Questo numero di liberal è dedicato in buona parte all’opera del grande storico tedesco Ernst Nolte, in occasione del suo ottantesimo compleanno. È una testimonianza di amicizia e un doveroso omaggio. Ma anche un ringraziamento a chi, sfidando l’ostracismo della storiografia convenzionale e di una sinistra culturale conformista, ha lavorato a rendere più comprensibile il nostro passato liberandoci da visioni manichee. Dal punto di vista storiografico e filosofico l’opera di Nolte ha introdotto dosi di verità smobilitando pigre certezze. Sul piano civile, l’esito della sua ricerca sembra essere, al contrario di quanto sostenuto dai suoi detrattori, quello di pacificare la coscienza storica di due generazioni di europei: purificandone la memoria, rendendola così più condivisa, creando per loro condizioni di un rapporto non solo meno controverso col passato ma più libero rispetto al futuro. Di tutto ciò ringraziamo Nolte. E lo facciamo con questo numero della nostra rivista, che è frutto di una collaborazione italo-tedesca (molti dei saggi qui presentati compaiono infatti in un libro in uscita in Germania per le edizioni Herbig di Monaco di Baviera), pubblicando in Italia per le edizioni di liberal libri la sua ultima opera Die Historische Existenz - e con un convegno in suo onore e alla sua presenza che si svolgerà a Milano il prossimo 7 marzo.
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Dopo il 1990 - ha scritto di recente uno degli ex leader del Sessantotto, Daniel Cohn Bendit - vi è una sorta di incertezza sul termine da usare al posto del concetto storicamente logoro e screditato di antifascismo». E ancora: «Se inizia un dibattito sul totalitarismo che non solo interpreta il comunismo come una moderna dittatura ma che addirittura si chiede se già nelle strutture di un processo rivoluzionario in cui una classe conquista il potere sull’altra non si pongano i fondamenti di nuove forme di dominio autoritario, se questo dibattito prende piede verranno messe in discussione le premesse stesse della nostra posizione. Se verrà superata questa barriera, anche la sinistra tradizionale subirà un terremoto» (1). Ebbene io credo che l’opera di Nolte agevoli questo (salutare) terremoto. Il perché penso lo si comprenda già a partire dalla definizione che Nolte ha dato del conflitto che ha sconvolto l’Europa dal 1917 al 1945: quella di guerra civile europea. E dai protagonisti che ha posto al centro di tale conflitto: bolscevismo e nazionalsocialismo. Naturalmente si potrebbe già subito obiettare che le cose non stanno come dice Nolte e che lo scontro originario è stato quello tra nazifascismo e fronte antifascista. Credo però che uno dei meriti storiografici di Nolte sia stato proprio quello di avere messo in luce l’estrema problematicità di tale assunto. Ad esempio ricostruendo bene il prolungato filohitlerismo britannico motivato dall’antibolscevismo di fondo; approfondendo, specie nel suo primo libro, Il fascismo nella sua epoca, il ruolo avuto dall’Action française e il diffuso filofascismo (cioè in favore di un fascismo non radicale e non tedesco) in Francia, che certo ha pesato nella vicenda di Vichy; infine riconsiderando la portata del patto Berlino-Mosca, a lungo messo tra parentesi dalla storiografia «convenzionale». Da questo punto di vista si può cogliere l’importanza della reciproca integrazione tra gli studi di Ernst Nolte e quelli di François Furet. E il significato, perciò, del dialogo che essi intrecciarono qualche anno fa sul mensile italiano liberal. Furet infatti, a mio avviso, ha il grande merito storiografico di aver demitizzato l’antifascismo, distinguendo l’alternativa ideale e morale fascismi-libertà dall’ideologia antifascista come strumento politico e propagandistico fondato sul nesso tra rivoluzione francese e russa, forgiato dall’Urss negli anni Trenta, messo in soffitta al momento del patto Molotov-Ribbentrop, rilanciato nella fase conclusiva del conflitto bellico e conservato dopo. Tale prospettiva converge con quella noltiana secondo cui il nocciolo originario della guerra civile europea non lo si ritrova nell’antitesi fascismo-antifascismo o in quella libertà-totalitarismo (antitesi che diventano quelle sostanziali solo dopo), ma nell’alternativa bolscevismo-antibolscevismo (e universalismo bolscevico, nazionalismo antibolscevico).
Se si pone come nocciolo originario del conflitto europeo l’antitesi bolscevismo-nazionalsocialismo, si debbono derivare, come ha fatto Nolte, alcune conseguenze. La prima è che la guerra civile europea assomiglia assai poco al conflitto tra Bene e Male che campeggia nell’iconografia edificante dell’antifascismo convenzionale e assai più a una «festa mondiale della morte» e a una tragedia. E se è così, tutte le motivazioni, intenzioni, reciproche percezioni dei principali protagonisti di quella tragedia vanno riconsiderate. Se per l’appunto di tragedia, come dice Nolte, si trattò, viene allora a cadere l’idea del nazismo come Male assoluto. Ha detto Nolte nel corso di un intervista a me concessa e pubblicata in un libricino di liberal: «In questo conflitto postumo tra i sostenitori del Bene e del Male, al campo visuale dei primi sfugge qualcosa. Anzitutto che coloro che erano e sono animati dal Bene, nella prassi non erano e non sono così buoni, e che anche i cattivi, che rappresentano il Male assoluto, non erano così assolutamente malvagi ma anch’essi avevano dalla propria parte motivazioni comprensibili» (2). Se questo è vero, se dunque l’alleanza antifascista la si può concepire come una scelta che a un certo punto venne presa con buone ragioni dalle potenze democratiche, se dunque si trattò effettivamente di tragedia e non di una Santa alleanza del Bene contro il Male, allora, secondo la citazione di Nolte appena richiamata, vi erano motivazioni comprensibili, e quindi una verità interna al fascismo e al nazismo la cui negazione non solo produce un giudizio unilaterale sul passato ma crea i presupposti di enormi rischi per il futuro. Naturalmente è questa l’affermazione più «scandalosa», che deve innanzitutto passare al vaglio dell’interpretazione dell’Olocausto. Prima vorrei però affrontare un tema che, a mio avviso, costituisce uno dei contributi più originali della storiografia noltiana: quello del ruolo delle emozioni nella storia. Già nel suo saggio introduttivo all’edizione italiana di Nazionalsocialismo e bolscevismo Gian Enrico Rusconi aveva acceso i fari in modo acuto e bensì severamente critico sul ruolo giocato dalle emozioni e dall’immaginazione nell’interpretazione storica noltiana. Tra parentesi è da dirsi che tale approccio è particolarmente rilevante per chi fa parte della generazione del Sessantotto la quale proclamò l’«immaginazione al potere» e l’idea della rivoluzione come liberazione delle emozioni e degli istinti dalla freddezza tecnocratica, dal realismo politico e dalla regola morale, coltivando così un’idea ingenuamente positiva delle emozioni. Da questo punto di vista, guardare invece alle vicende degli anni Venti-Quaranta come segnate dall’esplosione di contrapposte emozioni, evidentemente di carattere negativo-distruttivo, non può che apparire sconcertante. Già nel Fascismo nella sua epoca Nolte usa molto l’emozione come chiave interpretativa. Quando naturalmente tratteggia le personalità di Mussolini e soprattutto di Hitler, insistendo, riguardo a quest’ultimo, sull’infantilismo come aspetto dominante e permanente del suo carattere e sulla sua tendenza a tradurre immediatamente la paura in odio (3). Ma anche allorché analizza le reazioni di entità collettive: «l’infausto effetto che la pace di Versailles sortì in Germania nasceva dall’egocentrismo dei tedeschi almeno quanto dalla situazione oggettiva» (4), egli scrive aggiungendo che ciò portava a un atteggiamento di «unicità» che non faceva comprendere come esser nemici di tutti voleva dire, in caso di sconfitta la «distruzione dell’esistenza nazionale della Germania, mentre nel caso inverosimile di una vittoria totale sul mondo intero avrebbe distrutto l’individualità storica del popolo» (5).
