Negli studi sulla formazione dell’Europa, la sfera femminile è stata spesso trascurata, sia nel suo sviluppo storico sia nel ruolo che essa ha avuto nella costruzione dell’E-uropa moderna e contemporanea. Se non sono mancate ricostruzioni delle grandi figure femminili che in svariati campi, anche nella politica (valgano per tutte Isabella di Castiglia e Caterina di Russia), hanno segnato la storia moderna, c’è stata una carenza nell’approfondimento dei contenuti teorici che si riflettevano in quelle figure e nell’universo femminile in generale. Recentemente però, anche grazie all’impulso degli «studi di genere», ripresa nostrana dei gender studies fioriti negli Usa negli anni Settanta, i contributi sull’argomento sono cresciuti, anche qualitativamente. In questa linea si inserisce il volume curato da Andreina De Clementi, che illustra connessioni storiche, realtà sociali e prospettive culturali particolarmente propizie per una maggiore consapevolezza della condizione e delle potenzialità di questo universo.
Un momento decisivo per la progressiva affermazione femminile sulla scena europea è l’illuminismo, come emerge dal contributo di Elena Brambilla. Oggi, e direi con buone ragioni politico-filosofiche, ci siamo liberati da un’acritica apologia di quel movimento, ma non dobbiamo ridimensionare ingiustamente la portata emancipativa di alcune sue istanze. La Dichiarazione dei diritti delle donne stilata all’epoca della Rivoluzione francese costituisce infatti uno di quei casi in cui il nostro giudizio sui Lumi va ben calibrato. Ma anche nella ipertradizionalista Spagna, come mostra il saggio di Pilar Cantó, nei primi decenni del Settecento sorge una medesima attenzione: il frate benedettino Benito Feijoo e il medico Martín Martínez combattono i pregiudizi misogini e sostengono la parità intellettuale fra i sessi, scatenando un vespaio di polemiche. Ed è proprio a partire da fenomeni culturali come questi, che è nato il nuovo soggetto femminile della vita sociale europea. Pietro Costa evidenza poi come l’irruzione di questo soggetto sulla scena politica tra Otto e Novecento abbia prodotto conseguenze epocali: «La donna-che-vota non è l’astratto titolare di un diritto: è un individuo che non dimentica la propria identità di genere ed è destinato a rinnovare in profondità i contenuti e lo stile della politica». La questione dei diritti civili delle donne non è stata dunque un’ossessione delle suffraggette, ma un’autentico banco di prova per l’evoluzione della civiltà europea.
Studi di questo tipo non hanno solo un valore storico o culturale ricostruttivo, ma anche un’incidenza politica sull’attuale coscienza europeistica. Non è un caso che nel suo recente viaggio in Croazia, in una delle aree cioè di prossimo allargamento dell’Unione europea, Giovanni Paolo II abbia insistito con forza sul ruolo decisivo della donna nella costruzione della società e, in particolare, nell’edificazione della civiltà europea. È dunque in un quadro europeistico come questo che possiamo e dobbiamo inserire le ricerche e le analisi sulla realtà femminile. E in quest’ottica, legata alle istituzioni, ai problemi sociali delle donne e alla loro condizione nei Paesi dell’Ue, va segnalato anche il recente libro a cura di Beatrice Pisa, che fornisce un ricco supporto di informazioni e dati concreti sull’europeismo nelle organizzazioni femminili di diverse aree politiche (dal Centro italiano femminile all’Udi, dal Consiglio nazionale donne italiane alla Com-missione femminile del Mo-vimento europeo).
Il genere dell’Europa, a cura di Andreina De Clementi, Biblink editori, 249 pagine, 21 euro; Cittadine d’Europa, a cura di Beatrice Pisa, Franco Angeli, 239 pagine, 20 euro