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A lezione da de Gaulle

LIBERAL BIMESTRALE
di Renzo Foa
Liberal n. 20 - Ottobre-Novembre 2003

 

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Non solo in Francia, ma anche in Europa i segni lasciati da Charles de Gaulle sono più profondi di quanto non si pensi. C’è l’assetto della V Repubblica che è sopravvissuta al suo fondatore, regge da oltre quattro decenni ed è spesso un modello di riferimento. C’è il gollismo, anzi il neo-gollismo, a cui un ricorso inatteso della storia ha restituito - nella persona di Jacques Chirac - un ruolo di salvezza nazionale, di fronte alla crisi della Gauche che nel 2002 ha portato al ballottaggio presidenziale Jean-Marie Le Pen. C’è la ricerca di un’identità europea, diffusa nella cultura e nella politica, da costruire in contrapposizione al modello americano, cioè quella forma di nazionalismo continentale che si esprime in mille rivoli diversi, ma che ha nella politica del General la sua indubbia primogenitura. Ci sono, insomma, molti grandi problemi, che la lettura della poderosa biografia politica che Gaetano Quagliariello ha dedicato a uno dei protagonisti del Novecento (De Gaulle e il gollismo, Il Mulino, 884 pagine, 40 euro) ripropone e aiuta a capire. Non che il personaggio non sia già stato indagato a fondo, soprattutto dalla storiografia francese. La novità è che questa volta si tratta di una ricerca, molto minuziosa, compiuta con occhi italiani. Quindi con un utile distacco.
Un primo problema. Quando nella primavera del 1958, al culmine della crisi della IV Repubblica, de Gaulle tornò a guidare il governo, chiedendo e ottenendo dall’Assemblée nationale i pieni poteri, una parte importante della cultura e della politica europee, soprattutto di sinistra ma non solo, videro e temettero una svolta autoritaria dagli esiti imprevedibili. Davanti al fallimento dei grandi partiti e alla crisi del loro rapporto con l’opinione pubblica, si giunse a evocare lo spettro del fascismo. È vero che in questo atteggiamento si rispecchiavano condizionamenti ideologici e una visione della democrazia fondata sulla centralità delle istituzioni parlamentari. È vero che pesava la facile semplificazione propagandistica (che poi era l’ultimo strumento con il quale il Pcf, allora fortissimo, giocò invano il tentativo di un’opposizione) dell’unità antifascista. Ma è anche vero che il pregiudizio - perché di questo si trattava - rifletteva in primo luogo un’incapacità di capire che l’innovazione poteva nascere in forme del tutto inconsuete e inedite, anche in una stagione come quella, che per l’Europa coincideva con il completamento della ricostruzione post-bellica e per la Francia con la fine tormentata dell’impero coloniale. C’era la difficile e conflittuale costruzione della democrazia occidentale, con i forti scontri sociali che scandirono l’espansione del Welfare; c’era la marginalità del Vecchio continente, uscito sconfitto nel 1945, rispetto al confronto globale tra Stati Uniti e Unione Sovietica; e c’era, appunto, in Francia un processo di decolonizzazione forzoso, segnato dalla vittoria militare dei nazionalisti vietnamiti e dall’ormai incontrollabile insurrezione indipendentista in Algeria, che stava aggravando tutti i mali delle istituzioni e del sistema politico e travolgendo la IV Repubblica. La forma del tutto inconsueta e inedita fu, appunto, de Gaulle. Il generale che vedeva nei vecchi partiti un ostacolo alla rinascita del Paese. L’irregolare che puntava al superamento della dicotomia destra-sinistra. Il nazionalista per il quale il futuro consisteva nel rafforzamento dello Stato-nazione. Il simbolo di un’unità nazionale, quella della Resistenza, che non aveva retto al ritorno della politique politicienne. Il bonapartista che cercava un rapporto diretto con l’elettorato e che aveva compiuto l’insolita scelta della «traversata nel deserto», liquidando il suo stesso partito. L’uomo degli strappi, come quello compiuto nel giugno del 1940, con la fuga a Londra e con quel rifiuto di accettare l’accomodamento di Vichy a cui, invece, guardava se non altro come ultima carta di sopravvivenza la gran parte della pubblica opinione, a cominciare dall’establishment. Insomma, al di là dei confini francesi, ci fu il rifiuto di capire che a questa figura, non eccezionale ma unica nella seconda metà del secolo scorso, si doveva non solo il salvataggio di una democrazia che stava affondando, ma anche quella che sarebbe stata una sua profonda e duratura trasformazione.