L’indagine sulle dinamiche emotive consente di arricchire lo strumentario volto a definire la molla degli avvenimenti storici e i loro reciproci nessi causali. Essa è qualcosa di più (nel senso che tende a inglobare) e di diverso rispetto alla tradizionale attenzione per il «ruolo delle personalità nella storia» e anche rispetto al più recente interesse storiografico per le componenti emotive legate all’ingresso delle masse nella politica. L’uno e l’altro di questi aspetti sono senz’altro presenti nell’impianto di ricerca noltiano. In Nolte, però, le emozioni diventano non solo una componente ma una sorta di catalizzatore di orientamenti ideologici e politici che riguardano tanto le masse che i leader e che creano il rapporto fondamentale tra le prime e i secondi. Per cui non si evidenzia semplicemente un uso politico delle emozioni o delle credenze di massa da parte dei vertici politici, ma un coinvolgimento reciproco, la creazione di campi magnetici, non solo tra leader e seguito ma anche, inevitabilmente, e dialetticamente, tra «amico» e «nemico». Si avverte qui l’eco della lezione del maestro di Nolte Heidegger per il quale «la situazione emotiva» è «l’esistenziale fondamentale» (6), e «la paura» è il suo primo «modo determinato» (7). A questo proposito ricordo che un altro celebre allievo di Heidegger, il filosofo marxista italiano Cesare Luporini, mi disse una volta che ciò che lo aveva allontanato dall’heideggerismo e avvicinato a Marx era il fatto che il pensiero di Heidegger era «storicamente inerte». Da questo punto di vista la ricerca noltiana, ponendo al centro della sua analisi storica le emozioni e la paura, rappresenterebbe implicitamente un superamento di tale tesi. Avanzo però l’ipotesi che nell’approccio noltiano sia rinvenibile anche una traccia dello schematismo trascendentale kantiano e forse, più precisamente, della funzione che l’immaginazione riproduttiva ha in quello schematismo. Questo perché Nolte ricerca sempre quella emozione fondamentale che determina, in un soggetto, individuale e non, la forma entro cui vengono raccolte e gerarchizzate tutte le altre percezioni ed emozioni. Motivo per il quale si può parlare di una funzione sintetica dell’emozione anche in campo storico. Con la differenza, ovviamente, che, proprio perché in Nolte l’indagine riguarda percezione e azione storica, la prassi cioè, e non la conoscenza teoretica, il meccanismo percezione-emozione-azione, pur fondandosi su sentimenti universali quali la paura e l’odio, si immette e non trascende gli accadimenti, non trascende la particolarità ma anzi rimane in certo senso inchiodato a essa. Tale circostanza lascia inevitabilmente aperto il campo alla distinzione tra percezione ed emozione da un lato e realtà oggettiva dall’altro. E su questo, come si può capire, si fondano molte delle obiezioni al metodo noltiano. Le quali però, mi sembra, non centrano il bersaglio, in quanto Nolte non identifica né confonde il piano delle emozioni con il piano di realtà ma si limita a mettere in luce come quella realtà stessa non sia raffigurabile e ricostruibile (e neanche superabile) a prescindere dal modo in cui l’hanno percepita, vissuta, dai fantasmi, anche, che su di essa hanno proiettato i suoi attori. La qual cosa, ovviamente, ha a sua volta un effetto sul significato stesso del fare storiografia, in quanto più che come oggettiva definizione dei fatti storici cui segue un giudizio, una sentenza che si pretende oggettiva, essa viene concepita anche e fondamentalmente come interpretazione delle azioni e della loro genesi soggettiva.
