Sono passati tre anni dall’estate del Duemila. Tre anni da due eventi memorabili e da un terzo che è stato fatto passare per tale, ma che tale non è stato. I due eventi sono, rispettivamente, due milioni di ragazzi venuti a Roma da ogni dove per il Giubileo dei giovani, e la beatificazione di Pio IX. Da un lato la temuta calata dei barbari nella città eterna si è rivelata una straordinaria e affabile kermesse: balli, canti, sorrisi, allegria che ha contagiato tutti i romani che ha solo sfiorato; dall’altro la gloria degli altari per una Papa contestatissimo e denigrato, non solo dalla storiografia laica. Il terzo evento che tale non è stato, ma che i media hanno amplificato oltre ogni ragionevole aspettativa, è una dissacratoria mostra sul Risorgimento al Meeting di Rimini di Cl. Non c’è dubbio che, nonostante le cautele e gli innumerevoli distinguo, la proclamazione di Pio IX beato abbia implicitamente rettificato il giudizio della Chiesa sul periodo risorgimentale: la vulgata che esaltava l’impresa dei Savoia come liberatrice e moralmente salvifica e che, all’opposto, bollava la Chiesa di Pio IX come retrograda, oscurantista, antiprogressista e intollerante, ha subito una battuta di arresto significativa. Se, per rimediare, attaccare il Papa direttamente non era possibile e parlar male dei giovani del Giubileo avrebbe cozzato contro la diretta esperienza di un’intera città (e contro l’indiretta esperienza della mondovisione), sparare a zero sulla mostra di Rimini e sugli storici revisionisti, questa sì era un’idea! È quanto è stato fatto. Per mesi su quasi tutti i giornali (si sono distinti La Stampa e Repubblica) si è andati avanti con appelli, proclami, pubbliche denigrazioni, manifestazioni di sdegno contro gli storici cattolici che sarebbero andati contro la democrazia, la tolleranza, il rispetto dei diritti delle minoranze e via dicendo. Leggere per credere.
Sono scattati per primi i due cavalli di razza del giornalismo italiano: Montanelli e Scalfari. «Il tempo dei briganti benedetto dai ciellini», titolava a tutta pagina La Repubblica del 23 agosto. Il 24 era la volta di Montanelli che, dalle pagine del Corriere, ammoniva Giovanni Paolo II: il Papa «non confonda i ragazzi di Rimini con quelli di Tor Vergata. In comune essi hanno soltanto i dati anagrafici. Ma soltanto quelli». Circa un mese dopo sono arrivati gli storici che però, invece che a fatti, documenti e analisi puntuali, si sono consegnati, lo dicevamo sopra, agli appelli. Galante Garrone, Salvadori, Tranfaglia: questi i prestigiosi nomi dei firmatari (insieme ad altri 63) di un accorato manifesto diffuso sulla Stampa. «Quel che abbiamo voluto esprimere è la nostra opposizione contro l’ultima ondata di revisionismo storico: una rilettura di indirizzo cattolico che rimpiange il Papa re e il suo Stato nemico di tutto ciò che oggi chiamiamo democrazia e pluralismo»: così Salvadori sulla Repubblica del 22 settembre. «La misura è stata superata» proseguiva. «Per questa strada si deteriorano i presupposti di una società pluralista e tollerante, in cui ciascuno ha il diritto di credere alla propria verità, ma il dovere di rispettare i valori altrui». Le «offese» ai protagonisti del Risorgimento, «sono il cascame di una mentalità e di atteggiamenti che invadono l’essenza stessa della cosa pubblica». «Il tentativo di denigrare il Risorgimento e i suoi uomini migliori costituisce una distorsione della verità storica e si traduce in una provocazione inaccettabile per l’Italia civile», rincarava la dose Galante Garrone sulla Stampa del 29 settembre. «La contestazione dei valori risorgimentali - argomentava - si collega a un rifluire di ideologie reazionarie, di speranze di rivincita di sconfitti della storia, di propositi di erosione dell’assetto democratico della società italiana che devono essere respinti». Al coro dei laici benpensanti non si sono uniti Paolo Mieli ed Ernesto Galli della Loggia. L’uno per invitare gli storici al rispetto della loro professione («fanno appelli contro una categoria che non si danno conto di individuare con nomi, cognomi, titoli dei libri. Mentre le uniche polemiche sensate sono quelle che rifuggono dall’anatema generico»), l’altro per domandarsi il perché della pratica dei due pesi e delle due misure: «Chissà perché gli attuali superpatrioti dell’Accademia e del Giornalismo allora [il riferimento è alla storiografia meridionalistica di classe, anch’essa nemica giurata del Risorgimento borghese] non vedevano complotti anti-italiani, non lanciavano pubbliche grida di allarme, e soprattuto si guardavano dal firmare appelli contro».
