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I virus del Terzo Millennio

LIBERAL BIMESTRALE
di Luc Montagnier
Liberal n. 20 - Ottobre-Novembre 2003

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Abbiamo l’opportunità, in questo inizio di Ventunesi-mo secolo, di beneficiare di una quantità di conoscenze senza precedenti. Sappiamo di essere stati originati da un processo cominciato su questo pianeta più di tre miliardi e mezzo di anni fa, a partire da polvere e acqua, e che ci troviamo al vertice di organismi viventi sempre più complessi, tutti memorizzati e riproducibili. Sappiamo anche che la terra è un punto, una piccola oasi in un immenso universo minerale in cui questo genere di oasi è raro. Questa conoscenza non ci dà solo un potere, soprattutto su tutti gli altri esseri viventi, ma anche una nuova coscienza, da cui discende una responsabilità di fronte a noi stessi, al nostro futuro, ma anche su tutto l’ambiente animato e inanimato che ci circonda. Questa coscienza ci fa percepire la nostra grande fragilità, legata alla globalizzazione dell’economia, all’assenza di regolazione della crescita demografica, allo squilibrio tra lo sviluppo delle regioni del Nord e il sottosviluppo di quelle del Sud, alle enormi differenze culturali, e infine - ed è il tema che vorrei affrontare - ai pericoli sanitari emergenti, connessi alle attività delle nostre civiltà e che possono, se non sono governati, avere un impatto fortemente negativo sulle nostre economie e sul nostro modo di vivere. Questi pericoli sono sostanzialmente di due tipi: le nuove epidemie e le malattie croniche legate all’allungamento della durata della vita.