Tale approccio è ben presente ed è costitutivo già nel Fascismo nella sua epoca: oltreché nella ricerca sul nazionalsocialismo, nell’analisi del pensiero e dell’azione di Maurras e nella ricerca sul sorgere e consolidarsi del fascismo italiano, laddove si avanza anche l’ipotesi che tale movimento e la sua emozione fondamentale, l’antibolscevismo, abbia scavalcato a un certo punto le stesse intenzioni di fondo del postmarxista Mussolini. «Il fascismo - si legge - è caratterizzato, proprio dalla prassi degli inizi, da un antibolscevismo indifferenziato in una maniera assai più inequivocabile di quanto non corrispondesse alle intenzioni di Mussolini» (8), esso «fu una re-azione al bolscevismo che sorpassava di molto la sua causa immediata e che pareva avesse la necessità di esaltare e glorificare se stessa» (9). L’approccio legato al ruolo delle emozioni si dispiega però appieno in Nazionalsocialismo e bolscevismo laddove viene adoperato nello studio comparato dei due totalitarismi in lotta tra loro. I capisaldi di tale ricerca sono da rintracciarsi nella tesi secondo cui «il punto centrale del nazionalsocialismo non deve essere ricercato né nelle tendenze criminali né nelle ossessioni antisemite». Perché «ciò che è essenziale nel nazionalsocialismo è il suo rapporto con il marxismo e in particolare con il comunismo nella forma che questo ha assunto con il trionfo dei bolscevichi nella rivoluzione russa». E nell’altra tesi che esplicitamente Nolte pone al centro della sua ricerca, che «il centro motore dei sentimenti e dell’ideologia di Hitler fosse effettivamente il suo rapporto di paura e di odio con il comunismo e che egli quindi esprimesse in maniera particolarmente intensa quello che numerosi contemporanei tedeschi e non tedeschi sentivano» (10). Da tali premesse discendono tre principali conseguenze. La prima è che il nazionalsocialismo non può essere compreso isolandolo dal contesto europeo, pensando cioè di rintracciarne una sua causazione ideale prevalentemente all’interno dell’ideologia tedesca, come pure a lungo si è fatto. La seconda è che all’interno delle molteplici cause di ordine sociale, storico, geopolitico, ideologico, decisiva per l’affermazione del nazionalsocialismo e per la comprensione di esso è la sua genesi in antitesi al bolscevismo. La terza è che, essendo il bolscevismo temporalmente antecedente e innescando esso, attraverso la sua prassi rivoluzionaria, i massacri a essa connessi e il suo fine dichiarato (la cancellazione della borghesia e la rivoluzione mondiale) il meccanismo di guerra civile europea, esso è da considerarsi originario rispetto al nazionalsocialismo e quindi, in certo senso, sua causa.
A questo punto si precisa il ruolo delle emozioni. Sin qui, infatti, si potrebbe sostenere che il bolscevismo può essere considerato causa del sorgere di movimenti genericamente anticomunisti, mentre d’altra parte è ovviamente insostenibile una causazione ideale del nazionalsocialismo dal bolscevismo. Nolte individua però nella paura e nell’odio, la fonte principale di movimenti (quelli fascisti) tanto eterogenei e poco afferrabili dal punto di vista di una ideologia sistematica quanto compatti emotivamente e nella loro intenzione e prassi antibolscevica. Nolte ripercorre i sentimenti provocati in Germania dalla rivoluzione dei consigli in Baviera, dall’attivismo sovietico in Germania legato all’idea che lì dovesse divampare la rivoluzione in Occidente, e poi le emozioni provocate dalle mille notizie dei massacri e persino dei metodi di tortura adottati in Russia. Tutto ciò alimentò, secondo Nolte, con un effetto a cascata, paura e odio in Hitler e nei suoi sodali, che divennero specchio catalizzatore e moltiplicatore di sentimenti analoghi diffusi nella popolazione tedesca e non solo in quella. E quei sentimenti, a loro volta, divennero il nucleo espansivo fondamentale, l’elemento dominante del nazionalsocialismo. Seguendo la logica delle emozioni, e in particolare della paura, Nolte ne mette a fuoco due meccanismi fondamentali. Il primo è quello dell’«eccesso di reazione», della «reazione che sorpassa di molto per distruttività la sua causa» che abbiamo già visto presente in Il fascismo nella sua epoca a proposito del fascismo italiano e non solo di quello tedesco. E in effetti, come si vede nei comportamenti infantili (e si ricordi il tratto permanentemente infantile individuato da Nolte in Hitler), è proprio di una logica puramente emotiva la tendenza ad alterare e aumentare a dismisura i dati di realtà, ed è proprio dell’emotività, se non contenuta dalla ragione o da altri soggetti, la tendenza a divenire per l’appunto incontenibile e potenzialmente priva di confini. È alla luce di ciò che Nolte sostiene che la distruttività nazista non è dissociabile da quella bolscevica ma costituisce innanzitutto e fondamentalmente una reazione eccessiva rispetto a essa, sino allo sterminio degli ebrei che non è dissociabile dallo sterminio dei kulaki, ma che costituisce rispetto a quello un «sovrappiù», non è dissociabile dalla distruzione dell’intellighenzia russa e polacca e dall’annunciato annientamento, da parte del bolscevismo, della classe borghese in tutto il mondo. Al primo assunto se ne viene a collegare così un secondo. Il meccanismo di reazione eccessiva fondato sulla logica delle emozioni, pone in essere, nel rapporto tra i due totalitarismi, una relazione di Schreckbild und Vorbild, per cui ciascuno teme e in certa misura è portato a imitare l’altro. E in effetti è proprio della dimensione emotiva procedere per identificazioni e contrapposizioni, ed è proprio della paura lo spingere a un conformismo verso ciò che si teme e, in modo alternato, a un esplosivo rancore. Anche qui, Nolte rintraccia tale meccanismo in una serie di situazioni che egli ricostruisce: dai parallelismi sui metodi di liquidazione degli avversari interni, come nel caso di Rohm e Kirov, sulle somiglianze dei due regimi interni all’epoca del guerra, sino alle analogie negli stili e nelle liturgie delle manifestazioni di massa. Un meccanismo che crea appunto una relazione di reciproca influenza che imprigiona in una spirale distruttiva entrambi i regimi.
