«Governare saggiamente gli Stati, renderli felici mediante la giustizia, l’abbondanza e la pace, è una gloria più vera di quella di conquistarli … Coloro che hanno fatto l’uno e l’altro meritano l’immortalità». Così scriveva Cristina di Svezia nelle sue Massime e questo concetto riassume meglio di qualunque altro il carattere particolarissimo di uno dei personaggi più singolari e misteriosi della storia moderna europea. Una buona occasione per approfondirne la conoscenza è offerta da una grande mostra sulla sua figura e sul ruolo della cultura e della politica svedesi nell’Europa dei secoli Diciassettesimo e Diciottesimo che aprirà il 28 ottobre a Palazzo Ruspoli a Roma. Cristina Wasa, figlia unica del re Gustavo Adolfo, grande figura di monarca conquistatore, morto in battaglia nel 1632 quando lei aveva solo sei anni, è passata alla storia per un’eclatante abdicazione all’età di trent’anni e per un’ancora più eclatante conversione alla religione cattolica. La storiografia antica e moderna ha indagato approfonditamente nelle sue biografie, tra i suoi scritti, nei documenti d’archivio, per cercare la spiegazione di queste scelte radicali e in un certo senso spregiudicate, che tuttavia riflettono e condensano lo spirito dell’epoca barocca, l’età della meraviglia e dell’irrazionale. Destinata dalla nascita a ereditare la reggenza, era stata educata secondo rigide norme maschili facilitate da una sua naturale androginia. Non era bella, aveva un fisico piuttosto sgraziato, e rifiutava qualsiasi accorgimento femminile, vestendosi addirittura da uomo, ma l’aspetto fortemente carismatico della sua personalità diventava arma di seduzione: «Non è alta», così la descriveva Enrico di Lorena, duca di Guisa, a Luigi XIV, «ma ha una figura proporzionata e ampia nel dorso, belle le braccia, le mani bianche e ben fatte ma più da uomo che da donna … Ha una spalla più alta di cui nasconde molto bene il difetto con strani accorgimenti nel vestire e con il portamento. Il viso è grande, senza difetti, con lineamenti molto marcati, il naso aquilino, la bocca piuttosto vistosa ma non sgradevole, i denti passabili, gli occhi bellissimi e pieni di fuoco, la carnagione, nonostante qualche traccia di varicella, abbastanza luminosa e bella (…) Porta il corpetto allacciato dietro e di sbieco (…) la camicia esce fuori sopra la gonna, che porta allacciata maldestramente e non del tutto dritta. È molto incipriata, con belletto eccessivo, e non mette quasi mai guanti. Ha calzature da uomo, di cui ha anche il suono della voce e quasi tutti gli atteggiamenti… »; «… bisogna tuttavia confessare che il suo spirito è incomparabilmente più affascinante del suo fisico», sottolineava ancora un altro testimone francese, «è un’assoluta meraviglia e un prodigio dello spirito vedere che una persona del suo sesso e dell’età di trent’anni sia piena di tanti lumi e possieda tante belle conoscenze…».
Atletica, ippica, caccia, arti belliche, non le venne risparmiato niente di quella che era la normale formazione di un principe, attività a cui si dedicava con impegno insieme agli studi umanistici e scientifici, tra cui filologia classica, retorica, filosofia, teologia, matematica e astronomia, verso i quali possedeva una particolare predisposizione, dimostrando anche un’incredibile facilità nell’apprendimento delle lingue (imparò il francese, il tedesco, l’italiano, il latino, il greco, il goto, l’ebraico e l’arabo). Sembra avesse anche discrete doti artistiche, e l’amore per l’arte l’ha resa universalmente nota soprattutto come instancabile collezionista e committente di opere di gran pregio: nella sua ultima residenza romana, Palazzo Riario, ora Corsini (dove morì nel 1689), possedeva, oltre a statue antiche, pietre dure, cammei, monete, medaglie e una ricchissima biblioteca con manoscritti rarissimi, più di settecento quadri, appartenenti per