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Il riscatto

LIBERAL BIMESTRALE
di Maria Luisa Spaziani
Liberal n. 20 - Ottobre-Novembre 2003

 

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Chi è stato, quel giorno, a citare pubblicamente la famosa frase di Renan, «i profeti non sanno mai che cosa fondano»? Io non credo proprio di ricordare che sia stato lui, Giorgio Caproni, a pronunciarla durante la modesta cerimonia del decimo anniversario del Centro Montale. Lui ha continuato a sostenere che la citazione fosse mia. Comunque, se la citazione non era certo frutto della nostra modestia, lo era del nostro ottimismo, era una prova del nostro slancio iniziale, quello che aveva guidato Danilo Dolci, Mario Luzi, Attilio Bertolucci. Infatti l’intuizione iniziale era stata quella di creare un piccolo strumento di studio per la poesia del Novecento che nelle biblioteche pubbliche e private è sempre relegata al ruolo di Cenerentola. I rari studenti, allora, che avessero voluto fare tesi su poeti recenti, incontravano difficoltà, dovevano rivolgersi a piccoli editori (che sapevano ben poco sull’argomento anche se avevano pubblicato plaquette e libri). O addirittura andare artigianalmente alla ricerca di parenti degli autori defunti, e Dio sa quanta indifferenza, se non antipatia, i parenti riservino ai loro consanguinei creatori. Non so se sia stato Flaiano, o un altro, a lanciare un aforisma: «I Poeti, vivi o morti che siano, sono sempre un guaio per i loro familiari». Da quando ero ragazza, a Torino, avevo un’abitudine che da alcuni era considerata un po’ maniacale: quella di ritagliare dai giornali e dalle riviste ogni articolo interessante che riguardasse la critica sui poeti e la loro biografia. Procurarmi il maggior numero possibile di libri e inserire in ogni libro i riferimenti ai ritagli accumulati. E fu proprio Giorgio Caproni, molti anni dopo a Roma, a dirmi: «Ma questo è utile per tutti, perché non ne fai una consultazione pubblica?». Da un’idea ne nacque un’altra, piccoli gruppi di amici poeti che venivano a leggere, ma anche a discutere il più criticamente possibile, perché, da quanto avevamo visto in altre «associazioni culturali», l’autolettura dei poeti finiva per limitarsi a un autocompiacimento, il più o meno ingenuo desiderio di farsi vedere o di ricevere un applauso. Leopardi: «E mira ed è mirato e in cor s’allegra».
Correva l’anno 1978 e questa prima nostra iniziativa si chiamò «Movimento-Poesia». Avevamo affittato uno scantinato a Porta Maggiore, a Via Statilia, dove già Einaudi, Mondadori e molti editori minori ci avevano mandato un centinaio di libri. Intanto da quello scantinato degli inizi eravamo passati sul Lungotevere, con appartamento provvisoriamente imprestato da un socio nobile e gentile. Di lì passammo a Palazzo Rivaldi, un antico convento, indimenticabile sede in vista del Colosseo, con ampia cappella dove facevamo conferenze, seminari e dove cominciarono ad arrivare anche poeti stranieri. Con denaro comune pagammo le ristrutturazioni e una lunga serie di scaffali. Ah, come durano poco le cose costruite su sabbia! Il Comune, o non so quale congregazione religiosa, ci cacciò nel giro di tre mesi. Altro trasloco sempre più pesante per i tesori accumulati. Ero riuscita con piccoli personali salti mortali e mutui, nonché una parte dei denari che avevamo in cassa al Centro, a comprare un appartamento in via Buonarroti 39, che avrei dovuto anche abitare ma che da allora, rimanendo io in affitto a via del Babuino, divenne fino al 2002, la nostra sede stabile. Ma nel 1981 morì Montale, la stella polare dei nostri interessi, del gusto comune a tutti noi, di uno stile e di una poetica per noi fondamentale. Cambiammo nome, nacque il Centro Internazionale Eugenio Montale e il Premio dallo stesso nome che a poco a poco inglobò nella sua giuria i maggiori poeti e critici contemporanei. Molti sono scomparsi nel frattempo (Danilo Dolci, Giorgio Caproni, Geno Pampaloni, Giorgio Bassani, Attilio Bertolucci, Giacinto Spagnoletti, Giovanni Macchia, Goffredo Petrassi, Cesare Brandi, Vanni Scheiwiller, Glauco Cambon) e nella sua ristrutturazione attuale del 2003, ecco gli illustri nomi: Mario Luzi, il nostro amatissimo decano, Franco Loi, Silvio Ramat, Nicola Crocetti, fervido editore della rivista Poesia, Fernando Bandini, Marco Forti, Andrea Zanzotto, Sergio Zavoli, Marco Guzzi. Così, dall’inizio a oggi, mi sono trovata a essere presidente di un gruppo di amici solidali fra i quali alcuni che potevo annoverare tra i miei maestri.