Da questo punto di vista mi sembra che il ruolo delle emozioni fornisca una chiave importante di comprensione del motivo del sorgere e moltiplicarsi di regimi fascisti, pur tra loro diversi, un po’ in tutta Europa. L’idea dell’emozione fondamentale aiuta anche a spiegare perché un movimento alle origini postmarxista ma legato comunque all’idea di progresso come quello mussoliniano si sia saldato ideologicamente in modo così stretto a un movimento reazionario, antiprogressista come quello di Hitler, e questo consente di approfondire tutte le differenze tra i due movimenti tenendo fermo il motivo di unità di fondo, e cioè l’emozione fondamentale. Se cioè l’analisi delle ideologie porta a enfatizzare le differenze (come hanno fatto De Felice e Del Noce), l’attenzione all’emozione fondamentale aiuta a spiegare la saldatura d’acciaio. Essa inoltre fornisce una chiave di lettura dello spirito di Monaco del ’38, con la divisione dell’Europa tra antinazisti e anticomunisti che mandò in pezzi definitivamente l’equilibrio politico continentale e inaugurò la guerra civile europea. D’altra parte il meccanismo dello Schreckbild-Vorbild consente una lettura più sofisticata del patto Molotov-Rippentrop che non quella di una pura tattica militare, fornendo argomenti persino a sostegno dell’ipotesi che una vera e propria alleanza strategica tra i due regimi totalitari, la quale a un certo punto affiorò anche in discorsi sulla lotta tra «vecchio» e «nuovo», almeno presso alcuni settori del nazionalsocialismo, fosse bensì un disegno alla fine dei conti contraddittorio e dunque irrealistico ma non del tutto inconcepibile. D’altra parte, ancora, questo può fornire una chiave di comprensione anche per le tante contiguità e i tanti cambi di campo dal fascismo al comunismo e viceversa che ebbero luogo ad esempio, specie nel mondo intellettuale, in Francia o in Italia, anche se tali vicende non mi pare siano mai state oggetto della ricerca noltiana. Il meccanismo di Schreckbild-Vorbild mette capo a quello «scambio delle caratteristiche e alla vittoria paradossale dell’Urss» che è il punto di arrivo e dà il titolo al capitolo conclusivo di Nazionalsocialismo e bolscevismo. Detto in modo necessariamente succinto mi sembra che il ragionamento di Nolte sia il seguente. La reazione al bolscevismo dà vita in Europa all’epoca dei fascismi, che è legata alla difesa delle «particolarità» (economiche, sociali, nazionali) contro l’universalismo rivoluzionario. Attraverso il meccanismo di Schreckbild-Vorbild che cosa avviene? Avviene che l’Urss passa dall’idea di rivoluzione mondiale a quella del socialismo in un solo Paese e assimila dunque la caratteristica fondamentale (e vincente potremmo dire) del suo avversario, quella nazionale (cosa che potrebbe anche aver indotto Hitler a pensare che quello russo non fosse più un movimento internazionalista ma un regime aliquo modo nazionalsocialista con cui era possibile allearsi). D’altra parte, e all’opposto, anche il nazionalsocialismo assimila in certa misura la caratteristica fondamentale (e allora perdente) del bolscevismo, quella universalistica, e si concepisce come un movimento «per la salvezza del mondo». Perciò esso non è solo un movimento imperniato sull’intenzione di sconfiggere il comunismo e di difendere la «civiltà europea» ma diventa nei fatti «universalismo reazionario», movimento per la supremazia tedesca e ariana nel mondo e per l’annientamento dell’ebraismo (identificato con l’universalismo rivoluzionario). Il suo nazionalismo passa dall’idea del revisionismo dei confini, idea diffusa dopo Versailles, a quella degli spazi vitali, che è distruttiva nei fatti anche dell’Europa e del suo concerto delle nazioni. In questa dialettica interna al nazionalsocialismo ma insieme originata dal suo rapporto col bolscevismo mi sembra che Nolte veda il motivo di fondo della sconfitta di Hitler; che dunque matura già con l’aggressione allo Stato ceco e poi nel patto Molotov Ribbentrop e che produce tante altre oscillazioni, scelte perdenti e incomprensibili, quale ad esempio quella di non prendere in considerazione una controrivoluzione russa, guidata magari dal generale Vlasov, che avrebbe potuto portare vantaggi militari e soprattutto una ripresa dell’originaria e pura motivazione anticomunista.
Qui è giusto collocare il tema dell’antigiudaismo di Hitler e della sua interpretazione da parte di Nolte. È il tema che più ha suscitato obiezioni e controversie nei suoi riguardi. Io credo che in proposito sia giusto innanzitutto affermare che Nolte si inoltra sul terreno della comparazione tra l’Olocausto e altri stermini (ad esempio quello degli armeni) e della contestualizzazione della Shoah all’interno della disumanizzazione della guerra inauguratasi già con la prima guerra mondiale con le sue stragi e deportazioni. Egli afferma anche l’esistenza del nesso tra la logica di annientamento della politica sovietica nei confronti della borghesia e l’annientamento degli ebrei da parte dell’hitlerismo. Da un lato, però, Nolte non è mai sfiorato da un atteggiamento negazionista, dall’altro dichiara di essersi «sempre maggiormente riconosciuto nella lettura “intenzionalista”, quella cioè che afferma che la volontà di Hitler e forse anche del suo entourage fu decisiva» (11). Soprattutto, come egli afferma, la comparabilità ma non la equiparabilità tra i due totalitarismi, così egli nega l’equiparabilità qualitativa tra l’Olocausto e altri stermini e genocidi, riconosce l’unicità della Shoah e giudica «il più grave errore storico e insieme morale» del nazionalsocialismo quello di avere interpretato «il conflitto tra culture e classi in atto come la lotta mortale tra due popoli, i tedeschi e gli ebrei» (12). L’intenzione e anche le conclusioni della ricerca storiografica di Nolte non sono quindi volte a un mutamento di giudizio morale e politico sul nazionalsocialismo. Egli ricorda che Hitler non ha mai espresso disprezzo (come ad esempio, nei pensieri e nelle azioni, verso gli slavi) ma timore, ossessione verso un «morbo inoculato», paura di poter essere cancellati dagli ebrei. È questo il leitmotiv del suo antiebraismo a partire dal Mein Kampf. Dal testo base del dittatore tedesco Nolte cita in più di una occasione la frase «quando vidi l’ebreo a capo della socialdemocrazia cominciarono a cadermi le bende dagli occhi». E in Nazionalsocialismo e bolscevismo commenta: «Hitler qui evidentemente trasforma un fenomeno secondario nella causa principale» (13). Torniamo per un momento a Essere e tempo di Heidegger. Questi scrive: «Solo avendo paura è possibile rendersi conto di ciò che