Anche in Gran Bretagna molti pensavano che fosse morta da tempo. Era almeno dal 1980 che non si parlava più di Diana Mitford Mosley, vedova del fondatore e capo della British Union of Fascists scomparso proprio quell’anno. Diana, che gli è sopravvissuta per un quarto di secolo, è morta nell’agosto scorso all’età di novantatré anni nell’esilio francese, dove i due si erano stabiliti nel 1951. A differenza di tutte le mogli e le compagne dei capipopolo e dei dittatori del Novecento, Diana aveva svolto una parte importante nell’avventura politica del suo uomo. La sua vita, infatti, appare ancora più straordinaria se la si considera nell’ambito di quella che è stata chiamata la saga delle sorelle Mitford, o meglio ancora di una famiglia britannica aristocratica (anche se con pochi mezzi), i cui membri hanno avuto a che fare con personalità tra le più rappresentative e hanno attraversato e subito tutte le passioni del Ventesimo secolo, concludendo talvolta la loro vita in modo tragico. I genitori si erano trasferiti all’inizio del Novecento in Canada, nell’Ontario settentrionale, alla ricerca dell’oro. Ricercatori sfortunati, perché non c’era neanche un grammo d’oro nei pressi della cittadina in cui si erano stabiliti, il cui nome era «Svastica». Ancora Hitler non aveva adottato la croce uncinata come simbolo del suo movimento (si era alla vigilia della prima guerra mondiale), ma quella parola dovette risuonare in seguito con un significato premonitore e non soltanto perché l’unico figlio maschio: Tom, avvocato, sarebbe morto durante la guerra contro la Germania nazista. Rientrati in Gran Bretagna, i coniugi Mitford decisero che alle figlie sarebbe stata impartita un’educazione speciale in casa. Non volevano che si mischiassero con ragazzi e ragazzi di classi sociali più umili e in particolare temevano che gli sport a cui sarebbero state costrette nelle scuole pubbliche nuocessero alle raffinate forme della loro progenie. Fu la madre Sydney che insegnò alle figlie a leggere e a scrivere in inglese e francese e diede loro nozioni di storia e geografia e lezioni di piano. Esse dovevano leggere ogni giorno il Times, ma erano libere di prendere nella biblioteca paterna qualsiasi libro volessero e di esprimere liberamente le loro opinioni su qualunque argomento. Erano delle ragazze bellissime: qualcuno paragonò proprio Diana alla Venere del Botticelli. In cambio erano scatenate e se, non frequentando le scuole pubbliche, non ebbero baruffe con degli estranei, provvidero da sole in casa a creare un clima di accanite contese. Disputavano tra di loro in modo energico e talvolta violento, anche se si amavano profondamente. Non erano però materia del contendere le gelosie e gli amoretti comuni alle ragazze della loro età (Nancy, la maggiore era nata nel 1904, Unity Walkyria nel 1911, Diana nel 1914, Jessica nel 1917, Deborah dopo la guerra). No, le dispute erano esclusivamente politiche e le avrebbero accompagnate per tutta la vita. Nancy era socialista, con dispiacere dei genitori conservatori, che avevano visto con simpatia e invidia l’avvento di Mussolini in Italia. Ce ne sarebbe voluto uno come lui anche a Londra, pensavano. Alla fine gli anni Venti erano già entrate in campo Unity e Diana, anch’esse filofasciste e poi filonaziste, e Jessica, detta Decca, ammiratrice senza condizioni della Rivoluzione d’Ottobre, di Lenin e di Stalin. I genitori avevano concesso alle figlie una stanza per le loro «discussioni» politiche e, perché queste non trascendessero in vere e proprie zuffe, una linea sul pavimento e sulle pareti aveva diviso i due campi. In una metà erano appese bandiere rosse, ritratti di Lenin, manifesti dell’Internazionale comunista, numeri della Pravda e del Daily Worker. Al di là della linea troneggiava il ritratto di Hitler, circondato da manifesti con le camice brune e da bandiere con croci uncinate. Nelle parti comuni: finestre e porte, Diana aveva inciso le sue svastiche, Jessica falci-e-martelli. Unity parteggiava per Diana e Nancy