La storia dei comunisti italiani è fonte di grandi insegnamenti per chi studia la politica considerandola non solo nelle sue motivazioni razionali, ma anche in quelle irrazionali: nel senso che non è possibile spiegare quella storia senza fare riferimento ai miti politici, che per lunghissimo tempo ne hanno permeato l’esistenza e ne hanno orientato le grandi scelte. «Mito» può apparire una parola troppo forte, per la carica di irrazionalità che essa contiene: eppure da quella parola non si può prescindere, se si vuole intendere, come ho detto, le ragioni profonde del radicamento dei comunisti nel nostro Paese. Infatti, fino al 1956 il Partito comunista italiano vive in un culto acritico e delirante dell’Unione Sovietica, presentata addirittura come uno Stato assolutamente felice e perfetto, che realizza nel modo più pieno quel «salto dalla preistoria alla storia», quella straordinaria cesura nella millenaria vicenda umana, di cui aveva parlato Marx a proposito dell’avvento della società comunista. Poi viene il grande trauma del 1956: l’anno in cui Krusciov, nel famoso rapporto «segreto» al XX Congresso del Pcus, denuncia il sistema terroristico costruito da Stalin e lo sterminio da esso realizzato non solo di interi strati sociali (borghesia, kulaki, intellettuali indipendenti), ma anche di migliaia di dirigenti, grandi e piccoli, del partito bolscevico. Il 1956 è anche l’anno della tragica rivoluzione ungherese, schiacciata dai carri armati sovietici.
Bene: non può non stupire ancor oggi che, nella grande tempesta che nel 1956 investe il Pci, ci siano uomini di grande valore intellettuale e culturale i quali, mentre rivendicano un confronto aperto e un dibattito libero nel partito, si appellano alla «larga democrazia interna auspicata da Lenin» (sono parole di uno storico del rango di Alberto Carac-ciolo). Il movimento comunista, insomma, secondo molti intellettuali comunisti (o addirittura secondo la maggioranza di essi) si può liberare dell’eredità di Stalin e del cosiddetto «stalinismo», solo se ritorna alle concezioni e ai metodi Lenin! E infatti, tramontata la stella di Stalin, Lenin rimarrà per lungo tempo la bussola dei comunisti italiani (come ci ricorda Andrea Ragusa nel suo recente I comunisti e la società italiana). Nel 1965 Enrico Berlinguer saluta la pubblicazione, a opera degli Editori Riuniti, delle Opere scelte di Lenin, come un avvenimento che «acquisisce un significato di assoluto rilievo, ideale e politico». Ai «lamenti e al panico dei filistei del riformismo e dei filistei del rivoluzionarismo», Berlinguer oppone il metodo leniniano «dell’analisi reale».
E leninista Berlinguer continuerà a proclamarsi fino alla fine della sua vita, cioè fino all’inizio degli anni Ottanta. Così come ribadirà sempre la superiorità morale dell’Urss e degli «Stati socialisti» sul corrotto mondo capitalistico occidentale. Quanto agli intellettuali comunisti, per decenni essi hanno ripetuto ossessivamente (fino alla fine dell’Urss e anche dopo) che la democrazia politica liberale era una falsa democrazia, la quale doveva essere sostituita con una democrazia «vera», di marca «consiliare» e «soviettista» (di nuovo Lenin!).
Non può stupire, quindi, che il crollo del «socialismo realizzato» sia apparso alla maggioranza dei militanti comunisti italiani come qualcosa di assurdo e di inesplicabile, o come il risultato di una oscura, colossale congiura di forze misteriose, come misteriose sono sempre le forze del Male. E con ciò viene confermata la straordinaria vitalità e l’incredibile suggestione del mito politico.
Andrea Ragusa, I comunisti e la società italiana, Lacaita editore, 240 pagine, 15 euro