fa paura». E poco dopo: «La paura acceca l’in-essere minacciato nel momento stesso in cui gli apre gli occhi» (corsivi miei) (14). Qui il discorso è filosoficamente molto complesso. Quel che va colto è che, se l’emozione apre il mondo all’esserci, in quanto tale emozione è la paura, essa ha un effetto contraddittorio: acceca nel momento in cui svela. E tuttavia, per Heidegger (ma credo si debba dire lo stesso per Nolte), l’emozione è il primo momento di comprensione della realtà. «I due modi cooriginariamente costitutivi in cui l’Esserci ha da essere il suo Ci sono la situazione emotiva e la comprensione» (15). Qui, io credo si fonda per Nolte il carattere comprensibile, accecato e insieme comprendente del nazismo. Hitler, insomma, afferra qualcosa di essenziale nel momento stesso in cui ne viene accecato. Qui si coglie appieno l’originalità con cui Nolte studia e adopera il fenomeno delle emozioni. Innumerevoli storici hanno documentato la paura del bolscevismo diffusa negli anni Venti in Europa. Non è qui l’originalità. Il punto è che Nolte costruisce una giuntura complessa tra emozione e comprensione. Da parte di Hitler e del nazionalsocialismo per quanto stava accadendo o poteva accadere. Mettendo a fuoco tutta l’esagerazione e anzi l’accecamento che la paura comporta. È proprio delle emozioni alterare i fatti e la loro gerarchia. La tesi di Nolte è infatti che Hitler partisse da dati di realtà: innanzitutto dalla forte presenza ebraica nel gruppo dirigente bolscevico e anche tra i socialdemocratici tedeschi. E che egli pensasse, non del tutto a torto, che tale circostanza non fosse casuale, vista la tradizionale tendenza della cultura ebraica all’universalismo cosmopolitico, e considerato anche che il messianismo della loro religione poteva ben sposarsi con l’utopia del regno di Dio in terra proclamata dal bolscevismo. Il salto, provocato dall’odio e dalla paura, stava allora nel vedere in ciò non «un fenomeno secondario» ma la circostanza principale e negli ebrei il nemico mortale. E l’ulteriore salto, sostiene ancora Nolte, il più mostruoso, stava naturalmente nel passare da questo teorema alla distruzione di un popolo e soprattutto degli individui più inermi di esso. L’antigiudaismo di Hitler è dunque una sorta di astrazione emotiva (così potrebbe intendersi la sua frase circa il passaggio «dall’antiebraismo del sentimento a quello della ragione»), che funziona secondo la figura della sineddoche, che prende la parte per il tutto, trasformando un fenomeno secondario nella causa principale, con tutte le mostruose conseguenze che ciò ha comportato. La paura per un fenomeno insieme complesso e minaccioso come la rivoluzione bolscevica porta ad astrarre da quella realtà un elemento, quello ebraico, potenzialmente in grado di animare in Hitler stesso e nei tedeschi odi e pregiudizi più antichi, e in grado perciò di catalizzare tutti questi sentimenti contro il nemico, un nemico, per di più, fisicamente individuabile. In un certo senso la funzione dell’antigiudaismo diventa così quella del mito, di un mito negativo. Come si sa, una estesa storiografia ha sempre sostenuto che l’antisemitismo e la soluzione finale erano il progetto fondamentale del nazionalsocialismo e che l’antibolscevismo era in realtà soprattutto lo strumento che poteva consentire a Hitler e al suo movimento di dispiegarlo. A sostegno di tale tesi si porta la circostanza che un aspro antisemitismo era presente in Germania e nel pensiero di Hitler già prima della rivoluzione bolscevica. Mi sembra però che quanto scritto poco fa serva almeno a eliminare quest’ultimo dato di fatto come obiezione. In altri termini: è fuor di dubbio che Hitler fosse da sempre un acceso antisemita. E che sentimenti affini avessero una certa diffusione già da tempo in Germania (come peraltro nel resto d’Europa). Questa evidente precondizione storica non esclude affatto che sia stata l’angoscia antibolscevica a catalizzare in Hitler e in Germania una mobilitazione di difesa aggressiva la quale ha allora trasformato il tradizionale antisemitismo in qualcosa d’altro, in quel mito negativo che abbiamo detto. Nel Fascismo nella sua epoca Nolte afferma che il nazionalsocialismo «si presentava in pari tempo quale dittatura di reintegrazione nazionale, dispotismo imperialistico e dispotismo inteso alla salvezza del mondo» (16). In quanto anche dispotismo inteso alla salvezza del mondo, esso, per Nolte, si distingue dagli altri fascismi in quanto «radicale». Abbiamo già visto come tale caratteristica nasca per Nolte dal rapporto Schreckbild-Vorbild col bolscevismo e dallo scambio di caratteristiche. Vedendo nel bolscevismo il momento decisivo di aggressione per il dominio da parte dell’universalismo giudaico Hitler avrebbe sentito la necessità di una reazione e di una ideologia mondiale (di salvezza del mondo) contrapposta. In tal senso, afferma Nolte, il nazionalsocialismo «appartiene al genere dell’antibolscevismo come una specie particolare» (17). A questo punto si presentano però, alla mente di chi scrive, alcuni nodi che non possono che assumere la forma di interrogativi e che, così mi sembra, producono anche alcune oscillazioni nel pensiero dello studioso tedesco. L’ideologia di salvezza del mondo hitleriana derivata, per Nolte, dal confronto col bolscevismo vissuto attraverso la lente dell’antigiudaismo, non solo spinge al progetto «radicale» antiebraico ma anche a quello che potremmo chiamare il supernazionalismo germanico. Anche qui Nolte infatti vede un nesso. «Tutta la passione per una salvezza universale, tutte le idee entusiastiche di uno Stato razziale germanico o ariano sottratto per sempre al pericolo di una sovversione, tutto il timore di un tramonto della civiltà sono anzitutto da considerare un riflesso di quelle più originali speranze di una redenzione universale, di quella più vasta aspirazione al superamento di ogni barriera , di quella più radicale volontà di mutamento incarnate dai vittoriosi ideologi dell’uguaglianza di Pietrogrado e Mosca» (18). Poco prima però scrive: «In realtà (a proposito dell’antisemitismo radicale del nazionalsocialismo) è più facile stabilire il nesso con l’antibolscevismo in questo caso che in quello della politica dello spazio vitale» (19). È più facile, cioè, stabilire un nesso tra antisemitismo radicale e antibolscevismo che non tra antibolscevismo e politica dello spazio vitale. Abbiamo peraltro già visto come Nolte stesso rilevi una incongruenza nella condotta di Hitler durante la guerra in Russia allorché rinuncia a mobilitare il nazionalismo russo, e prima ucraino, contro Stalin presentandosi