Le nuove epidemie
Malgrado i progressi nell’igiene e nelle nostre conoscenze degli agenti infettivi, due grandi epidemie mondiali hanno infierito nel Ventesimo secolo, e vediamo spuntare il rischio di una terza. L’epidemia di influenza detta «spagnola» ha ucciso, tra il 1918 e il 1919, più persone della prima guerra mondiale. Individui anziani, ma anche giovani, morivano in pochi giorni. Studi molecolari successivi hanno dimostrato che si trattava di un nuovo ceppo di virus influenzale, contro il quale le persone più giovani non avevano alcuna immunità naturale. Ma la coincidenza temporale con l’utilizzazione di gas tossici alla fine della guerra, tra cui l’iprite, è impressionante: il gas «mostarda», oltre gli effetti immediati sul sistema polmonare, è venefico per l’immunità delle cellule. Questo gas si è diffuso ben oltre i campi di battaglia e ha potuto circolare nel mondo intero in una concentrazione bassa ma sufficiente per deprimere la capacità immunitaria delle mucose polmonari di persone a migliaia di chilometri di distanza, in aggiunta ai gas sprigionati dagli esplosivi. La tubercolosi, a sua volta una malattia respiratoria, provocava devastazioni in tutto il mondo, ma la scoperta di antibiotici efficaci l’ha pressoché fatta scomparire nei Paesi sviluppati, mentre è rimasta endemica, rimandendo un’importante causa di mortalità, nei Paesi in via di sviluppo. Ma negli anni Settanta una nuova epidemia fece la sua comparsa in alcune regioni dell’Africa sub-sahariana, così come nelle grandi metropoli dell’America del Nord: l’Aids. In questo caso, è stata la moltiplicazione dei partner, specialmente tra gli omosessuali, così come l’uso di siringhe non sterili, che hanno permesso l’emergenza epidemica di un virus preesistente, proveniente probabilmente dai primati. La trasmissione eterosessuale del virus è più forte nei Paesi delle zone tripicali ed equatoriali, tanto che l’epidemia non è affatto sotto controllo, mentre lo è parzialmente nei Paesi del Nord del mondo, grazie alla debole trasmissione tra eterosessuali, all’impatto delle campagne di prevenzione e all’uso della triterapia. Tuttavia, in assenza di trattamenti che sradichino l’infezione, i pazienti trattati sono ancora portatori e trasmettitori del virus, e l’apparizione di ceppi virali multiresistenti ai farmaci antiretrovirali rappresenta un pericolo certo per il futuro, sia nei Paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo, dove l’impatto economico dell’Aids si fa già sentire.
Infine, più di recente sono riapparse epidemie di virus dell’apparato respiratorio, a partire dal Sud-est asiatico: l’influenza di Hong Kong, soffocata molto rapidamente grazie al coordinamento messo in campo dall’Oms e alle reazioni immediate delle autorità locali; la pneumopatia atipica o Sindrome respiratoria acuta grave (Sars), ugualmente originaria della Cina e dovuta, a quanto pare, a un nuovo ceppo di coronavirus, per il quale, a tutt’oggi, solamente misure di protezione e isolamento possono riuscire a controllare la diffusione epidemica. Quali conclusioni e quali prospettive possiamo trarre da questi avvenimenti? Se, da una parte, il benessere, una migliore alimentazione, le pratiche igieniche, le vaccinazioni, gli antibiotici hanno ridotto i rischi di epidemia, dall’altra esistono fattori che li favoriscono: la globalzzazione, i trasporti aerei, le grandi concentrazioni urbane favoriscono la diffusione assai rapida dei germi preesistenti, specialmente a partire dalle regioni povere e popolate, che sono in contatto sia con animali domestici concentrati in allevamenti industrali che con la fauna selvaggia. Il rischio del passaggio di un virus d’origine animale all’uomo diventa così assai elevato; i fattori ambientali, in particolar modo l’inquinamento chimico atmosferico, e un minor apporto di sostanze antiossidanti attraverso l’alimentazione possono a loro volta giocare un ruolo nella depressione del sistema immunitario; anche per quanto riguarda i germi, il catalogo dei virus è lungi dall’essere chiuso, e molte specie virali sono in grado di saltare la barriera di specie e di essere trasmesse all’uomo. Nel mondo dei batteri, l’utilizzazione massiccia di antibiotici ha dato origine a ceppi multi-resistenti che possono diffondere il loro fattori genetici di resistenza a ceppi censibili. È ugualmente possibile che ci sia una selezione di nuove forme, che sfuggono ai criteri classici, vicine ai virus e in grado di installarsi in forma cronica in un organismo, malgrado le sue reazioni immunitarie. Infine, l’esistenza di Paesi in cui la situazione sanitaria è precaria, a causa delle condizioni economiche e dell’assenza di strutture mediche adeguate, rende difficile l’accesso di milioni di pazienti a trattamenti efficaci: l’esempio dell’Aids è lì per ricordarcelo, e questi Paesi, già colpiti da vecchie epidemie, sono spesso focolai d’origine di nuove epidemie. È quindi chiaro che s’impone un’estrema vigilanza su scala mondiale, associata a una completa trasparenza d’informazione. Contro le malattie respiratorie come l’influenza (e ora anche la Sars), l’Oms ha creato una rete di una certa efficacia. Questa rete deve essere resa perpetua e sviluppata, e deve inglobare nuovi centri di ricerca e di sorveglianza, da creare nei Paesi in via di sviluppo.

