Il presidente Bush è una persona affascinante, ma penso che per qualche ragione sia stato conquistato dai neoconservatori che lo circondano».Howard Dean, U.S. News & World Report, 11 agosto 2003
Cos’è di preciso il neoconservatorismo? I giornalisti, e ora anche i candidati alla presidenza, parlano con un’invidiabile confidenza di chi o cosa sia un «neoconservatore», e sembrano supporre che il termine stesso sveli tutto il suo significato. Quelli di noi che vengono etichettati come «neocons» sono, a seconda dei casi, tirati per la giacchetta, adulati o respinti. Perfino io, che spesso vengo definito come il «padrino» di tutti i neocons, ho i miei momenti di stupore. Alcuni anni fa dissi (e, già, scrissi) che il neoconservatorismo aveva maturato le sue peculiarità nei suoi primi anni di vita, ma che ormai era stato assorbito dal conservatorismo americano mainstream. Mi sbagliavo, e la ragione era che, fin dalle sue origini tra i disillusi intellettuali di sinistra negli anni Settanta, quello che chiamiamo neoconservatorismo è stata una di quelle correnti intellettuali che si affacciano alla superficie solo di tanto in tanto. Non è un «movimento», come i teorici della cospirazione pretendono. Il neoconservatorismo è ciò che lo storico dell’America jacksoniana, Marvin Meyers, chiamò una «persuasione», qualcosa che si manifesta nel tempo, ma saltuariamente, e il cui significato si può comprendere solo in retrospettiva. Se si guardano le cose in questo modo, si può dire che la missione storica e l’obiettivo politico del neoconservatorismo sembrerebbe questo: convertire il Partito repubblicano, e il conservatorismo americano, contro le loro rispettive volontà, in un nuovo genere di politica conservatrice adatta a governare la democrazia moderna. Che questa nuova politica conservatrice sia tipicamente americana è fuori discussione. Non v’è nulla di simile al neoconservatorismo in Europa, e la maggior parte dei conservatori europei sono molto scettici verso la sua legittimazione. Il fatto che il conservatorismo negli Stati Uniti sia tanto più in salute che in Europa, tanto più politicamente efficace, di certo ha qualcosa a che fare con l’esistenza del neoconservatorismo. Ma gli europei, che ritengono assurdo aver qualcosa da imparare dagli Stati Uniti in merito all’innovazione politica, si rifiutano risolutamente di considerare questa possibilità.
Il neoconservatorismo è la prima variante del conservatorismo americano del secolo scorso ad avere la «tempra americana». È speranzoso, non cupo; guarda avanti, non rimpiange il passato; e il suo tono in generale è cordiale, non torvo o irato. I suoi eroi del Ventesimo secolo tendono a essere Teddy Roosevelt, Franklin Delano Roosevelt e Ronald Reagan. Su repubblicani e conservatori di valore come Calvin Coolidge, Herbert Hoover, Dwight Eisenhower e Barry Goldwater si sorvola educatamente. Naturalmente, su questi uomini di valore non sorvola affatto un’ampia, e forse la più ampia, fetta del Partito repubblicano, col risultato che la maggior parte dei politici repubblicani non sa nulla e non potrebbe essere meno interessata al neoconservatorismo. Nondimeno, essi non possono essere ciechi al fatto che le politiche neoconservatrici, avendo superato la tradizionale base politica e finanziaria, hanno consentito di rendere l’idea stessa del conservatorismo più accettabile per una maggioranza di elettori americani. Né è stato notato che sono le politiche neoconservatrici, e non quelle tradizionali dei repubblicani, a far guadagnare popolarità ai presidenti repubblicani. Una di queste politiche, la più visibile e controversa, è di tagliare le tasse per stimolare