come liberatore dal bolscevismo e faccia invece prevalere qui il supernazionalismo germanico contro gli slavi. Vi è dunque un problema che riguarda l’origine della politica dello spazio vitale, non facilmente deducibile dall’antibolscevismo. Essa è forse più facilmente deducibile da un’altra emozione fondamentale e da un’altra paura, quella legata all’incertezza dei confini, storica nel popolo tedesco e rafforzata da Versailles, da quell’«egocentrismo» tedesco che abbiamo visto essere per Nolte la «situazione emotiva» alla base dell’«infausto effetto» sortito da quella pace in Germania al pari delle «condizioni oggettive» e, quindi, da una tendenza tedesca, per reazione, a risolvere l’incertezza dei confini in confini illimitati. Se così fosse il nazionalsocialismo nascerebbe allora a un parto contro il bolscevismo e contro l’ordine europeo fissato a Versailles. Abbiamo già ricordato come Nolte in Il fascismo nella sua epoca, in rapporto all’atteggiamento tedesco nei confronti del Trattato di Versailles, segnali il fatto che «un atteggiamento di unicità voleva dire esser nemici di tutti» e che questo, «in caso di sconfitta di tale posizione avrebbe distrutto l’esistenza della Germania, mentre nel caso inverosimile di una vittoria totale sul mondo intero avrebbe distrutto l’individualità storica del popolo». E comunque, ancora più sicuramente avrebbe distrutto l’individualità storica degli altri popoli europei. Questa circostanza è alla base del contrasto insanabile tra l’antibolscevismo di Hitler e quello degli altri Paesi europei. In Nazionalsocialismo e bolscevismo si fa risalire piuttosto questo contrasto insanabile al fatto che Hitler copiò dal suo nemico. Aggiungendo che «proprio perciò si rinunciò a quella superiorità sistemica che consiste nel non copiare il nemico e che permette di conservare la produttività della differenza e la possibilità di fare dei confronti, dalle quali nasce il progresso e insieme la facoltà di criticarlo. Se questo fascismo si fosse imposto in tutto l’Occidente è verosimile che si sarebbe effettivamente arrestata per secoli quell’evoluzione rivoluzionaria che era iniziata in una parte d’Europa e che adesso si estendeva altrove sotto nuove forme» (20). Poco prima sempre Nolte scrive: «Nell’ideologia del nazionalsocialismo veniva negato con decisione anche tutto quello che come tendenza a lungo termine era presente proprio in Occidente da gran tempo e che il comunismo aveva fatto proprio: l’agognato dominio mondiale dell’uomo germanico o ariano non significava nient’altro che la stabile fissazione del predominio europeo nel mondo, ormai sul punto di dissolversi perché esportava in tutto il mondo idee e processi che avevano portato all’interno dell’Europa alla diffusione della rivoluzione industriale al di fuori dell’Inghilterra e alla formazione dello Stato nazionale in Paesi un tempo dipendenti o divisi. E la lotta contro gli ebrei significò proprio questo. Che bisognava combattere al tempo stesso contro la pretesa del bolscevismo di salvare il mondo e contro la decadenza occidentale, per salvare il mondo da un doppio male la cui causa si credeva di individuare in questo popolo» (21). Si tratta, come si vede da questo insieme di citazioni, di un passaggio dialettico molto stretto. Copiando il nemico bolscevico, il nazionalsocialismo rinunciava e tradiva la superiorità sistemica europea fondata «sulle differenze» ma questa stessa superiorità appariva minata al suo interno e provocava in certo senso la difesa militante nazionalsocialista. Insomma la contraddizione tra supernazionalismo germanico e antibolscevismo europeo era conseguente a una contraddizione europea, a una sua decadenza. Vedremo tra poco come i germi di tale contraddizione siano indagati da Nolte già nel Fascismo nella sua epoca.
Prima, però, occorre notare che, se le cose stanno in Nolte come abbiamo detto, allora bisogna intanto dire che il nazionalsocialismo nasce contro il bolscevismo e contro l’ordine europeo e si fonda sull’egocentrismo tedesco che insieme acceca e apre gli occhi (sulla decadenza dell’Occidente). Allora lo stesso antigiudaismo hitleriano sarebbe originariamente antioccidentale e antibolscevico, contro Pietroburgo e contro Wall Street. E ci si può addirittura chiedere: non è l’odio antibolscevico in qualche modo derivato, nel senso che si vede in quella rivoluzione la forza che, distruggendo le borghesie nazionali, apre la strada al dominio giudaico identificato qui non solo con la rivoluzione comunista ma almeno altrettanto e forse soprattutto col dominio di un capitale finanziario transnazionale e anonimo? Non è questo il senso della frase del ’20 che Nolte riporta in Der kausale Nexus come la prima in cui Hitler parla dei comunisti e in cui si dice che «essi servono il grande capitale, i cui Schuetzer sono gli ebrei»? (corsivi miei) (22). I comunisti servi e gli ebrei guardiani del grande capitale? Si tratta di interrogativi di non poco conto. I quali, in definitiva, possono indurre a porre, in Hitler, la lotta al «destino dell’Occidente» come inglobante quella al bolscevismo. Tale impostazione si concilierebbe peraltro con alcuni elementi fondamentali della filosofia noltiana e anche, mi sembra, con le sue riflessioni più recenti. Nolte ha infatti più volte segnalato la natura antiborghese del nazionalsocialismo e il fatto che quella di Hitler fu, in ultima analisi, «una decisione contro il progresso». Si potrebbe obiettare che è contraddittorio sostenere che il nazionalsocialismo si è mobilitato contro la distruzione della borghesia essendo intimamente antiborghese. La contraddizione però viene meno se si distinguono due fasi della borghesia, quella classica delle borghesie nazionali legate al compromesso con le vecchie classi e ai valori della tradizione e quella che si dispiega appunto nel Novecento, legata ai processi di unificazione capitalistica mondiale e di modernizzazione dietro i quali Hitler vede appunto la figura giudaica e i germi della decadenza. D’altra parte Nolte ha anche più volte sostenuto che fascismo e comunismo sono due figure contrapposte ma nate entrambe dalla crisi della società liberale e come risposta a essa. Di tale processo egli ha dato, nelle pagine conclusive del Fascismo nella sua epoca, una lettura che egli definisce transpolitica, lettura da lui considerata in quella sede non un’aggiunta ma elemento essenziale e fondamento di tutta la sua analisi. Si tratta di una riflessione filosofica complessa di cui non è possibile dare qui conto se non per coglierne gli aspetti che più riguardano lo svolgimento di questa riflessione.
