, il mesto ripiegarsi su una teoria del declino, quanto piuttosto quella di un combattente. «È abbastanza chiaro che, a furia di volerci rappresentare su tutto, la rappresentanza perde ogni significato, e i nostri così detti rappresentanti non rappresentano altro che la propria, confusa, lacunosa, incerta, contraddittoria e ignorantissima opinione in una quantità di cose che, per definizione, non possono conoscere»: così scriveva Leoni su 24 Ore, stigmatizzando uno stato di cose ancora attuale, quello (chiosa Masala), nel quale si palesa «il nuovo dispotismo» che «trova giustificazione nella convinzione che ogni male del mondo possa essere sanato per via legislativa».
È così che un tema cardine del Leoni-studioso trova più ampia platea negli scritti del Leoni-polemista. Leoni ha avuto coraggio e occhio lungo nello scorgere i limiti della rappresentanza: nella sua prospettiva, scrive Masala, «se è vero che la rappresentanza collegata al diritto di voto può apparire coerente con una visione individualistica, è anche evidente che da questo punto di vista nessuno è più competente di se stesso a sapere cosa vuole». La critica del «mito» della democrazia unisce sviluppi molto recenti del pensiero libertario, e la tradizione più antica del liberalismo. Che la si ritrovi in Leoni, autore ch’è anello di congiunzione tra l’una e l’altra teoria, è una piacevole non-sorpresa.
Antonio Masala, Il liberalismo di Bruno Leoni, Rubbettino, 270 pagine, 15 euro