Aspettavamo con interesse dal 1987 che Paolo Nello concludesse la sua biografia di Dino Grandi. Essa, che terminava con l’ingresso del fascista romagnolo, nel settembre 1929, alla direzione del ministero degli Affari esteri, non consentiva ovviamente giudizi definitivi sull’importanza del personaggio per la storia del fascismo e del nostro Paese. Certo, a surrogare l’analisi critica del ruolo svolto da Grandi tra le due guerre, si poteva allora ricorrere alle sue due opere autobiografiche Il mio Paese e 25 luglio, quarant’anni dopo, ma si continuava tuttavia a percepire l’assenza d’una analisi storiografica critica del personaggio. Non che l’analisi di Nello non risultasse utile per la conoscenza del fenomeno del fascismo delle origini, ma in realtà il ruolo di Grandi in quella circostanza si presentava limitato alle concitate vicende del secondo semestre del 1921, note come «il patto di pacificazione». Le pagine di Nello erano servite tuttavia a mettere in evidenza la forte personalità di Grandi, la sua capacità di gestire le mille turbolente anime degli intransigenti, da lui poi abilmente traghettate in seno al neonato Pnf, e soprattutto la gestione del congresso di costituzione del Pnf del novembre 1921; il modo con cui riuscì a riannodare i fili del dialogo con Mussolini, lacerati dalle vicende del «patto», lo avevano accreditato come l’uomo nuovo del fascismo del 1921, esaltatandone la capacità di mediazione senza cedimenti sulle questioni di principio. In quell’occasione Grandi aveva rivelato d’essere uno dei pochi dirigenti fascisti in grado di tener testa con fermezza a Mussolini.
Ora la pubblicazione di questa biografia viene a completare felicemente il lavoro iniziato quindici anni fa, che De Felice aveva allora definito uno dei migliori prodotti della storiografia contemporaneistica. Ne esce esaltata la figura di Grandi, ma soprattutto la sua sapienza politica che lo fa sì un «mussoliniano» ma anche un politico tendenzialmente anti-ideologico e con una indubbia vocazione autonomistica, riassunta nella felice formula del «mussoliniano disubbidiente». Particolarmente interessanti ci appaiono due momenti, quello ginevrino e quello londinese. Sulla scia dell’interpretazione defeliciana, Nello individua le ragioni dell’allontanamento di Grandi dagli Esteri nel 1932 nel giudizio complessivamente negativo di Mussolini del triennio grandiano agli Esteri e con la necessità del capo del fascismo di mandare alle altre potenze europee un segnale forte d’insoddisfazione sui temi del disarmo e delle riparazioni belliche. Era l’avvio da parte di Mussolini d’una politica antisocietaria e soprattutto «antidisarmista», che rendeva impossibile la permanenza agli Esteri di Grandi, convinto, al contrario, che gli interessi del fascismo e del nostro Paese fossero in una politica di disarmo generale.
Anche nel ricoprire il successivo incarico di ambasciatore a Londra, Grandi, sebbene deluso, non vorrà smentire la fama di personaggio scomodo. Già note erano le sue simpatie per Londra e la sua diffidenza per Berlino, ma ora Nello le sostanzia con pagine convincenti, in cui il giudizio sul Grandi londinese aiuta a comprendere meglio la posizione da lui assunta la notte del Gran Consiglio. L’espe-rienza di Londra, sembra suggerire Nello, fu decisiva nel consentire al vecchio repubblicano romagnolo di completare il suo lungo percorso politico, e presentarsi all’appuntamento del 25 luglio 1943 del tutto emancipato da Mussolini, nel ruolo di convinto collaboratore di Acquarone nel complotto monarchico per abbatterlo.
Paolo Nello, Dino Grandi, il Mulino, 345 pagine, 22 euro