Elogio del terzino destro, dell’antico numero 2, di quando i numeri delle maglie raccontavano gli uomini e non soltanto i giocatori. Il numero 2 era l’antitesi del numero 3, che era decisamente più elegante e aveva la possibilità di andare all’attacco. Il terzino destro, invece, era un difensore puro, aricigno, dai piedi poco buoni, ma dal cuore generoso. Marcava, di solito, l’ala sinistra avversaria, e spesso erano dolori: perché Mariolino Corso non era solo quello delle «foglie morte», con una finta ti faceva sedere. E Menichelli sbucava da chissà dove ed Ezio Pascutti e Pierino Prati si tuffavano di testa con titanico coraggio. Per non parlare di Gigi Riva, che soltanto a vederlo in campo metteva paura. Nella Grande Inter di Angelo Moratti, quella della litania sartiburgnichfacchetti. Tarcisio Burgnich, il furlan, era fatto di ferro e aveva uno sguardo da ultima frontiera. Giacinto Facchetti, il lombardo, era alto e impeccabile, dal volto cinematografico, fino a diventare il «Giacinto Magno» del bellissimo e mai più ripubblicato Azzurro tenebra di Giovanni Arpino. Eppure, ogni tanto il fato si ricorda di chi sta in secondo piano. Ed ecco Tarcisio Burgnich mettere la firma, addirittura un gol!, nella memorabile partita della nostra storia calcistica: Italia-Germania 4-3, semifinale del mundial messicano del 1970.
Nella Juve del «movimiento-movimiento» di Heriberto Herrera, il paraguayano che anticipò la rivoluzione copernicana e zonaiola di Arrigo Sacchi detto «Arrigo io!» (perfetto titolo di Antonio Corbo), il numero 2 era il tenebroso Adolfo Gori, a sinistra giocava Gianfranco Leoncini, che era biondo e bello e di gentile aspetto. I bianconeri conquistarono il tredicesimo scudetto nel ’67, all’ultima giornata, con l’Inter che crollava a Mantova (rete di Di Giacomo e leggendaria papera di Giuliano Sarti). Della festa anche Gori fece parte.
Della mia infanzia brasiliana recupero Djalma Santos, campione del mondo nel 1958 in Svezia e nel 1962 in Cile: giocava nel mio Palmeiras e possedeva potenza e determinazione. Lo ricordo, ormai a fine carriera, triste solitario y final, a Bassano del Grappa, a fianco di Sidney Cunha Cinesinho, improbabile maestro di improbabili apprendisti campioni. A sinistra, in quella magnifica Seleçao, agiva Nilton Santos, detto «Enciclopedia del Football», autore di una autobiografia ricca di sentimenti e di aneddoti La mia vita, il mio calcio. Oggi il terzino destro è stato sepolto dalla tecnologia, dal tatticismo, da un nuovo, a volte grottesco, vocabolario della pelota. Il vecchio nu-mero 2 viene detto «fluidificante». Ed è in realtà un centrocampista, come ad esempio il brasiliano Mancini della Roma. Ma a noi piacerebbe rivedere in azione, almeno per una volta, Pesenti dell’Atalanta o Poletti del Torino, per non parlare di Tumburus, che al calcio-mercato venne ceduto per dieci lire quando dieci lire erano, comunque, dieci lire. Memorie
e nostalgie di un tempo andato, che però conserva ancora una musica, una dolcezza, un ro-manticismo. E il terzino destro era un tigrotto di Mom-pracem.