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L’egemonia come forma di sopravvivenza

La logica di potenza nel XXI secolo spiegata in un libro-manifesto della nuova
geopolitica americana. Un segnale che non può non essere colto dall’Europa
di Pier Giuseppe Monateri

Liberal n. 20 - Ottobre-Novembre 2003

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L’importanza del libro di Mearsheimer si impone da sé. Pubblicato in America subito dopo il crollo delle due torri, rappresenta la nuova «geopolitica» di buona parte dell’establishment americano. Il libro si propone, infatti, di fondare la teoria del «realismo offensivo» quale alternativa esplicita alla teoria classica liberale delle relazioni internazionali, e alla teoria del realismo difensivo, che tanta parte ha avuto nell’affrontare le questioni legate alla «guerra fredda». Secondo tale teoria le grandi potenze cercano semplicemente di massimizzare la loro quota di potere mondiale: perché si comportano così? La risposta dell’autore è che la struttura del sistema internazionale fa sì che anche gli Stati che mirano solo a garantire la propria sicurezza sono ugualmente costretti ad assumere un comportamento aggressivo. La miglior garanzia di sopravvivenza è di essere egemoni. Si tratta quindi di una «situazione» che non è stata progettata o voluta consapevolmente da nessuno, ma che nondimeno impone la logica dell’egemonia. Da ciò l’autore trae la conclusione che i sistemi multipolari sono più inclini alla guerra di quelli bipolari, e anzi che i sistemi multipolari sono quelli più pericolosi di tutti. In tal modo l’Europa è subito servita: è ovvio che un sistema unilaterale americano è in assoluto il meno pericoloso per la pace. Il realismo di Mearsheimer è a tutto tondo: il potere è la valuta corrente della politica delle grandi potenze, e gli Stati se la contendono. Una grande potenza si definisce in larga misura sulla base delle sue capacità militari. La potenza militare si basa in larga misura sulla ricchezza di uno Stato e sulle dimensioni complessive della sua popolazione. Il potere non rappresenta niente più che le specifiche risorse materiali di cui uno Stato dispone, la strategia può fare la differenza in condizioni di equilibrio di potenza… come nel blitzkrieg della primavera del 1940.
L’economia torna quindi a essere vista come una variabile essenziale della logica della potenza militare. Se popolazione e ricchezza sono il nerbo della potenza militare, la potenza terrestre è la forma dominante di potere. Le armi d’aria e di mare servono a supportarla. Sorprende perciò trovare in un libro americano la teorizzazione dei limiti della potenza navale, ma ciò è congruente con il nuovo modulo di intervento che ha portato all’occupazione fisica dell’Iraq, data la sua posizione terrestre fra Iran, Siria e Paesi Arabi. Naturalmente, secondo l’autore, le caratteristiche classiche del sistema internazionale rimangono intatte nel Ventunesimo secolo. Il mondo è ancora fatto di Stati che agiscono in un ambiente anarchico. Né l’Onu, né le altre istituzioni internazionali posseggono mezzi efficaci per limitare le azioni delle grandi potenze. La conclusione è che non è quindi troppo tardi perché gli Stati Uniti facciano quanto è in loro potere per rallentare l’ascesa del loro maggiore rivale futuro: la Cina. Il lettore più smaliziato avrà quindi compreso come il maggiore interesse del libro sia quello di ritrovarsi di fronte a una riedizione americana (non molto aggiornata) dei corsi di Rudolf von Sebottendorf, il membro della Thule-Gesellshaft, fondatore dell’Istituto di Geopolitica di Monaco, collaboratore del Voelkischer Beobachter, con tutto quanto ciò implica. Il libro è, quindi, essenzialmente un segnale che deve essere colto. Ma se persino Sebottendorf emigra in America, lo «spaesamento» heideggeriano dell’Europa non può, ormai, che essere totale.

John Mearsheimer, La logica di potenza. L’America, le guerre, il controllo del mondo, Università Bocconi Editore, 452 pagine, 29,50 euro
 

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