Lasciata decantare la polemica, vale la pena di riprendere il discorso e ricordare qualche fatto. Perché non c’è dubbio che quella del Risorgimento, per noi italiani, è una storia fondante. Prendiamo, per esempio, l’episodio dei Mille e della liberazione del Meridione dal dispotismo borbonico. Messe da parte le fonti di parte cattolica e borbonica che potrebbero essere sospettate di parzialità, sono proprio le testimonianze liberali a descrivere una realtà che difficilmente avremmo immaginato e che senza esagerazione potremmo definire agghiacciante. Menzogna, tradimento, calunnia, corruzione: questi i principali ingredienti del successo di Garibaldi. L’intero racconto che i libri di testo tramandano dell’epopea garibaldina è falso. A cominciare dall’organizzazione della spedizione, che non spetta a Garibaldi, ma al braccio destro (e occulto) di Cavour, Giuseppe La Farina, segretario della Società Nazionale. Ecco cosa racconta il diretto interessato in una lettera del 14 ottobre 1860 a Pietro Sbarbaro: «Ella vedrà che il concetto [della spedizione] fu mio; che Garibaldi esitava (e ne ho documenti); e che da ultimo si decise a partire, quando vide che i siciliani sarebbero partiti senza di lui. Le armi e le munizioni furono somministrate a Garibaldi da me: egli non aveva nulla». La Farina non fa nulla senza il beneplacito di Cavour, come ricorda in un articolo comparso sull’Espero il 24 gennaio 1862: «Per quattro anni vidi quasi tutte le mattine il conte di Cavour, senza che alcuno dei suoi amici intimi lo sapesse, andando sempre due o tre ore prima di giorno, e sortendo spesso da una scaletta segreta, ch’era contigua alla sua camera da letto, quando in anticamera era qualcuno che lo potesse conoscere! E in uno di questi notturni abboccamenti, nel 1858, fu presentato al conte di Cavour il generale Garibaldi, venuto clandestinamente da Caprera». Arrivato in Sicilia grazie a un imponente spiegamento di uomini, armi e mezzi fornito dal regno sardo, Garibaldi non incontra praticamente resistenza perché buona parte della classe dirigente meridionale - e in particolare buona parte degli ufficiali della marina e dell’esercito - è collusa col governo sardo o perché corrotta o per motivi di fratellanza massonica. Un fiume di denaro si trasferisce dalle casse del Regno di Sardegna (e dell’Inghilterra) alle tasche della nomenclatura borbonica. Tramite di questo passaggio è, fra gli altri, l’ammiraglio Persano, spedito prima in Sicilia e poi a Napoli al comando di una consistente flottiglia per controllare, aiutare, tallonare Garibaldi.
Il 19 agosto 1860 Persano annota nel suo Diario: «La casa De La Rue di Genova aprirà in Napoli, presso il banchiere De Gas [così aveva deciso Cavour], un credito illimitato a mia disposizione». In una lettera a Cavour del 30 agosto l’ammiraglio scrive: «Ho dovuto, eccellenza, somministrare altro denaro. Ventimila ducati al Devincenzi, duemila al console Fasciotti e quattromila al comitato. Mi toccò contrastare col Devincenzi, presente il marchese di Villamarina; egli chiedeva più di ventimila ducati; e io non volevo neanche dargliene tanti». Organizzata nei dettagli dal presidente del Consiglio del regno sardo, che pure smentisce ripetutamente ogni partecipazione all’impresa, la spedizione sfocia, come previsto, nella dittatura di Garibaldi. Un esterrefatto La Farina invia a Cavour dispacci quasi giornalieri per descrivere le gesta del generale: «L’altro giorno - scrive il 2 luglio 1860 - si discuteva sul serio di ardere la biblioteca pubblica, perché cosa dei gesuiti; si assoldano a Palermo più di 2000 bambini dagli 8 ai 15 anni e si dà loro 3 tarì al giorno […] Si dà commissione di organizzare un battaglione a chiunque ne fa domanda; così che esistono gran numero di battaglioni, che hanno banda musicale e officiali al completo e quaranta o cinquanta soldati! […] Si manda al tesoro pubblico a prendere migliaia di ducati, senza né anco indicare la destinazione! Si lascia tutta la Sicilia senza tribunali né civili, né penali, né commerciali, essendo stata congedata in massa tutta la magistratura! Si creano commissioni militari per giudicare di tutto e di tutti, come al tempo degli Unni. Senza magistratura, senza polizia, senza carabinieri, i bricconi più svergognati, gli usciti di galera per furti e ammazzamenti, compensati