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Eppure già allora si sapeva che senza di lui, senza il suo strappo del 1940, la storia sarebbe stata diversa. Pochi ora ricordano che la parola «resistenza» fu pronunciata per la prima volta proprio da Charles de Gaulle nel famoso messaggio radiofonico della sera del 18 giugno 1940, a Londra, dalla sede della Bbc. Sarebbe suonata, scritta con la «r» maiuscola, come la rilegittimazione dell’Europa dopo il 1945. Ma nell’Europa post-bellica c’era stata, sul piano politico e culturale, una rimozione della sconfitta subìta nella seconda guerra mondiale, con la sola (evidente) eccezione tedesca. Una rimozione così diffusa e intensa da produrre un fenomeno, che comincia solo ora a essere seriamente studiato e discusso: la convinzione che le forze politiche che hanno governato i vari Paesi dopo la caduta di Berlino appartenessero al fronte dei vincitori. Sul piano storico c’è una doppia spiegazione. A partire dal 1942, dalle prime importanti sconfitte dell’Asse in Africa e in Russia, si ruppe quella forma di collaborazione e di collaborazionismo, che aveva contrassegnato quasi ovunque le forme di amministrazione dei Paesi occupati dal Reich e la Resistenza, anche quella non armata, diventò generalizzata, con rapporti più stretti e più intensi con le potenze che si avviavano verso la vittoria e che ospitavano alcuni governi in esilio (quello polacco e quello cecoslovacco). L’altra spiegazione riguarda il peso che ebbe il movimento comunista: l’assimilazione con l’Unione Sovietica era pervasiva al punto da considerare quello comunista un unico movimento, con una identificazione totale con il ruolo avuto dalla Russia staliniana nella sconfitta nazista; con la conseguenza dell’annessione della Resistenza al comunismo. Solo il 1989 e solo una più realistica considerazione della debolezza europea rispetto all’America - uno dei grandi temi di discussione di questi anni - hanno mostrato la fragilità e soprattutto l’infondatezza di quella convinzione. Del resto, nelle classi dirigenti europee a tre sole personalità può essere riconosciuto il titolo di vincitori: ovviamente Winston Churchill, lo jugoslavo Jozif Broz Tito, che costruì e guidò il più forte movimento militare di resistenza, e Charles de Gaulle. Qui sta la chiave principale di spiegazione, da un lato, della potenza britannica, poi del ruolo che ebbe lo statista croato, con la sua sopravvivenza alla rottura con Stalin, e infine del peso preponderante che la Francia ha avuto in Europa almeno fino alla riunificazione tedesca. Ecco allora la domanda: senza il gesto di ribellione di un generale francese allora non molto conosciuto, il rifiuto dell’occupazione tedesca avrebbe avuto lo stesso peso? La guerra, nel 1940, non aveva ancora assunto la sua dimensione mondiale e il Vecchio continente, dopo che la Francia si era arresa senza quasi combattere, stava scivolando verso quella collaborazione di cui il regime di Vichy sarebbe stato il simbolo. L’idea di pace a qualunque costo, che nelle classi dirigenti si era manifestata a Monaco, era accolta in gran parte dell’opinione pubblica quasi con sollievo. Pesava su questo atteggiamento l’incubo del carnaio del conflitto 1914-18 e Quagliariello sottolinea bene questo fenomeno psicologico che, tra l’altro, testimonia più di ogni altro l’esito catastrofico della debolezza delle democrazie occidentali tra le due guerre. Il ruolo di de Gaulle, l’origine del suo carisma, sta proprio in questo: nel suo rifiuto di accettare la sconfitta, nel vedere il futuro della Francia solo nella conferma della sua alleanza con l’Inghilterra, ancora impegnata sui fronti bellici, e nel proiettare in questo modo il suo nazionalismo su un orizzonte cosmopolita. Era un’impresa che poteva sembrare persa in partenza. Il General aveva uno spazio minimo di manovra. Era circondato dall’ostilità dell’emigrazione politica francese a Londra, tra cui quella di Jean Monnet. Veniva considerato da una parte dell’amministrazione britannica un interlocutore debole e poco credibile. Lo stesso regime di Vichy in quel periodo era visto, a cominciare dalla diplomazia americana, come una possibile sponda. La sua leadership nell’Armée era contestata (tra l’altro era stato da poco promosso al grado di generale e la sua fresca nomina a sottosegretario alla Difesa nel governo Reynaud gli era servita essenzialmente come credenziale politica). Oltretutto - e questa non è un’annotazione secondaria - «i francesi che si trovavano in Inghilterra allo scopo di continuare la guerra erano solo duemila: sette volte meno del corpo dei volontari polacchi, la metà dei cechi e mille meno dei tedeschi antinazisti». Senza una grande capacità politica, senza una forte determinazione e senza un rapporto di fiducia con Churchill l’impresa di costruire la France libre, di tessere un’intensa rete di rapporti con la sparpagliata resistenza interna, di strappare faticosamente consensi nei domini coloniali sparsi per il mondo, non sarebbe riuscita. O avrebbe avuto un altro segno. Qui sta la prima prova dell’eccezionalità del personaggio e del distacco tra la sua visione e quella delle élites travolte dalla guerra di Hitler. E qui sta soprattutto la sua unicità nell’Europa di allora.