Le malattie croniche legate all’invecchiamento
La durata media della vita e la speranza di vita hanno conosciuto un grande aumento nel corso del Ventesimo secolo nei Paesi sviluppati, e in misura inferiore - se non si considera il ruolo assai negativo giocato dall’Aids - nei Paesi in via di sviluppo. Essa è dovuta principalmente alla diminuzione della mortalità infantile, legata a misure d’igiene e alle vaccinazioni. I progressi della medicina e le campagne di prevenzione permettono anche di evitare o di ritardare le malattie che sopravvengono negli adulti che invecchiano, il che contribuisce a sua volta a un aumento regolare della durata della vita. Tuttavia, questa progressione inciampa sulla permanenza e anche sulla crescita delle malattie croniche: cancro, malattie cardiovascolari e soprattutto malattie autoimmuni (diabete), malattie neurodegenerative (morbo di Alzheimer, morbo di Parkinson). Le cause sono molteplici: esistono programmazioni genetiche destinate a indebolire il nostro sistema immunitario, a diminuire la produzione di ormoni steroidei così come un’usura dei mitocondri, fonte delle molecole di energia. Così come esiste un determinismo genetico dell’involuzione del timo, organo-chiave della programmazione dei linfociti per l’immunità cellulare. Questa deficienza immunitaria che ricorda, in forma più lenta, quella dell’Aids, porta all’espansione di microrganismi - batteri, virus - che erano in precedenza mantenuti a un livello basso dal sistema immunitario. Queste infezioni non si manifestano necessariamente a livello clinico, ma possono a loro volta dare luogo a uno stress ossidante che finisce per deprimere ancora di più il sistema immunitario. Ne risulta un effetto a cascata - una spirale - che porta alle malattie croniche mortali. Questo stress ossidante è uno squilibrio tra le molecole assai reattive derivate dall’ossigeno che attaccano tutti i nostri costituenti (Dna, proteine, lipidi), e i nostri antiossidanti naturali, fabbricati o ingeriti. Esso è implicato, insieme con altri fattori, nell’origine di tutte le malattie che ho menzionato: diabete, asma, infezioni respiratorie, cancro, arteriosclerosi, Parkinson, Alzheimer, macchie degenerative della retina, sclerosi laterale amiotrofica, poliartrite reumatoide. Fattori ambientali quali l’inquinamento atmosferico, deficit di micronutrienti nell’alimentazione, stress nervosi legati alla vita in elevate concentrazioni umane (megalopoli) costribuiscono allo stesso modo, aggiungendosi gli uni agli altri, a questo stress ossidante. Nonostante esistano su questo tema numerosi lavori scientifici riconosciuti, questi dati sono spesso trascurati da medici, agricoltori, ecologisti. D’altra parte, nuovi test ultrasensibili permettono di determinare con precisione i deficit legati allo stress ossidante, che possono variare da una persona all’altra, e di correggerli grazie all’ingestione di antiossidanti molto potenti. Tra questi, vorrei citare il glutathion, antiossidante naturale il cui tasso plasmatico diminuisce - per via della superusura da parte degli ossidanti - in linea di massima a partire dall’età di 45-50 anni.
Oggi è possibile, dunque, costruire una politica di prevenzione con l’obiettivo di ridurre l’impatto delle malattie croniche sulla durata della vita - si potrebbero guadagnare vent’anni di vita, sopprimendole - e di aumentare la durata della vita attiva. Il prolungamento della vita ha senso solo se non continua ad aumentare all’infinito il numero di «vegetali» nelle case di riposo. Nel Ventunesimo secolo il problema è destinato a ingigantirsi nei Paesi sviluppati, e va interessando via via sempre più persone nei Paesi in via di sviluppo. Esso ha implicazioni sociali enormi: senza una trasformazione della stessa medicina, sia della medicina di crisi che di quella preventiva, senza uno sforzo continuo di educazione del pubblico e un’adeguamento dell’età della pensione alla durata della vita attiva, si assisterà a un’esplosione - o a un’implosione - dei regimi di sicurezza sociale e delle pensioni. Propongo dunque ai responsabili politici di considerare la creazione di una rete mondiale di centri di vigilanza, ricerca e prevenzione, in modo da: prevenire o arrestare sul nascere l’insorgenza di malattie infettive e di nuove epidemie; prevenire le malattie croniche legate all’invecchiamento. Il desiderio di buona salute, il desiderio di benessere, sono valori universali condivisi da tutti gli umani, quali che siano le loro differenze culturali. Soddisfarli sarà, assai più dell’arcaismo delle guerre, il modo migliore di fare ingresso nel Terzo millennio.

(Traduzione dal francese di Nicoletta Tiliacos)

 

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