per Jessica. I genitori pensavano che il modo migliore perché le ragazze si calmassero consistesse nel farle sposare, il che non doveva essere difficile data la loro avvenenza. Ma Nancy annunciò un bel giorno di essersi fidanzata con un omosessuale notorio mentre Pamela, la secondogenita, rifiutava i migliori partiti, preferendo occuparsi di cani e cavalli. Le altre esperienze non furono più fortunate. La prima ad accettare una proposta «tradizionale» di matrimonio fu Diana. A diciotto anni sposò Brian Walter Guinness, ricchissimo erede della famiglia proprietaria dell’industria della birra e futura fortunata editrice del Guinness of Records. I Guinness sarebbero stati insigniti del titolo di Lord e uno di loro, rappresentante britannico per la Palestina, sarebbe stato ucciso nel 1944 al Cairo da due estremisti ebrei. Ma la vita di una «normale» signora non poteva soddisfare Diana. Dopo aver avuto due figli lasciò il marito, dal quale divorziò nel 1934. Non si era mai disinteressata degli avvenimenti politici e aveva ammirato un personaggio balzato da qualche anno sulla scena pubblica, un uomo pieno di fascino, sir Osvald Mosley. Già combattente in Francia, deputato conservatore, nel 1924 aveva aderito al Partito laburista militando nella corrente estrema ed era entrato a far parte del governo MacDonald quale cancelliere del ducato di Lancaster, carica che gli dava in particolare la competenza sulle questioni dell’occupazione. Per l’appunto era quello il problema più acuto dopo che pure la Gran Bretagna era stata investita dalla Grande Crisi (i disoccupati erano più di due milioni). Per risolverlo Mosley aveva avanzato delle idee non ortodosse: una politica di credito per aumentare il potere d’acquisto delle classi meno abbienti, un piano di grandi lavori pubblici, la direzione pubblica della grande industria, il controllo statale delle banche e del commercio con l’estero. Erano le idee di Keynes, che sarebbero state adottate da Roosevelt e da Hitler tre anni dopo, ma che nel 1930 il governo laburista aveva rigettato ritenendole troppo rivoluzionarie. MacDonald pensava invece che bisognava ridurre le indennità di disoccupazione e aumentare le imposte… Mosley, di cui si era parlato come di una grande speranza del laburismo e del quale si diceva che sarebbe stato il prossimo primo ministro, si dimise dal governo e successivamente dal partito per fondarne un altro, che chiamò New Party. Il suo programma, oltre alle proposte economiche rifiutate dai laburisti e dai conservatori, comprendeva il rafforzamento dell’esecutivo e una lotta contro la miseria mediante la protezione dell’industria britannica e dei Paesi del Commonwealth. Come Mussolini alla fine del 1914, Mosley sosteneva di non aver abbandonato le sue idee socialiste. Il rifiuto dei laburisti di accettare il suo programma economico è stato giudicato dallo storico A.J.P. Taylor «il più grande errore commesso da quel partito... Fu allora che il popolo britannico senza saperlo decise di continuare a marciare nei vecchi sentieri». Il «Manifesto» lanciato da Mosley attirò l’attenzione di molti intellettuali (compresi Keynes e T.S. Eliot), ma non ebbe molto seguito popolare. D’altronde esso era stato considerato utile soltanto per superare la crisi economica e sociale e non per costituire un programma per un medio o lungo periodo. L’establishment partitico superò la sua crisi mediante un atto di trasformismo di MacDonald, che costituì un governo di coalizione con i conservatori e i liberali, tra le proteste di parte dei suoi seguaci laburisti che gridarono al tradimento. Una delle conseguenze della mossa di MacDonald fu l’insuccesso elettorale del New Party. Fu allora, dopo un suo viaggio a Roma dove fu ricevuto da Mussolini, che Mosley decise di fondare un nuovo partito, la British Union of Fascists. I programmi economici della Buf non differivano da quelli del New Party, ma politicamente vi era più d’una novità: era data minore importanza al Parlamento, maggiori poteri erano attribuiti a