L’altro grande problema riguarda il 1958. È certamente già risolto sia sul piano storico che su quello politico. Parliamo della fine della IV Repubblica, della rivolta militare ad Algeri, del ritorno al potere di de Gaulle e della nascita della V Repubblica. Sono i due grandi temi dell’uscita dalla Francia dalla palude coloniale e della costruzione di un modello istituzionale che ha nell’esecutivo e non più nel Parlamento la sua centralità. Il film degli avvenimenti, che scossero tutta l’Europa, non ha ormai più misteri. Nel contesto della fragilità politica dei governi che si alternavano, il pronunciamento dei generali impegnati nella guerra contro il Fnl algerino, lo stesso ruolo che vi svolsero personalità golliste, la minaccia di portare la ribellione dell’esercito sul territorio metropolitano furono la premessa della fine della lunga «traversata del deserto» compiuta dal General e della sua uscita dall’«esilio interno» a Colombey-les-deux-églises. La sua capacità di manovrare, di scegliere i tempi del suo ritorno, di dimostrarsi essenziale alla Francia, la determinazione in ogni suo gesto nel sottolineare la rottura storica che stava compiendo rispetto al sistema dei partiti in agonia, il suo comportamento davanti all’Assemblée nationale che gli concedeva i pieni poteri sono ormai agli atti. Così come è ormai consolidato il giudizio secondo cui nessun altro, nessuna forza politica sarebbero riusciti a impedire l’esplosione di una guerra civile nell’Europa che si stava avviando al più lungo periodo di pace della sua storia. Sarebbe stato un trauma dalle conseguenze incalcolabili, in una stagione in cui - va ricordato - i confini della democrazia occidentale delimitavano uno spazio abbastanza ristretto, dai Pirenei fino alla metà della Germania, divisa in due, e fino alla frontiera tra l’Italia e la Jugoslavia. Quagliariello aggiunge un’interessante documentazione, contenuta nei rapporti diplomatici italiani, introducendo il discorso di quella che fu una difficoltà di capire e prevedere l’esito del braccio di ferro in atto tra Algeri, sotto controllo dei militari ribelli, e Parigi. In quella stretta, tra il maggio e il giugno del 1958, c’è il secondo capolavoro politico di de Gaulle. C’è la garanzia che egli offre ai militari che si erano ammutinati il 13 maggio, c’è il suo grido «Vive l’Algérie française» che suonò come un impegno a mantenere la dominazione coloniale e a proseguire l’intervento contro gli indipendentisti, c’è quindi l’esorcismo della guerra civile e c’è l’assunzione di un potere quasi assoluto. È in altre parole la fissazione di un equilibrio grazie al quale viene salvata la democrazia nel Paese più importante dell’Occidente europeo, attraverso la somma di due fattori: il carisma di una personalità e una riforma istituzionale destinata a fornirgli i mezzi per governare. Che poi questa personalità fosse da sempre critica nei confronti del sistema dei partiti, con convinzioni e idee maturate già negli anni tra le due guerre, che il suo metodo fosse quello dell’appello diretto al popolo, al corpo elettorale attraverso il referendum e che la riforma avesse concentrato i poteri dell’esecutivo nelle sue mani, ecco tutto ciò non fu un limite né un’anomalia. Fu una forma allora inedita di evoluzione della democrazia, dopo l’implosione di un regime parlamentare. Non fu un passo indietro, bensì in avanti (Quagliariello ricorda, del resto, che al modello istituzionale francese si sia guardato e si guardi ora da altri Paesi europei). Ma questo secondo capolavoro politico della vita di de Gaulle si può valutare compiutamente solo tenendo conto del suo atteggiamento successivo verso gli indipendentisti algerini, con un processo di apertura contrassegnato prima dal riconoscimento del diritto all’autodeterminazione e poi dalle trattative che culminarono, nel 1962, nell’accordo di pace con il Fln stipulato a Evian. Si chiuse così non solo l’ultima guerra coloniale, ma - si può dire - l’intero ciclo del colonialismo. Se fosse stata scelta la strada della prosecuzione del conflitto, la Francia non sarebbe probabilmente riuscita a superare la sua crisi. Da troppo tempo ciò che avveniva sulla sponda meridionale del Mediterraneo aveva conseguenze a