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Fuochi d’artificio sulle oscurità di Wagner

LIBERAL BIMESTRALE
di Stefano Bianchi
Liberal Numero 21 - Dicembre 2003/Gennaio 2004
 

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cop21_thNon si è nuovi alle costruzioni sublimi, da capogiro, costruite nell’arco della sua carriera da Mario Bortolotto: cinque incandescenti stelle che brillano superbe nel cielo avaro della saggistica musicologica italiana, se comparata a quella oltre confine, a Nord. Le ricordiamo: Introduzione al Lied romantico, Fase II, Consacrazione della casa, Dopo una battaglia, Est dell’Oriente. E si è ora difronte alla sua sesta fatica, Wagner l’oscuro. Ma per affrontare Wagner, una vera sfida dopo l’infinito inchiostro versato, bisognava scornarsi frontalmente con i due maestri rispettati: il Nietzsche del Fall Wagner e l’Adorno del Versuch über Wagner. E anche frenare tutto il wagnerume integralista, capace di terrorizzare anche il più coriaceo dei profanatori del tempio di Bayreuth. Con Nietzsche, con Wagner e con le infinite figure storiche che egli chiama a raccolta in un immane feu d’artifice, Bortolotto usa «per vedere interamente... due occhi, uno dell’amore e uno dell’odio», come lo stesso filosofo, da lui citato, aveva scritto. In effetti più che di odio si tratta di veleno critico atto a sciogliere le incrostazioni che i wagneriani formano sul proprio stesso idolo. Semmai veleno rigeneratore. Ciò non è in contraddizione col rispetto per il genio di Wagner e non impedisce di godere dei momenti di amore per quelle cinque o quindici «battute che nessuno conosce». E così è tutto merlettato il libro; verità assolute e gaffes, scritte da grandi nomi insospettabili di errore, vengono riaggiustate: e i nomi sono quelli degli stessi Nietzsche e Wagner, di d’Indy, Koechlin, Debussy, Chailley e persino di Cosima, figlia-aspide nei riguardi del padre Liszt-King Lear. D’altronde pure Der Fall è liquidato; non si può leggerlo come critica musicale, ma forse come il frutto del tradimento di Wagner: «L’arte di Wagner guastata dalla filosofia schopenhaueriana. Solo la mia filosofia è adeguata a essa: Siegfried». Si sfiora invece Adorno: il suo Virgilio? Qualche obiezione e una sgomitata sulla «musica nera» del Tristan: ma la sua lezione resta devastante e anticipatrice nello svelare le frane musicalfilosofiche di Wagner, ed è una miniera non ancora esaurita; egli pure, insieme ai colpi mortali, rileva i momenti insuperabili della musica di Wagner. Bortolotto conclude con una tesi: «Quanto si deve negare al Wagner drammaturgo... e persino musicista, si deve concedere, con reverenza, al supremo farceur». Infine il Wagner oscuro è quello che confessa di non avere il dono/talento naturale per la musica. Bortolotto ci racconta tutto ciò in un italiano spavaldo, con una penna che racchiude l’essenza, che crea in modo artistico, piegando l’immensità dei materiali in procedimenti circolari che affrontano le opere di Wagner al vaglio filologico, alle fonti, alla musica, alla messa in scena, ai pettegolezzi, agli scritti, alle critiche degli altri e alla propria. La sua scrittura armonica è a più parti sovrapposte. Se ne possono godere varie letture, ma altre sono a portata di pochi intimi, mancando i rari testi di riferimento. Tuttavia egli arricchisce il lettore e lo conduce nelle ricostruzioni storiche del tempo, gli fa rivivere fatti sconosciuti, nascosti in lettere e diari, testi esoterici, e lo guida all’ascolto, partitura alla mano, delle meraviglie o delle debolezze dei testi, canto, armonia e orchestra. Il suo è un Gesamtmusikkritikwerk e oltre. Andrebbe scritto un libro per spiegarne la genialità, tra scintille, douceur e l’hölderliniano Vater che esige la chiara lettera nel mare turchese di Patmos.

Mario Bortolotto, Wagner l’oscuro, Adelphi, 454 pagine, 42 euro

 

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