Il lettore non me ne voglia se approfitto dello spazio (avaro) concessomi da liberal per dirimere una controversia filologica che si trascina da troppo tempo. Il fatto ha contorni inquietanti giacché non solo coinvolge uno dei più grandi co-mici italiani del Novecento e con lui l’unico vero filosofo te-oretico oggi so-pravvissuto, Giorgio Agamben, ma, altresì perché vi sono implicati illustri scienziati che, in laboratori segretissimi, stanno da anni conducendo criminali manipolazioni genetiche. Ma procediamo con ordine. Dalle mie ricerche di archivio, tanto faticose quanto costose - per i grafologi che ho dovuto pagare profumatamente - risulta in modo inequivocabile che il seguente brano attribuito a Petro-lini: «se l’ipotiposi del sentimento personale, prostergando i prolegomeni della mia subcoscienza, fosse capace di reintegrare il proprio subiettivismo alla genesi delle concomitanze, allora io rappresenterei l’autofrasi della sintomatica contemporanea che non sarebbe altro che la trasmificazione esopolomaniaca...» - una delle riflessioni decisive per comprendere genesi e natura sia della modernità che della postmodernità -, in realtà è di Agamben. Al contrario, e qui veniamo al momento a dir poco raccapricciante della vicenda, sono senz’altro di Petrolini le parafrasi dell’opera di Agamben, L’aperto (Bollati Boringhieri), redatte da Giancarlo Calciolari su Internet. Rapito dai nostri Stranamore della biologia, il Calciolari ha subito il trapianto di cellule di Petrolini - i giornali, per omertà, hanno taciuto sulla misteriosa manomissione della tomba - che, in sostanza, gli fanno muovere la penna come se, attraverso di lui, scrivesse l’immortale creatore di Gastone. Come non riconoscerne, infatti, lo stile inimitabile: «Dire, come fa Agamben, “senza far funzionare la macchina antropologica” comporta l’astinenza, ossia una variabile della teorematica negativa, che si pone come orizzonte la stessa macchina, amata e odiata. La teorematica? Eccola. Non c’è più macchina antropologica perché non c’è mai stata, se non come sogno del logos. Idea dell’idea, che rimane sempre fantasma, operatore». E chi altri mai, se non il geniale Nerone, avrebbe potuto con pari profondità mettere a fuoco le tragedie del «secolo breve»? «La funzione di uomo, senza più ontologia, è la funzione di non essere, la funzione di ammissione alla struttura della frase, che riguarda ciascuno. Mentre la filosofia attribuisce l’essere ad alcuni figli per escluderlo ad altri figli, e ognuno sarebbe ammesso o escluso dalla metafrase per decisione del comitato dell’essere, del comitato acefalo della macchina antropologica. E la metafrase e il metasapere amministrati dalle pseudodogane intellettuali - le stesse che hanno decretato l’inumanità degli ebrei e il loro conseguente sterminio - non sono altro che il coacervo di luoghi comuni che ognuno mostra come scienza personale». Più chiaro di così!