tutti i livelli: diventava sempre più pesante il problema per una democrazia occidentale del prezzo insostenibile di una politica che apparteneva a una storia passata. C’erano i costi finanziari delle operazioni militari, mentre la Francia puntava sul riarmo atomico per cercare di avere un ruolo globale, c’era una questione morale - con la repressione che coinvolgeva la popolazione civile - di cui le polemiche sull’uso della tortura, praticata come metodo dai militari con autorizzazione e copertura da parte dell’autorità politica già nella IV Repubblica, furono il culmine (si sarebbero trascinate nella storia, riesplodendo dopo quarant’anni), ma c’era soprattutto una contraddizione politica da risolvere: troppo bruciante era stata la sconfitta di Dien Bien Phu e troppo fresco era ancora lo strappo del 13 maggio del ’58 tra i vertici militari e quelli dello Stato, per non far avvertire la potenzialità del pericolo. Fu «un tradimento» quello di de Gaulle, che tornò al potere nel nome dell’Algérie française e che rapidamente riconobbe l’Algérie algérienne? Se ne è parlato a lungo in questi termini, le reazioni furono pesanti, l’ondata terrorista dell’Oas, un nuovo pronunciamento di una parte delle gerarchie dell’Armée, che però fu affrontato con decisione e determinazione a colpi di arresti e di pesanti condanne, a dimostrazione del fatto che la V Repubblica non solo non aveva segnato una svolta restauratrice, ma era forte e sapeva difendere le sue innovazioni. Il General, appoggiandosi a un consenso popolare vastissimo (il 90% di sì in un apposito referendum), andò fino in fondo e dimostrò di essere in grado di chiudere la grande partita su cui era crollato il vecchio sistema dei partiti e su cui lui era tornato al potere.

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Negli anni Cinquanta le forze di sinistra dell’Europa continentale, divise dalla frattura storica dell’Ottobre sovietico e poi dalla guerra fredda, vissero una stagione di sostanziale marginalità e di esclusione dal potere. Pochi sono stati i suoi leader che hanno lasciato il segno della loro politica. Fra i socialisti e i socialdemocratici, il belga Paul-Henry Spaak, l’uomo che aprì l’assemblea dell’Onu, che venne poi definito monsieur Europe, fu certamente la personalità di maggior rilievo, anche se il suo ruolo era già importante prima della guerra, mentre il tedesco Willy Brandt, protagonista dell’Ostpolitik, avrebbe assunto una funzione di primo piano solo alla fine del decennio. Sul fronte comunista l’eccezione è Palmiro Togliatti, che costituzionalizzò un’area e un movimento che in tutto il resto dell’Occidente rimase ai margini della politica, nella stessa Francia dove pure il Pcf fu partito di maggioranza relativa. Di grande interesse sono quindi le pagine che Quagliarello dedica a due figure come Pierre Mandès France e Guy Mollet. Al primo riconosce, pur avvertendo che il giudizio storiografico è controverso, una politica fortemente innovativa, che nasceva dalla consapevolezza della crisi della IV Repubblica. Innovativa, fantasiosa anche nei gesti e, se si può usare questo termine, nella fantasia. Un esempio? Quando, nel giugno del ’54, fu nominato capo del governo, dopo il trauma della sconfitta di Dien Bien Phu, si presentò alla prima riunione del gabinetto guidando personalmente la sua utilitaria, quasi schiacciata fra le auto nere di rappresentanza. Un altro esempio? Quando fece fermare materialmente gli orologi dell’Assemblée, per non superare la data limite che aveva fissato per il raggiungimento degli accordi di pace in Indocina. Fu appunto l’uomo che guidò, nel 1954, l’uscita della Francia da un conflitto ormai insostenibile, creando quel precedente a cui, anche se non esplicitamente, de Gaulle si sarebbe richiamato qualche anno dopo nel caso dell’Algeria. Ma fu soprattutto il primo leader politico ad avvertire l’esigenza di uscire dalla paralisi del sistema. Non ci riuscì e, probabilmente, non fece nulla di concreto per aprire il dossier del cambiamento. Ma questo richiamo a Mandès France, che veniva dal Partito radicale, è importante perché indica che il superamento della IV Repubblica fu un problema che si pose anche in quella sinistra che tuttavia non riuscì