un Consiglio nazionale delle Corporazioni eletto sulla base delle professioni e, quanto alla politica estera, essa avrebbe dovuto essere ispirata all’amicizia con l’Italia e con la Germania, dove Hitler da pochi mesi era divenuto Cancelliere. Inoltre, pur negando di essere antisemita, Mosley sosteneva che gli ebrei dovevano essere allontanati dalla Gran Bretagna e proponeva che si installassero da qualche parte nell’impero britannico, «ma non in Palestina per non disturbare gli arabi». Diana ammirava Mosley da tempo e già prima del 1934 ne era divenuta l’amante. Dopo la morte della moglie di lui Cynthia (figlia di Lord Curzon, già ministro degli Esteri), i due andarono a vivere insieme. Come Cynthia, anche Diana divenne la prima seguace e collaboratrice del marito. La cerimonia del loro matrimonio fu allo stesso tempo intima e simbolica. Essa si svolse a Berlino nell’ottobre del 1936: gli sposi si scambiarono gli anelli in casa di Joseph Goebbels alla presenza di un invitato d’eccezione: Adolf Hitler, il cui dono di nozze fu un suo ritratto con dedica in una cornice d’argento. Essi ne furono molto orgogliosi e lo tennero in grande evidenza in uno dei loro saloni. Sarebbero del resto tornati più volte a Berlino a trovare i loro amici nazionalsocialisti Göring, Goebbels, Himmler. Diana era già stata ospite di Hitler a Bayreuth per il festival wagneriano, assieme alla sorella Unity Walkyria. L’amicizia di questa con i gerarchi del Reich era stata rapida e al solito avventurosa. Un giorno dell’inizio del 1936 essa aveva informato i genitori che intendeva partire per la Germania dove - disse - in sei mesi avrebbe appreso il tedesco e conosciuto il suo idolo, il Führer. Puntualmente sei mesi dopo tornò avendo realizzato il suo progetto. Raccontò che era riuscita, dopo alcuni giorni di paziente attesa a un tavolo dell’Osteria Bavaria a Monaco, ad attirare l’attenzione di Hitler e dei suoi maggiori collaboratori che la frequentavano. Si era poi presentata come sua seguace e ammiratrice ed era stata accolta alla sua corte. Il Führer probabilmente era convinto che quella bella ragazza (Unity aveva allora venticinque anni), imparentata con i massimi esponenti dell’aristocrazia britannica, avrebbe potuto costituire un «ponte» con una parte del mondo politico inglese. Nelle due giovani sorelle aristocratiche egli principalmente riconosceva - affermò - «esempi perfetti di femminilità ariana». Pure Unity riteneva, come Diana, che l’amicizia anglo-germanica, fondata sull’identità razziale, fosse indispensabile alla pace e all’equilibrio del mondo. Apprese dello stato di guerra tra i due Paesi quando si trovava nuovamente in Germania. Il pensiero che le sue due patrie, quella naturale e quella che lei aveva eletto, si sarebbero combattute, le fu insopportabile. Per la disperazione cercò di suicidarsi, sparandosi un colpo di pistola alla tempia. Sopravvisse, ma restò paralizzata per il resto della vita. Malgrado si fosse già in guerra Hitler riuscì a farla rimpatriare in Gran Bretagna, dove sarebbe morta nel 1948.
Nello stesso 1936 in cui ebbero luogo il matrimonio di Diana e il primo viaggio di Unity a Berlino, Jessica seguiva con passione e indignazione ciò che avveniva in Spagna, dove il generale Franco si era ribellato contro il governo del Fronte popolare. Anche Jessica avrebbe voluto andare in Germania per incontrare Hitler, ma con lo scopo di ucciderlo. Di questo suo progetto essa scrisse in seguito: il Führer quasi certamente avrebbe ricevuto la cognata di Mosley, sorella delle sue fedeli ammiratrici Diana e Unity. Una volta in sua presenza non avrebbe avuto difficoltà a sparargli con una pistola. Il progetto non fu da lei però realizzato per la certezza che essa stessa sarebbe stata uccisa dalle guardie del corpo di Hitler. «Mi mancò il coraggio, sapete com’è, a quell’età la voglia di vivere è troppo forte - ammise più tardi - ma se l’avessi fatto non avrei risparmiato lutti e tragedie a milioni di persone?». Tuttavia si poteva combattere contro