Il suo corpo cinquantaseienne, come negli anni Ses-santa, è un groviglio di vene e di muscoli in tensione. Capelli che scendono sulle spalle, robusti come fili di rame. Sul palco libera la sua voce acuminata e ferrosa, al servizio dell’ultimo album Skull Ring. Contorcendosi come allora, quando urlava al microfono storie maledette e autolesioniste cospargendosi il torace di burro di noccioline per poi tagliuzzarlo con una lametta.
Palcoscenici come postriboli dove torturarsi l’anima. Sgusciava come un’iguana Iggy Pop, all’anagrafe James Jewel Osterberg da Ann Arbor, Michigan. È il 1964 quando forma gli Iguanas, l’anno successivo entra nei Prime Movers e nel ’67 si inventa gli Psychedelic Stooges che abbrevia in Stooges come il titolo del long playing datato ’69, seguito nel ’70 da Fun House. La musica di entrambi i dischi, blasfema e sepolcrale, vive d’improvvise scariche rock che schiaffeggiano e sbeffeggiano il Flower Power. Brani come I Wanna Be Your Dog, No Fun e We Will Fall annientano la speranza e promuovono il nichilismo. Ma Iggy Pop evapora, incapace di reggere il gioco fino in fondo. L’eroina lo obbliga a stoppare la band e a sparire.
Nel ’73 è David Bowie ad afferrare per la coda l’iguana a pezzi. Gli fa incidere a Londra Raw Power marchiandolo Iggy & The Stooges e facendogli ritrovare gli antichi fremiti, la proverbiale energia animalesca. Ma non dura. Dal ’74 al ’76 James Osterberg non ha più nulla da dire, e anche se provasse a buttar giù canzoni nessuno se lo filerebbe. È ancora Bowie a richiamarlo all’ordine. Scelgono Berlino per disintossicarsi dagli eccessi nel totale anonimato: David plasma Heroes e trova il tempo di cucire sulle cicatrici di Iggy The Idiot e Lust For Life, capolavori d’elettronica postmoderna che escono uno appresso all’altro nel ’77. Da qui in avanti, soprannominato dai critici Godfather of Punk, mister Pop scivolerà da un genere musicale all’altro, con indomito e belluino furore, ma tenendo sempre fede al sacro vincolo del rock & roll. Esce dalle viziose ballate dell’album New Values (’79) per infilarsi nel technopop di Soldier (’80); scarnifica di folk urbano Zombie Birdhouse (’82) e scala le classifiche con l’orecchiabilità di Blah Blah Blah (’86); fa il sordido metallaro con Instinct (’88) e ripesca il nocciolo del rock primordiale con Brick By Brick (’90), Naughty Little Doggie (’96) e Beat ‘Em Up (2001). Si supera, esibendo sorprendenti doti cantautorali, con l’affresco pulp di American Caesar (’93) e le melodie disossate e jazzate di Avenue B (’99).
A 33 anni dalla pubblicazione di Fun House, Iggy Pop ha voluto ricominciare dagli Stooges riarruolando i fratelli Asheton: Ron alla chitarra e al basso, Scott alla batteria. Con loro, rispolverando lo scandaloso gruppo che ha influenzato intere generazioni di musicisti, ha registrato Little Electric Chair, Skull Ring, Loser e Dead Rock Star, pezzi di punta del nuovo cd Skull Ring. Poi ha continuato a mordere avidamente il rock, come quando si agitava in scena come un indemoniato, chiamando a raccolta i suoi giovani discepoli: coi Green Day ha sublimato la frenesia elettrica di Private Hell, insieme ai Sum 41 ha preso a calci il nuovo punk (Little Know It All) e in compagnia della hardcore-rapper canadese Merrill Nisker, in arte Peaches, si è tuffato nelle vertigini techno di Rock Show. Detergendosi il sudore dopo l’ennesima performance da infarto, ha imbracciato la chitarra acustica e si è messo a intonare Til Wrong Feels Right calpestando il country-blues di Mississippi Fred Mc Dowell. Ha truccato da bluff anagrafico i suoi 56 anni, l’iguana dalle innumerevoli vite.
Iggy Pop, Skull Ring, Virgin, 20 euro