con impieghi e con gradi militari. La sventurata Sicilia è caduta in mano di una banda di Vandali» (lettera a Giuseppe Clementi del 19 luglio 1860). Lo storico e deputato Pier Carlo Boggio, autorevole liberale, nel pamphlet Cavour o Garibaldi? fornisce ulteriori particolari sul malgoverno garibaldino. Esaltato dalla riuscita della spedizione Garibaldi si è messo in testa di sganciarsi dalla protezione-direzione del conte di Cavour e di continuare a marciare verso Roma e il Veneto. Garibaldi va fermato. Per farlo Boggio ricorre né più né meno che al ricatto: «Volete un saggio di quel poco che del moltissimo giunge fino a noi?», manda a dire al generale. Vale la pena di riportare qualche brano di questa impietosa descrizione della dittatura garibaldina: Garibaldi «ha delegato la sua autorità in Sicilia e a Napoli a un Pro-dittatore […] Se non che l’ufficio dei pro-dittatori è nominale e illusorio; dietro e sopra il governo ufficiale, sta un governo segreto, che è il solo padrone vero di tutto e di tutti […] Il principe di Torrearsa legge nel foglio ufficiale la propria nomina a Presidente il Consiglio dei Ministri, della quale è affatto inconsapevole: attende l’annuncio diretto del Capo dello Stato. Passa un giorno, passano due, nulla riceve; e intanto escono sulla Gazzetta governativa decreti e provvisioni che appaiono da lui emanate: si presenta tre volte al Dittatore per chiedere una spiegazione: gli dicono che non ha tempo di riceverlo». A Napoli il giornale ufficiale reca provvedimenti firmati dai rispettivi ministri, che però non sanno nulla della propria attività di governo: «Accorrono dal Dittatore sdegnatissimi per tanta soperchieria: e là l’imperturbabile Bertani apre un portafogli: ecco, dice loro, ecco che abbiamo lasciato in bianco lo spazio per le firme vostre: potete apporle adesso!». Crispi, in Sicilia, ricorre a metodi più spicci: «In Consiglio il barone Cordova, fra i più stimati uomini di Sicilia, Ministro delle Finanze, non piega, come vorrebbe Crispi, a costui desideri: gli argomenti non sovvengono a costui spontanei e pronti come il bisogno sarebbe: ed egli, a mo’ di conclusione, trae di tasca un revolver e l’appunta al petto dell’indocile collega!». Ancora: «Lo sperpero del denaro pubblico è incredibile. Non parlerò degli acquisti di navi, di materiale da guerra inopportunamente fatti, dacché la flotta e l’arsenale di Napoli dovevano soddisfare in breve sì largamente ai bisogni; e neppure ricorderò come queste navi comprate all’estero fossero roba di rifiuto, e inabili a tenere il mare […] La libertà di stampa, la libertà individuale, la inviolabilità del domicilio, il diritto di associazione sono tutte finzioni». «Voi dovete ricordarvi che non siete in un paese di conquista», conclude Boggio all’indirizzo di Garibaldi.
Appelli in difesa della tolleranza, della democrazia, del pluralismo? Pare proprio che non possano essere fatti in nome del Risorgimento. Eppure è quanto è accaduto. A opera, strano a dirsi, di storici. Balza agli occhi, in tutta la sua evidenza, la necessità di rispondere alla domanda: perché - lo ha ricordato Galli della Loggia - solo oggi e solo in risposta a storici cattolici, alcuni fra i più noti giornalisti e storici italiani difendono il Risorgimento come un mito, un dogma, un miracolo? A giudizio di chi scrive è difficile trovare altra risposta che questa: la condanna (e l’odio) per la Chiesa che ha caratterizzato il liberalismo dell’Ottocento imponendo un’unificazione guidata in modo spesso disumano da chi si definiva «guida morale» della nazione, non è ancora pago delle proprie conquiste. Il convincimento anticattolico è talmente radicato in parte della classe dirigente italiana, da rendere ciechi coloro che lo praticano. Ciechi sulla storia d’Italia (carica di primati, certamente grazie a Roma, ma altrettanto indubitabilmente grazie alla Chiesa cattolica), ciechi e sordi sulla lettura dei fatti del Risorgimento. Così facendo, però, oltre che calpestare la verità storica, si priva la nazione italiana della sua ineguagliabile ricchezza culturale, artistica, spirituale. Non è poco. Mutatis mutandis è quanto si sta cercando di fare oggi in Europa, dimenticando che se di Europa si può parlare, lo si deve all’evangelizzazione e romanizzazione dei barbari operata dalla Chiesa di Roma.