Il concetto chiave è quello di trascendenza, tendenza insita nell’uomo, giustapposta al concetto di natura e di limite e viceversa connessa a quella di «libertà verso l’infinito». Nolte distingue fra una trascendenza teoretica, volta a raggiungere l’uno-tutto metafisico attraverso la contemplazione religiosa e filosofica, e la trascendenza pratica che produce una unificazione del mondo e un superamento di ogni limite e confine nell’immanenza. Se la prima produce «astrazione del pensiero», la seconda produce «astrazione della vita». La trascendenza pratica ha due espressioni principali: la modernizzazione tecnico-scientifica e il messianismo rivoluzionario, il quale a sua volta ha come massima espressione il marxismo, che pensa di poter superare l’astrazione della vita, quel che chiama alienazione, attraverso lo sviluppo della modernizzazione e il suo finale rovesciamento in una superiore unità, in un uno- tutto che è una sorta di riconquistato regno di Dio in terra senza Dio. La società liberale borghese ha sviluppato potentemente la trascendenza pratica nella versione della modernizzazione senza eliminare la trascendenza teoretica. E tuttavia il grande sviluppo della trascendenza pratica produce una tensione e infine una crisi della società liberale che, nei suoi aspetti filosofici, o di sociologia trascendentale, Nolte trova descritta soprattutto in Max Weber. A questa crisi danno una risposta sul piano filosofico Marx e Nietzsche, e sul piano storico-politico il fascismo e il bolscevismo. Ambedue sono movimenti contro la modernizzazione, il secondo però pensa di riassorbirla dialetticamente nel suo progetto rivoluzionario, il primo si contrappone seccamente a essa. Il secondo pensa che il destino della modernizzazione sia quello di assorbire la trascendenza teoretica in quella pratica e che questo sia positivo in quanto avvicina il momento del passaggio dalla trascendenza pratica come modernizzazione a quello della trascendenza pratica come rivoluzione. Il primo invece vede ugualmente che il destino della trascendenza teoretica è quello di esaurirsi in quella pratica, perché infine l’astrazione della vita scaturisce da quella del pensiero, ma si contrappone a questo esito. Perciò Nolte definisce il fascismo come «resistenza alla trascendenza» (23).
Ma qual è la sostanza effettiva del bolscevismo? Per Nolte, il cui pensiero è qui affine a quello di Augusto del Noce, è che col comunismo «ciò che nella società borghese era rimasto seminascosto acquista il predominio; esso non è altro che l’autoaffermazione più decisa che sia mai esistita della produzione materiale e con essa della trascendenza pratica» (24). (Con l’assorbimento della rivoluzione nella modernizzazione, va aggiunto). E il fascismo? «Esso non è quella riluttanza alla trascendenza pratica più o meno comune a tutte le tendenze conservatrici, poiché il fascismo viene alla luce solo quando viene negata anche la trascendenza teoretica. …Il fascismo è dunque resistenza alla trascendenza pratica e insieme lotta contro quella teoretica» (25). (In quanto vede nella prima l’esito della seconda). Tale succo della riflessione transpolitica di Nolte getta luce su alcuni elementi portanti del suo pensiero storico. In primo luogo sull’origine della circostanza per cui sia il fascismo che il bolscevismo nascono dalla e contro la crisi prodotta nella società liberale dalla modernizzazione. E questo fornisce una chiave per comprendere l’origine più profonda del loro rapporto di analogia-contrapposizione (e di Schreckbild-Vorbild). In secondo luogo conferma che l’ostilità originaria dei fascismi è rivolta contro la trascendenza pratica. E che il bolscevismo è il nemico principale, che mobilita e catalizza la reazione, in quanto risulta essere il pieno disvelamento della verità di quel processo e il suo volto estremo e militante. Questo confermerebbe dunque che l’emozione fondamentale del nazionalsocialismo in quanto fascismo radicale è originariamente quella dell’ostilità all’evoluzione «decadente» della società liberale e conseguentemente contro il bolscevismo. Inoltre, sempre dal succo della riflessione transpolitica di Nolte sembra discendere che il nazionalsocialismo, in quanto fascismo radicale è anche la forma più compiuta e coerente di fascismo. Assai più di quello italiano che non pone con altrettanto rigore al centro la resistenza alla modernizzazione e la connessione tra questa e il bolscevismo. Infine così si spiega anche la necessità della contrapposizione che abbiamo prima visto tra antibolscevismo conservatore, e in genere tra ogni posizione conservatrice, e il nazionalsocialismo. La posizione conservatrice si muove infatti per la difesa e il recupero della dimensione teoretica nella società liberale, per la difesa e il recupero dei suoi valori culturali e morali sempre però in legame con l’andamento della modernizzazione; il nazionalsocialismo, nei fatti, opera per una loro distruzione. Risulta infine più chiaro perché quella di Hitler fu secondo Nolte una decisione contro il progresso, identificato col giudaismo mentre il bolscevismo fu comunque per il progresso. E questo aiuta a spiegare la logica necessaria dell’alleanza finale antifascista e la sua sostanza: la difesa del progresso come trascendenza pratica e modernizzazione sulla base di quella che Del Noce chiama la cultura neoilluministica.