la maggior parte alla raccolta dell’imperatore Rodolfo trafugata a Praga dagli svedesi nel 1648 e incrementata a Roma da opere di Raffaello, Veronese, Correggio, Tiziano, disegni di Botticelli e di Bernini. Questo spiccato acume intellettuale, unito a una forte insofferenza verso comportamenti bigotti («l’ipocrisia e i bigotti - scriveva - sono la rovina del mondo»), verso eccessi di etichetta di corte, e verso rigidità luterane hanno contribuito, nel corso dei secoli, a circondare la sua figura di un alone romantico. Molto è stato scritto infatti su di lei, un interesse proporzionato all’intensità della sua vita. A una lettura superficiale appare libertina, sessualmente ambigua, opportunista, priva di scrupoli, ambiziosa, egocentrica, ma, come tutti i grandi spiriti, era eccessiva in ogni sua manifestazione e, dietro il suo atteggiamento spregiudicato, nascondeva un forte senso di giustizia e di rispetto per la libertà dell’individuo. Cresciuta nel ricordo ideale del padre, perso troppo presto, e nel quale sembra si sia identificata, i suoi comportamenti sono stati interpretati come quelli di una predestinata, in continuo confronto con «l’ideale titanico che le era stato instillato fin dalla prima infanzia» (D. Pizzagalli); in Svezia, infatti, la regina Cristina era vista come l’incarnazione del sacro destino dell’impero svedese-baltico e l’erede dei tentativi compiuti dal padre Gustavo Adolfo per l’affermazione del protestantesimo. L’abdicazione, giustificata pubblicamente con la decisione di non voler contrarre matrimonio e quindi di non poter dare un’erede alla corona, e la successiva conversione alla religione cattolica sembrano aver contraddetto questo suo destino. In realtà, come ha di recente sottolineato Susanna Akerman, le scelte apparentemente incoerenti e bizzarre di Cristina, ben si comprendono «alla luce dell’importante ruolo ideologico rivestito, nel corso del suo soggiorno nei Paesi Bassi spagnoli, dalle concezioni alchemiche, astrologiche e teologico-politiche cui ella aderiva», e che alimentarono la sua convinzione di essere destinata non solo al trono di Svezia, ma a quello di una nuova Europa, unita da rinnovati ideali di pace e di giustizia e finalmente libera dal pericolo dell’invasione islamica. La Akerman, approfondendo lo studio di questi aspetti meno conosciuti della cultura europea della metà del Diaciassettesimo secolo, ha ipotizzato che «nelle sue azioni la regina fosse guidata da una profonda conoscenza delle profezie millenaristiche diffuse nell’Europa settentrionale». Cristina aveva abdicato nel 1654 e nel 1655 a Roma si era convertita pubblicamente alla religione cattolica. Molti astrologi e osservatori politici di ispirazione teologica avevano da lungo tempo annotato questo periodo. Seguendo la cronologia ebraica avevano calcolato che stava per ripetersi l’arco di 1656 anni trascorso sotto l’Alleanza di Noè prima della nascita di Cristo, e, nel passaggio della cometa nel 1653, con successiva eclissi di sole del 12 agosto 1654, prevista dalle profezie di Andreas Argolin, ben note alla regina, i millenaristi «vi riconobbero», sottolinea la Akerman, «la conferma dei calcoli da loro eseguiti sulla base delle Scritture relativamente all’anno 1656»; «il messaggio contenuto nella predizione», continua la studiosa svedese, «individuava nell’oscuramento del sole l’avvertimento di un imminente attacco dei turchi all’Europa; l’Anticristo, nelle vesti della casata di Asburgo, ne avrebbe tuttavia frenato l’avanzata per due anni e quattro mesi, il tempo cioè necessario perché l’eclissi producesse i suoi effetti. Nel 1656, pertanto, si sarebbe verificato un rapido aumento del numero delle catastrofi, con il risultato di un radicale cambiamento dell’intera situazione politica europea. Dopo il rovesciamento dei governanti e l’invasione turca - concludeva la profezia - gli infedeli