non solo a risolverlo, ma neanche ad affrontarlo. Quanto a Guy Mollet, il leader della Sfio, egli è stato a lungo considerato come il liquidatore della tradizione socialista francese, dalle cui ceneri sarebbe poi iniziata la «lunga marcia» di François Mitterrand. Il suo appoggio, nel 1958, al ritorno di de Gaulle al potere e l’assenso che dette alla concessione dei pieni poteri al General gli hanno riservato il destino di vedersi collocato - stando a una visione culturale tradizionalista e ortodossa - fra i collaborazionisti della V Repubblica. In realtà questo suo gesto, ulteriormente sottolineato dalla partecipazione diretta al primo governo gollista, nasceva dalla convinzione che solo quella scelta avrebbe contribuito a impedire che si aprisse la spirale della guerra civile e che quella fosse l’unico mezzo per difendere la democrazia, che non vide mai minacciata dal gollismo. Quagliariello parla dell’etica della responsabilità che prevalse, anche di fronte ai primi provvedimenti di politica economica che i socialisti non potevano condividere, sull’etica della convinzione. Già da tempo il giudizio su Mollet era stato oggetto, anche nella sinistra francese, di una revisione. Tuttavia, ricordarne il ruolo e in termini positivi rende giustizia non solo a un uomo, ma a una politica.

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E veniamo al 1968, agli «avvenimenti di maggio», il terzo grande capolavoro politico di de Gaulle. Le pagine che Quagliarello dedica a quel passaggio sono di particolare interesse, e non solo per la dettagliata narrazione dell’episodio-chiave, cioè il viaggio segreto che il General fece al comando delle forze francesi in Germania a Baden-Baden, per il famoso incontro con il generale Jacques Massu a cui era legato dagli anni della Resistenza e che, tra l’altro, era stato il comandante dei paracadutisti impegnati nella «battaglia di Algeri». Vi si concordò un possibile intervento dell’esercito, nel caso di una crisi interna incontrollabile? Fu un semplice colloquio tra vecchi compagni d’arme (Massu aveva ascoltato il messaggio radiofonico del 18 giugno del ’40 ed era stato tra i primi ufficiali a se rallier)? Fu il momento in cui si manifestò la tentazione del capo della V Repubblica di lasciare il potere e di andare all’estero? Tutte domande che restano ancora senza una risposta compiuta, né nell’abbondante memorialistica né nell’interpretazione storiografica. Ma quelle pagine sono di particolare interesse soprattutto perché rivelano quanto l’élite politica gollista - allora capo del governo era Georges Pompidou - fosse impreparata di fronte alla rivolta studentesca: non ne aveva capito la potenzialità né l’intensità e ne aveva sottovalutato la capacità di attrazione, in particolare sul mondo del lavoro. Vennero sbagliate, da parte del governo, tutte le previsioni. Prima si pensò che la protesta non uscisse dai recinti dell’università di Nanterre, poi si valutò che i cortei nelle strade sarebbero stati agevolmente contenuti, ma soprattutto nessuno dei cosidetti «baroni» avvertì il carattere dirompente della rivolta dei figli di quella borghesia che era una delle basi fondamentali del consenso della V Repubblica. A monte di questo errore c’era un limite culturale comprensibile e condiviso un po’ da tutte le classi dirigenti occidentali. Il Sessantotto fu un’esplosione imprevedibile, se non altro perché andava al di là della politica in senso stretto. Qui, un grande problema storico che si pone e che non riguarda unicamente la Francia è se effettivamente in quella stagione l’Europa occidentale si sia trovata davanti alla reale eventualità di uno sbocco rivoluzionario o, se si vuole, anche soltanto di un mutamento degli assetti democratici. In Italia, se ne è discusso un po’, concentrando l’attenzione sul periodo del terrorismo e sui rischi effettivamente corsi tra il 1977 e il 1978. Molti anni dopo, alcuni personaggi di primo piano del gruppo dirigente democristiano, hanno confessato di aver temuto davvero che lo Stato potesse traballare ed essere sconfitto e che fosse matura una situazione insurrezionale, da guerra civile. Una sopravvalutazione del pericolo? Una sottovalutazione della propria capacità di resistenza?
