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Storie di vita sulle superstrade |
LIBERAL BIMESTRALE di Paolo Malagodi Liberal Numero 21 - Dicembre 2003/Gennaio 2004
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La grande tradizione della narrativa americana on the road spinge ancor oggi a cercare ispirazione percorrendo «tutte le superstrade a sud del quarantottesimo parallelo, per un totale di 12 mila miglia; motel e ristoranti da camionisti dall’inizio alla fine del viaggio». È il programma di Mike Bryan che, taccuino alla mano e registratore in tasca, lascia Dallas e punta in direzione di Los Angeles al volante della macchina migliore che può permettersi: una Acura Le-gend del 1998. Dal lungo itinerario attraverso Texas, New Me-xico e Arizona, scaturisce un copioso resoconto (Uneasy Rider, sulle strade dell’altra America, Zelig editore, 476 pagine, 17,20 euro) che accompagna il lettore lungo i vasti orizzonti che culminano nella visione del Grand Canyon, per il quale «non esistono foto né parole in grado di preparare allo spettacolo che sarà sempre e comunque un’esperienza sconvolgente». Ma è il rapporto dell’autore con i personaggi che gravitano intorno alle superstrade dell’O-vest americano a regalarci una ricca serie di incontri. Viaggiando, ad esempio, in compagnia di agenti della polizia stradale a bordo di improbabili vetture, come la Chevrolet Caprice «che sembrava più un carro armato che una macchina. Anche se lo avessero fatto apposta i tecnici di Detroit non avrebbero potuto studiare una vettura più lontana dall’ultima moda in fatto di design au-tomobilistico». Una vettura tuttavia in grado di tenere testa a indisciplinati automobilisti che superano il limite delle 65 miglia, si-no al record fatto registrare da «una ragazzina di sedici anni alla guida di una Buick, che procedeva a 116 miglia all’ora sulla tangenziale Ovest di Abilene». Anche gli autostoppisti presi a bordo sono l’occasione per raccogliere confidenze trascorrendo, come annota l’autore, «un’ora in compagnia di un uomo che non avrei mai più visto né sentito, dopodiché le strade si dividono per sempre». Una provvisorietà di contatti che si alimenta nelle soste ai motel, offrendo spunto ad amene storielle sui tipi che li frequentano o per constatare come un numero sempre maggiore di tali strutture divenga proprietà di immigrati dall’India «disposti a lavorare ventiquattro ore al giorno, rispettati perché professionalmente in gamba ma che sanno benissimo di non essere granché amati dai loro concittadini americani». Rivelando i pregiudizi nazionalistici che, nel profondo Sud degli Stati Uniti, improntano anche il parere sulle macchine giapponesi da parte di chi afferma: «Niente da fare con me che compro solo auto americane, dopo tutto avevo dieci anni quando quei signori hanno bombardato Pearl Harbor». Gli incontri proseguono con i proprietari di roulotte nei campeggi che affiancano l’itinerario, nelle stazioni di servizio e nei ristoranti si aggiungono poi i dialoghi con i camionisti e gli autisti di autobus come con gli addetti alla costruzione delle strade, capaci di minuziosi confronti tra le pavimentazioni in asfalto e quelle in cemento. Il libro di Mike Bryan mette così in fila un’umanità variegata e bizzarra che ha fatto delle superstrade la dimora personale e la propria fonte di reddito, subendo il fascino e seguendo il senso ultimo di un costume americano del viaggiare del quale, come conclude il libro, «le superstrade sono causa ed effetto: si va e si viene, si vagabonda, le radici non crescono per molto».
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