Mentre si dava inizio all’organizzazione della biblioteca e dell’archivio, si cominciavano i viaggi nelle varie regioni d’Italia per il Premio che era appunto «itinerante», per il quale si proponevano e si prenotavano i comuni e le istituzioni interessate. Si prendevano carico di tutte le spese, dalla «moneta» del premio stesso all’organizzazione del teatro e del concerto di chiusura, degli inviti ai premiati e ai loro editori italiani o stranieri, ai giornalisti e ai soci, in media un centinaio, questi ultimi accolti per due giorni a prezzi convenzionati. Le città ospitanti sono state, oltre agli inizi romani, Viterbo, Parma, Prato, Torino, San Benedetto del Tronto, Perugia, Napoli, Cremona, Aosta, Sanremo, Umago (Istria) e Gubbio dove nelle due giornate di premiazione del 2002 si è festeggiata la ventesima edizione del Premio. Particolarmente cordiale è stata l’ospitalità di due città che ci hanno trattenuti ognuna non un anno ma tre: Viterbo e Parma che eccezionalmente ha messo a nostra disposizione il Teatro Farnese. E nella cornice dell’edizione 1996, al Teatro Argentina e al Campidoglio si è inserito un multiplo omaggio a Eugenio Montale nel centenario della nascita. Altra nostra manifestazione importante si è svolta nel 1992 presso il Senato di Roma, ospite Giovanni Spadolini, fedele montaliano, per la mostra dei «dipinti e disegni di Eugenio Montale», documentata da un bel catalogo dal titolo La tavolozza color foglia secca. Una delle più originali iniziative del Centro Montale è stata la «Cattedra di Poesia», un invito a importanti poeti italiani e stranieri a esprimere non soltanto la propria poetica ma a spingersi in un’autoanalisi, fin dove è possibile, delle proprie motivazioni e magari dei propri segreti. Oltre ai poeti «di casa» (Mario Luzi, Spaziani, Andrea Zanzotto, Giorgio Bassani, Silvio Ramat e Fernando Bandini), i poeti intervenuti sono stati Valerio Magrelli, Luciano Erba, Ives Bonnefoy con tre prolusioni, Piero Bigongiari con quattro, Andrei Voznessenski (Russia), Giuseppe Conte, Roberto Mussapi, Enis Batur (Turchia), Allen Mandelbaum (Stati Uniti), Ciril Zlobec (Lubiana), Ana Blandiana (Romania), Philippe Jaccottet, Kikuo Takano (Giappone) e Nasos Vaghenas (Grecia).
Ho più volte pensato, anche sul piano semplicemente umano se non anche sociologico, come sarebbe interessante trarre un romanzo da questa preziosa ventennale esperienza. Non soltanto per parlare dei «grandi», ma anche per registrare le emozioni, talvolta indimenticabili, con cui tanti giovani ricevevano telefonicamente la notizia del Premio e si presentavano poi a ritirarlo. Per molti di loro si è trattato di un primo gradino (soprattutto per i vincitori della sezione «tesi di Laurea»), per altri il primo o secondo gradino (gli «inediti» di poesia, sette dei quali ogni anno pubblicati), al quale poi altri sarebbero seguiti: certi importanti successi ottenuti in seguito non hanno sempre permesso loro di capitalizzare nel ricordo l’emozione d’inizio. Importante è stato per il nostro Centro l’attenzione data alle donne, alle poetesse che per un forse inconscio vizio risalente, dicono, alla preistoria, vengono meno considerate dagli editori e dai critici proprio in quanto donne. La casistica personale e anche le vicende biografiche delle poetesse sarebbero decisamente illuminanti, e non è detto che un giorno o l’altro io non ceda alla tentazione di raccontarle, come ho fatto per le poetesse del passato (Donne in poesia, Marsilio 1990). Nel 2002, dunque, avevamo festeggiato il nostro primo ventennio, e proprio