In Francia fu de Gaulle, prima dei suoi stessi ministri, a percepire come un rischio l’esplosione studentesca. La «notte delle barricate» al Quartiere Latino, l’occupazione dell’Odéon, il dilagare delle proteste operaie e, più in generale, nel mondo del lavoro dipendente segnarono un’escalation di fronte alla quale l’establishment faticò non poco a inviduare una linea di risposta politica. Che il gollismo non fosse preparato è indubbio: governava quasi indisturbato da un decennio, l’opposizione stentava a trovare voce e spazio se non nelle occasioni delle consultazioni elettorali e il «maggio» assunse un peso particolare proprio perché infranse un’egemonia del potere che era ben più forte di quella di altri Paesi dell’Occidente, come l’Italia o la stessa Germania. La ricostruzione di Quagliariello è, sotto questo aspetto, minuziosa: sottolinea la crisi nei rapporti tra il General e Pompidou e descrive la difficoltà che ebbe de Gaulle nel definire e organizzare la risposta. Scelse dapprima il metodo dell’apertura, con il discorso del 24 maggio in cui annunciò il referendum sulla partecipazione nelle università e nelle imprese, una soluzione che era figlia delle pressioni della sinistra del suo movimento. Puntò poi sulla divisione del fronte avverso, comprendendo bene non solo la differenza che c’era tra l‘ortodossia del Pcf e il movimento che esprimeva una rottura con la storia della sinistra, ma anche la difficoltà parallela dei sindacati a gestire scioperi e occupazioni di fabbriche che sfuggivano al loro controllo, spingendo per un accordo che prevedesse miglioramenti salariali. Ma non bastava: il fantasma era quello di una Francia senza di lui. La sua improvvisa sparizione, il 29 maggio, dopo aver disdetto una riunione del Consiglio dei ministri, con il viaggio segreto a Baden-Baden, non fu certo un atto di strumentale drammatizzazione, ma l’inizio di una risposta che egli stesso guidò. Tornato il 30 a Parigi, dopo un colloquio con Pompidou si rivolse direttamente al Paese con un radiomessaggio, rinunciò al referendum e annunciò lo scioglimento dell’Asemblée nationale e quindi nuove elezioni. Contemporaneamente un’imponente manifestazione si svolse sugli Champs-Elysées: la «maggioranza silenziosa» aveva fatto la sua apparizione sulla scena politica e quel «maggio», che stava diventando punto di riferimento di mezza Europa, cominciò a spegnersi.

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De Gaulle - la biografia politica scritta da Quagliariello lo sottolinea - fu soprattutto l’uomo che interpretò la politica in fasi cruciali di emergenza. Dette vita a un movimento dalla «classificazione impossibile», superando nella sua azione di governo, oltre che nelle sue visioni, la tradizionale dicotomia destra-sinistra. Fu un irregolare al punto che «suoi oppositori feroci in un determinato periodo, appena pochi anni dopo lo avrebbero sostenuto a spada tratta». Per non parlare poi delle riabilitazioni postume. Il socialista François Mitterand, «monarca repubblicano» per due mandati presidenziali, tipico esemplare di una politica intesa in primo luogo come strumento del potere e quindi capace di percorrere ogni strada - da Vichy, alla responsabilità come ministro guardasigilli della tortura in Algeria fino a essere eletto leader di riferimento della sinistra europea - esaltò la V Repubblica, non più intesa come costruzione e legittimazione di una politica personale o cesaristica, ma come mezzo di stabilità e di alternanza. La sua visione europea - con un ruolo di potenza della Francia, quella che indusse il General alla costruzione dell’asse privilegiato con la Germania e al ritiro dalle strutture militari della Nato, cioè alla ricerca di una presenza autonoma sulla scena dell’Occidente - si riflette ancora oggi nelle forme di «nazionalismo» in cui è caduto il Vecchio continente e di cui, paradossalmente, i primi sostenitori stanno a sinistra. Viene da chiedersi quale altra figura del Novecento continui ad avere un peso simile, in particolare su quel punto centrale dell’innovazione politica attorno a cui ruota tanta parte del dibattito, anche in Italia.

 

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