il fascismo anche altrove. L’occasione le fu fornita dall’incontro con un ragazzo di un anno più giovane di lei, il diciottenne Esmond Romilly, nipote di Churchill e pecora nera della famiglia, rientrato temporaneamente dalla Spagna dove aveva già combattuto. Egli le propose di fuggire con lui e arruolarsi nelle Brigate Internazionali. I due parteciparono alla guerra civile e, dopo la vittoria di Franco, emigrarono negli Stati Uniti. In quel momento Jessica era forse la più povera delle sorelle. Romilly, con cui si era sposata, era senza un soldo e nessuno dei due aveva un lavoro fisso. Sopravvivevano facendo qualche traduzione. Nel settembre del 1939 la Gran Bretagna e i Paesi del Commonwealth entrarono in guerra e Romilly chiese di arruolarsi nella Canadian Royal Air Force come pilota. Sarebbe morto nel novembre 1940 durante un’incursione sulla Germania. Jessica si risposò, questa volta con un avvocato: Robert Treuhaft, che condivideva le sue idee politiche. Entrambi furono membri del Partito comunista degli Stati Uniti e meritarono le attenzioni della Commissione senatoriale di inchiesta sulle attività antiamericane, per un certo periodo presieduta da Joseph MacCarthy. Non c’è dubbio che il fanatismo stalinista di Jessica non fu inferiore a quello hitleriano delle sue sorelle. Solo dopo il rapporto Krusciov e l’intervento sovietico in Ungheria essa manifestò qualche dubbio sulla bontà della politica di quella «patria del socialismo», che essa aveva messo avanti a quella naturale e agli Stati Uniti, Paese di cui aveva preso la cittadinanza. La seconda guerra mondiale ebbe naturalmente delle ripercussioni anche su Diana. La British Union of Fascists fu sciolta e ogni sua attività proibita. Il 22 maggio del 1940 fu emanato un regolamento che autorizzava il ministro dell’Interno ad arrestare «chiunque potesse mettere in pericolo la sicurezza del regno». Il giorno dopo, con il marito Osvald Mosley e altri dirigenti della Buf, Diana fu arrestata e rinchiusa nel carcere di Holloway, non lontano da Londra. È dubbio comunque che Mosley avrebbe voluto o potuto fare alcunché contro lo sforzo bellico della Gran Bretagna. Le misure prese nei suoi confronti avevano più che altro un significato simbolico, il che è confermato dal fatto che la coppia Mosley fu arrestata ben nove mesi dopo l’inizio del conflitto e liberata alla fine del 1943, ben prima quindi della sua conclusione. Il loro rilascio provocò proteste da parte delle sinistre, che videro nel provvedimento un favoritismo familiare o di clan, dati i legami che i Mosley avevano con numerosi membri dell’establishment a cominciare da Churchill (che affettuosamente aveva sempre chiamato Diana «Dinamite»). Dagli Stati Uniti anche la sorella Jessica protestò contro quella liberazione che - scrisse - «costituiva uno schiaffo sul volto di tutti gli antifascisti e un tradimento nei confronti di coloro che sono morti per la causa dell’antifascismo». Tanto poté la passione politica anche tra sorelle che pure si erano volute bene. E la stessa Jessica, quando nel 1955 tornò per la prima volta dopo il 1939 in Gran Bretagna nella vecchia casa, si commosse nel ritrovare la stanza delle epiche baruffe della loro adolescenza così come l’aveva lasciata con i parafernali politici degli anni Venti e Trenta.
Negli Stati Uniti Jessica si era affermata con pamphlet di carattere sociale come The American Way of Death, una dura critica all’industria delle pompe funebri, a cui fece seguito The American Way of Birth, il cui bersaglio erano le cliniche specializzate in ostetricia, anch’esse preoccupate soltanto di spremere al massimo i clienti. Jessica si lanciò anche in campagne politiche come l’opposizione alla guerra in Vietnam e la difesa di chi, come il dottor Benjamin Spock (autore dei famosi libri «permissivi» sull’educazione dell’infanzia), ebbe problemi con la giustizia proprio per azioni di disobbedienza civile nella contestazione a quel conflitto. Scrisse anche della sua esperienza in seno al partito comunista e un libro sulla sua famiglia e le sue sorelle in particolare dal titolo Figlie e Ribelli. Morì nel 1995.