sarebbero stati convertiti e i miscredenti inghiottiti dalle fiamme». Già nel 1648 Cristina si era rivelata portatrice di pace nell’azione da lei svolta nel contesto delle trattative della Pace di Vestfalia, meritandosi, tra i numerosi altri, anche l’appellativo di «agitatrice di pace». Pochi anni dopo ella si era avvicinata al cattolicesimo attraverso l’incontro con alcuni gesuiti portoghesi, in particolare con Antonio Vieira, autore di certe teorie sul millenarismo portoghese, che l’aveva preparata all’eventualità di importanti trasformazioni negli equilibri politici europei. Questo insieme di coincidenze convinsero ulteriormente la regina di essere destinata ad avere un ruolo di primo piano nel nuovo riassetto politico e la scelta del cattolicesimo fu certamente funzionale a questo scopo, da una parte per essere la gerarchia cattolica più vicina al concetto di monarchia assoluta, dall’altra perché dava a Cristina la possibilità di dialogare più facilmente con le due grandi potenze cattoliche europee, la Spagna e la Francia: «Essendosi posta con l’abdicazione in una posizione di neutralità politica - commentava un osservatore francese dell’epoca - che le rende ancora più possibile operare per la pace, probabilmente ha voluto fare altrettanto nei confronti delle due religioni, così da riunirle più facilmente». Non meno rilevante era il peso culturale del cattolicesimo, con la sua radicata tradizione storica che più del luteranesimo doveva convincere la dotta Cristina, altrettanto affascinata com’era dall’antica età dell’oro. La scelta, ad esempio, di chiamarsi, al momento della conversione, Cristina Alessandra, se ufficialmente voleva essere un omaggio a Papa Alessandro VII, dall’altra, e soprattutto, indicava la sua identificazione con Alessandro Magno, personaggio da lei molto amato fin dalla gioventù e che rappresentava l’ideale del perfetto monarca assoluto. Gli avvenimenti profetizzati dai millenaristi non si avverarono, e i vari tentativi di Cristina di riaffermare la propria regalità, dapprima sui Paesi Bassi, poi sul Regno di Napoli, o in Polonia, o addirittura ancora in Svezia, fallirono tutti, e l’unica sua soddisfazione fu quella di vedere effettivamente allontanata la minaccia dell’invasione islamica dell’Europa con la grande vittoria del 13 settembre del 1683 del re polacco Jean Sobieski sull’esercito turco: «Posso vantarmi di sentire più di chiunque altro - scriveva la regina al Sobieski - il prezzo e l’importanza dell’insigne vittoria riportata da Vostra Maestà sull’imperatore d’Asia, perché più di tutti sono stata convinta del pericolo che correvamo, come della rovina e della desolazione che questa potenza formidabile ci minacciava». In altre occasioni Cristina aveva potuto dimostrare di possedere poteri divinatori, per i quali era chiamata anche la «Sibilla del Nord», e se l’immagine da lei prefigurata di un’Europa pacificata e unita si sarebbe concretizzata solo secoli dopo, non per questo rinunciò a coltivare i suoi studi esoterici, allestendo in Palazzo Riario un laboratorio di chimica mistica, o alchimia, e circondandosi di personaggi con i quali poteva condividere questi interessi, come il marchese di Palombara o il medico danese Ole Borch. Superati gli ardori politici e le ambizioni dinastiche, il suo amore per la conoscenza condusse Cristina verso una vera spagiria dell’anima, che le fece affermare, poco tempo prima di morire, in un momento di estrema lucidità, parole piene di profonda saggezza e che meritano ancora la nostra ammirazione: «La nostra vera gloria e felicità non dipende che dall’ultimo momento della nostra vita; tutto il resto passa come uno sbuffo di fumo che si dissolve nel vento, ma è in questo ultimo, terribile o felice momento, che Dio ci farà conoscere quello che siamo e saremo per tutta l’eternità, nella visione di tutto l’universo e di Dio stesso».