una vera crescita economica. Questa politica non è un’invenzione dei neocons, né essi sono particolarmente interessati alla riduzione della pressione fiscale in sé e per sé; piuttosto, si concentrano sulla crescita economica. I neocons conoscono la storia intellettuale e sanno che è solo negli ultimi due secoli che la democrazia è diventata un’opzione rispettabile tra i pensatori politici. Prima, la democrazia implicava un regime necessariamente turbolento, coi «possidenti» e i «non possidenti» col coltello tra i denti in una lotta di classe perpetua e alla fine distruttiva. Fu solo la prospettiva di una crescita economica grazie alla quale tutti avrebbero prosperato, anche se non in egual misura e allo stesso tempo, che diede alle moderne democrazie la loro legittimazione e durevolezza. Il costo di questa enfasi sulla crescita economica è un atteggiamento verso la finanza pubblica che è assai meno avverso al rischio di quanto lo sia quello dei conservatori tradizionali. I neocons preferirebbero non avere grossi deficit di bilancio, ma è nella natura della democrazia - come sembra essere nella natura umana - che la demagogia politica divenga sovente noncuranza economica, sicché talvolta bisogna sobbarcarsi un deficit di bilancio, come costo (temporaneo, si spera) della crescita economica. È un’ipotesi di base del neoconservatorismo che, come conseguenza della diffusione della ricchezza tra tutti i ceti sociali, una popolazione di proprietari e contribuenti diventerà, col tempo, meno vulnerabile alle illusioni ugualitarie e agli appelli demagogici e più sensibile alle esigenze fondamentali dell’economia.
Questo solleva la questione sul ruolo dello Stato. I neocons non apprezzano la concentrazione di servizi nello Stato sociale e sono lieti di studiare metodi alternativi per l’erogazione di questi servizi. Ma non soffrono l’idea hayekiana sulla «via della servitù». I neocons non provano quel senso d’allarme o d’ansietà per la crescita dello Stato nel secolo scorso, la vedono come naturale, anzi inevitabile. Poiché tendono a interessarsi più di storia che di economia o sociologia, sanno che l’idea tipica del Diciannovesimo secolo, proposta in maniera così forte da Herbert Spencer nel suo L’uomo contro lo Stato, era un’eccentricità storica. La gente ha sempre preferito il governo forte al governo debole, per quanto non abbia mai provato simpatia per un governo eccessivamente intrusivo. I neocons si sentono a casa nell’America di oggi a un livello a cui i conservatori tradizionali non arrivano. Sebbene esprimano molte critiche, tendono a cercare una guida intellettuale nella saggezza democratica di Tocqueville, piuttosto che nella nostalgia Tory di un Russell Kirk. Ma è solo in un senso che i neocons si sentono a proprio agio nell’America moderna. Il rapido declino della cultura democratica, l’oscillare verso nuovi livelli di volgarità, unisce i neocons ai conservatori tradizionali, anche se non a quei conservatori libertari che sono conservatori in economia ma non si preoccupano della cultura. L’esito è un’alleanza, piuttosto inedita, tra i neocons, tra cui vi è una discreta quantità d’intellettuali laici, e i tradizionalisti religiosi. Essi sono uniti su questioni come la qualità dell’istruzione, le relazioni tra Chiesa e Stato, la regolamentazione della pornografia e simili; in tutto ciò, essi vedono l’oggetto delle attenzioni del governo. E dacché il Partito repubblicano ha oggi una sostanziale base religiosa, questo dà ai neocons una certa influenza e perfino del potere. Poiché il conservatorismo religioso è così debole in Europa, il potenziale neoconservatore là è di conseguenza debole.