Anche Diana scrisse le sue memorie. La vera scrittrice fu però la maggiore delle sorelle: Nancy, a cui si devono alcune biografie di personaggi storici e vari romanzi, spesso autobiografici come il primo: Wings on the Green, del 1935, dove prende in giro le sue due sorelle fasciste. Altri sono delle satire della società britannica, così come satirico è il noto saggio Noblesse oblige, in cui sono messi in evidenza i tic dell’aristocrazia, che usa il linguaggio - la pronuncia e la terminologia - come un indicatore di casta e uno strumento di distinzione. L’uso di certe parole, infatti, serve per far capire che si appartiene a una classe superiore, Upper-class, contrapposta alla non-Upper-class. È interessante notare che in questo saggio pubblicato mezzo secolo fa sono segnalate già le espressioni «politicamente corrette», che oggi si sono moltiplicate e imperversano, come ad esempio mental (mentalmente disturbato) al posto di mad, cioè matto. La prima espressione era giudicata non-U... A differenza delle tre sorelle Diana, Unity e Jessica, la socialista Nancy non spinse le sue convinzioni politiche sino al fanatismo e alla rinuncia alla ragione (il che è lo stesso). Molto più «conformiste» si dimostrarono le altre due: Pamela e Deborah, che vissero un’esistenza normale. Deborah, sposata al duca di Devonshire, si diede comunque anch’essa alla scrittura descrivendo in vari libri la residenze di famiglia, tra le più belle d’Inghilterra: l’architettura, l’arredamento, le pinacoteche, i giardini, gli animali delle fattorie. La vita avventurosa delle prime quattro sorelle, la loro partecipazione - da barricate opposte - alle passioni e agli eventi dell’epoca, il loro atteggiamento nei confronti dell’ambiente in cui erano nate, gli scandali che provocarono i loro amori, come la liaison di Diana e Mosley quando la prima era ancora sposata con Brian Guinness e la moglie del secondo era ancora in vita, la fuga in Spagna di Jessica con Romilly, hanno naturalmente mantenuto per anni desta su di loro l’attenzione dell’opinione pubblica inglese, che a seconda dei periodi le ha odiate e amate. Poi, come si è detto, su di loro era sceso l’oblio. Forse era inevitabile, com’è accaduto, che qualche biografo fantasticasse sulle pretese illusioni di Hitler di poter influenzare la politica britannica attraverso le sue amiche Unity e Diana (e il marito di questa Mosley). È certo ben noto che già nel Mein Kampf il futuro Führer vedeva nella Gran Bretagna l’alleato principale della Germania e che la Gran Bretagna era per lui essenzialmente quella aristocratica, che aveva conservato intatti i caratteri razziali ed era rimasta immune dal «contagio» socialista ed ebraico. Egli non si rendeva conto della complessità del sistema britannico e del fatto che, se la casta dei Lords conservava parte del suo prestigio sociale, la sua importanza politica era molto ridotta. Più in generale la conoscenza di Hitler del mondo britannico era scarsa e non priva di idee sbagliate. Egli non poteva però ignorare che le scelte di politica estera di Londra erano determinate da interessi e concezioni su cui né le Mitford né Mosley potevano avere alcun peso. La militanza di Unity e Diana, come quella di segno opposto di Jessica in Spagna e negli Stati Uniti, risalta soltanto per l’ambiente da cui esse provenivano e per il fatto che le sorelle erano stranamente accomunate dall’anticonformismo. Tolti questi caratteri e considerato che essi le misero sotto i riflettori dell’opinione pubblica per un ventennio, quella militanza non fu dissimile da quella di milioni di altri giovani, uomini e donne. E come milioni di persone meno note e «scandalose», Diana e Jessica, a differenza di Unity, vissero abbastanza a lungo da assistere al crollo delle ideologie per cui si erano battute per tutta la vita e veder dissolversi i regimi in cui avevano riposto le loro speranze e la loro fede ideologica.