così lo chiamavano tutti i nostri soci amici e stranieri con cui nel frattempo si era instaurata una vera e propria amicizia. Ma chi ha letto Montesquieu, e non soltanto lui, e anche chi abbia semplicemente meditato sulla bellezza di una rosa che in pochi giorni sfiorisce, sa come tutto, sotto il cielo, abbia in sorte una traiettoria di ascesa, continui pericoli e una curva discendente. Nel ventunesimo anniversario del Premio, proprio quando le cose sembravano avviate per il meglio, e la città di Palermo ci aspettava offrendoci per due giorni lo scenario del teatro Massimo, nel nostro Centro si insinuò un misterioso virus come quello che insidia i computer. Come chiamarlo? Per la rosa finire è un fatto naturale. Ma per il declino delle istituzioni umane ci vuole un intervento cosciente, qualcuno che metta i bastoni nelle ruote o piazzi cariche di tritolo, una precisa volontà negativa che può avere varie origini, da un odio politico a un dissidio personale, a una malintesa sete di dominio. L’insistente polemica di uno dei miei collaboratori più attivi, nel giro di pochi mesi rese difficile il nostro cammino. Ricordate Misfit, l’ultimo film di Clark Gable, dove si assistette alla cattura dei cavalli selvaggi? Da una camionetta si lancia intorno al collo dell’animale uno pneumatico, poi lo si insegue buttandone un secondo poi un terzo. Al quarto il cavallo si ferma. A noi è successo più o meno così.
Dieci anni fa io, anche perché lettrice di Montesquieu, lo avevo previsto con un aforisma: «Hai messo ordine nella tua vita. Daresti questa perfezione senza scopo per uno scopo magari un po’ imperfetto?». Forse l’elemento ribelle pensava in buona fede che il nostro scopo sarebbe stato raggiunto con mezzi moderni se non scientifici, ma non ha tenuto conto del fatto che una quantità di energie, secondo i suoi piani, sarebbe stata dirottata dalla poesia alla burocrazia, dalla libertà della fantasia alle strettoie dell’azienda, dall’affettuosa comunione con i poeti alla loro «irregimentazione». Una sofisticata evoluzione degli strumenti di lavoro sarebbe certo stata accettabile, ma quella proposta non si affidava a uno spirito amichevole, collaborativo, democratico, rispettoso di ruoli storicamente acquisiti che non avevano nessun bisogno di essere cambiati. Così si è espresso Mario Luzi al momento delle dimissioni in blocco della giuria: «Rimango nel rammarico dell’affabile semplicità perduta, del sincero e vivo incremento alla lettura e allo studio che oggi mi pare soverchiato da comportamenti differenti». Vittima di un inaspettato e fallito «golpe» (Norberto Bobbio mi ricorda che non è stato nemmeno Bruto a sostituirsi a Cesare…), il Centro Montale è risorto non più di due mesi dopo con l’intervento di quanti credevano nell’importanza di difendere un lavoro più che ventennale che portava a emblema il nome del nostro massimo poeta, e il più amato. Intorno all’intervento del Senato si sono subito schierati importanti enti, fondazioni e banche, assicurando un fattivo patrocinio per gli anni venturi. Il braccio secolare è stato assunto con grande generosità dalla Uns, cellula culturale della Uil, che ci garantisce una sede prestigiosa oltre all’organizzazione pratica dei lavori. Insieme a Marco Guzzi e ad Anna Casalino, del precedente Direttivo, sempre affettuosamente solidali, contiamo, anche per il prestigio e le attività del Centro, sulla fervida vicinanza dei nove membri della Giuria (Bandini, Crocetti, Forti, Guzzi, Loi, Luzi, Ramat, Zanzotto e Zavoli), di cui mi trovo presidente come nel passato, ma «presidente a vita». La grande solidarietà dimostrata da un centinaio di soci e da una trentina di organi di stampa e d’informazione italiani e stranieri, oltreché dal Ministero dei Beni Culturali, è un felice segno d’inizio per le attività del nostro Centro che dal settembre 2003 si chiama ufficialmente «Centro Montale Europa» e che presenterà ufficialmente la prossima edizione del Premio Montale Europa a fine novembre.

 

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