Si potrebbe perciò infine concludere che, secondo questa lettura, il bolscevismo è stato una sottospecie (militante e totalitaria) del progressismo, che si è illusa di trasformare la modernizzazione in rivoluzione e che ha messo capo, invece, al riassorbimento della seconda nella prima in forma radicalizzata e, dunque, al «suicidio della rivoluzione». Il fascismo, e il nazionalsocialismo nel modo più conseguente, d’altra parte, sono stati una sottospecie (militante e totalitaria) del conservatorismo, e hanno preteso di difendere il retaggio della civiltà liberale nel momento stesso in cui si adoperavano a distruggerne i presupposti. Fascismo e comunismo sarebbero allora stati frutto della crisi della società liberale, movimenti per la sua soluzione intimamente contraddittori, e motori (e protagonisti), in rapporto reciproco, della trasformazione della crisi in scontro mortale europeo. Nel Fascismo e la sua epoca Nolte conclude augurandosi che la società liberale «giunga infine ad accettare stabilmente e riflessivamente la trascendenza pratica come il suo prodotto più peculiare ma non più esclusivo» (26). Sull’argomento, ripreso anche in Nazionalsocialismo e bolscevismo, Nolte è tornato spesso negli ultimi tempi: ad esempio in Historische Existenz e in alcuni saggi pubblicati ora in Der kausale Nexus, in particolare nel saggio Modernitaet und Transzendenz, dando l’impressione che sia questo forse il tema principale della sua attuale riflessione. Io credo si debba dire conclusivamente che, come ha sostenuto Furet, Nolte ha elaborato «un’opera che ha avuto l’ambizione di presentare una interpretazione generale della storia europea del Ventesimo secolo e la particolarità di esser stata non ignorata bensì combattuta col silenzio e la scomunica» (27). Il suo primo merito è dunque quello di aver tenuto testa a tale pressione con lo sviluppo della sua stessa opera. Il secondo è quello di avere messo in luce l’immoralità dei moralisti del Male assoluto che condannano senza appello una menzogna e un assassinio e passano sotto silenzio un’altra menzogna e un altro assassinio. Questo doppiopesismo ha segnato profondamente la generazione cui appartengo, quella del Sessantotto, imprimendogli una memoria selettiva. Se ancora oggi o fino a poco tempo fa, per un italiano della mia generazione era quasi impossibile affermare che il regime staliniano era responsabile di crimini e di una negazione delle libertà incomparabilmente superiori a quelli realizzati dal fascismo, ebbene questo è stato il frutto della teoria del Male assoluto e della memoria selettiva e immoralità a quella teoria connesse. Nolte ha dato un potente contributo a rendere il nazionalsocialismo spiegabile, nella convinzione, come egli dice, che «un crimine di massa singolare non diviene meno malvagio e meno deprecabile quando se ne possa dare una motivazione razionale e afferrabile: penso piuttosto il contrario» (28). C’è solo da aggiungere che sarebbe prezioso che qualcosa di analogo avvenisse anche nei confronti dell’altro grande fenomeno, quello del comunismo. Per questa via Nolte ha anche avuto il merito di mettere in luce quelle che io definisco «le verità interne» del fascismo nelle sue diverse varianti, concetto prossimo a quello di «nucleo razionale» usato da Nolte stesso. Entrambi concetti che producono scandalo. Si potrebbe però dire altrimenti: la questione riguarda quei valori umani minacciati da un unilaterale processo di modernizzazione e dall’utopia rivoluzionaria e difesi, così male e contraddittoriamente, dal fascismo. Si deve certo porre l’accento, con forza e definitivamente, su quel male e su quella contraddizione. Ma non sino nascondere o dimenticare quei valori. Perché questo significherebbe darla vinta a chi quei valori voleva da un altro punto di vista distruggerli. Il limite posto alla pretesa di una libertà infinita e assoluta, la particolarità contro l’universalità o, si potrebbe dire, la rivendicazione che l’uomo è una particolarità che si apre all’universale ma non può diventare universale puro, che è caratteristica degli angeli non degli uomini e sogno di ogni messianismo e utopismo. Quindi rivendicazione della sensibilità rispetto all’intellettualizzazione, delle emozioni rispetto alla formalizzazione, della nazionalità rispetto ad astratte identità multiculturali e umane globali. Temi che sono già al centro del dibattito pubblico europeo e sempre più lo saranno. Temi che, certo, sono bagaglio di una posizione conservatrice pura (pacifica ma non pacifista) assai più che non dei movimenti militanti e reazionari che hanno insanguinato il Ventesimo secolo. Ma da questo punto di vista il merito di Nolte è proprio quello di aver contribuito a creare le condizioni di pensiero perché vi siano pari opportunità, oggi, tra posizione conservatrice e posizione progressista, dopo che l’ideologia antifascista, per decenni, aveva messo fuori gioco la prima lasciando campo libero al dominio della seconda. Il dramma è proprio quando caratteri antropologici e valori generali come quelli prima ricordati si esprimono in una forma politica come è appunto avvenuto. Il rischio da evitare è che questo possa tornare ad accadere. Il merito di Nolte dunque è anche quello, attraverso la sua storia genetica dei totalitarismi, di darci delle chiavi robuste per interpretare l’attuale globalizzazione e i suoi rischi. Anche questa nostra società è una società liberale, segnata dunque, fondamentalmente, dalle stesse tensioni, insicurezze e rischi (ampliati) di quella prefascista. Se essa si vivrà solo come produzione di beni materiali, se il liberalismo si concepirà solo come liberismo economico, allora potrebbero sorgere nuovi messianismi da una parte e nuove resistenze, nuovi nazionalismi assoluti dall’altra. Infine non come premesse di una guerra civile europea ma di una guerra civile mondiale. E anche questo rischio, come si sa, comincia oggi purtroppo a balenare concretamente sul proscenio culturale e politico mondiale.
Note
1) Daniel Cohn Bendit, in Micromega 3/2001, l’Espresso, pagg. 215 e 211; 2) Ernst Nolte, I totalitarismi (colloquio con Massimo de Angelis), liberal 1999, pag. 58; 3) Ernst Nolte, Il fascismo nella sua epoca, trad. italiana I tre volti del fascismo (d’ora in poi Tvf), Sugar editore,1966, pag. 659; 4) Tvf pag. 510; 5) Tvf, pag. 511; 6) Martin Heidegger, Essere e tempo, Longanesi, 1976, pag. 172; 7) ivi, pag. 178; 8) Tvf, pag. 421; 9) Tvf pag. 422; 10) Ernst Nolte, Nazionalsocialismo e bolscevismo, Sansoni, 1987 (da ora in poi N.b.), pag. 13; 11) Ernst Nolte, I totalitarismi, pag. 50; 12) N.b. pag. 439; 13) N.b. pag.120; 14) Essere e tempo, pag. 180; 15) ivi pag. 171; 16) Tvf pag. 54; 17) N.b. pag. 407; 18) ivi pag. 440; 19) ivi pag. 407; 20) N.b. pag. 438; 21) N.b. pag. 430; 22) Ernst Nolte, Der kausale Nexus, Herbig, 2002, pag. 228; 23) Tvf, pag. 697; 24) ivi pag. 734; 25) ivi, pag. 736; 26) Tvf, pag. 736; 27) François Furet-Ernst Nolte, XX secolo, liberalsentieri, pag. 34; 28) ivi