E poi, naturalmente, c’è la politica estera, il settore della politica americano in virtù del quale il neoconservatorismo è stato recentemente posto sotto i riflettori. Ciò è sorprendente, dacché non v’è alcuno specifico credo neoconservatore sulla politica estera, solo un insieme di attitudini derivate dall’esperienza storica. (Il testo sugli affari esteri preferito dai conservatori, grazie ai professori Leo Strauss di Chicago e Donald Kagan di Yale, è Tucidide e la guerra del Peloponneso). Queste attitudini possono essere riassunte nelle seguenti «tesi» (come direbbe un marxista): primo, il patriottismo è un sentimento naturale e salutare e dovrebbe essere incoraggiato dalle istituzioni pubbliche e private. Proprio perché noi siamo una nazione d’immigrati, questo è un forte sentimento americano. Secondo, quella del governo mondiale è un’idea terribile perché può condurre a una tirannide globale. Le istituzioni internazionali che mirano all’instaurazione di un governo mondiale dovrebbero essere guardate col massimo sospetto. Terzo, gli uomini politici dovrebbero avere, prima di tutto, la capacità di distinguere gli amici dai nemici. Ciò non è facile come sembra, come la storia della guerra fredda ha evidenziato. Il numero degli uomini in gamba che non vedeva l’Unione Sovietica come un nemico, sebbene essa stessa si definisse tale, era assolutamente sbalorditivo. Infine, per una grande potenza, l’«interesse nazionale» non è un problema geografico, tranne per materie abbastanza prosaiche come le regolamentazioni sul commercio e l’ambiente. Una nazione più piccola potrebbe giustamente pensare che l’interesse nazionale cominci e finisca ai suoi confini, sicché la sua politica estera sarebbe quasi sempre difensiva. Una nazione più ampia ha interessi più estesi. E le grandi nazioni, la cui identità è ideologica, come l’Unione Sovietica di un tempo e gli Stati Uniti di oggi, inevitabilmente hanno interessi ideologici oltre a preoccupazioni più materiali. Tranne che in casi eccezionali, gli Stati Uniti si sentiranno sempre in dovere di difendere, se possibile, una nazione democratica sotto attacco di forze non democratiche, interne o esterne. Questa è la ragione per cui fu nel nostro interesse nazionale soccorrere Francia e Gran Bretagna durante la seconda guerra mondiale. Questa è la ragione per cui riteniamo così necessaria la difesa di Israele oggi, quando la sua sopravvivenza è minacciata. Non serve alcun complicato calcolo geopolitico dell’interesse nazionale.
Tutto questo poggia su un fatto: l’incredibile superiorità militare degli Stati Uniti rispetto alle nazioni del resto del mondo, in qualunque combinazione immaginabile. Questa superiorità non è stata pianificata da nessuno, e anche oggi molti americani la negano. In larga misura, essa è il risultato della nostra sfortuna. Nei cinquant’anni successivi alla seconda guerra mondiale, mentre l’Europa era in pace e l’Unione Sovietica faceva affidamento sui suoi vassalli per condurre la propria battaglia, gli Stati Uniti sono stati coinvolti in una lunga serie di guerre: la guerra di Corea, la guerra del Vietnam, la guerra del Golfo, il conflitto in Kosovo, la guerra afghana e la guerra in Iraq. Il risultato è stato che le nostre spese militari sono cresciute più o meno di pari passo con la nostra crescita economica, mentre le democrazie europee hanno tagliato le loro spese militari a favore dei programmi dello Stato sociale. L’Unione Sovietica ha speso molto ma male, sicché il collasso militare è arrivato con quello economico. Improvvisamente, dopo due decenni in cui «declino dell’impero» e «ipertensione imperiale» furono parole d’ordine accademiche e giornalistiche, gli Stati Uniti sono emersi come l’unica potenza. La «magia» dell’interesse complessivo lungo mezzo secolo ebbe un effetto sul nostro bilancio militare, come fece il grosso della ricerca scientifica e tecnologica delle nostre forze armate. Col potere vengono le responsabilità, che piaccia o no, volute oppure no. Ed è un fatto che se uno ha tutto il potere che abbiamo noi, o trova il modo di usarlo oppure il mondo lo farà al posto suo. Gli elementi più vecchi, tradizionali del Partito repubblicano stanno difficilmente venendo a patti con la nuova realtà di politica estera, dacché non possono conciliare il conservatorismo economico col conservatorismo sociale e culturale. Ma per uno di quei casi che fanno riflettere gli storici, il nostro attuale presidente e la sua amministrazione si sono rivelati a proprio agio in questo nuovo ambiente politico, sebbene sia chiaro che non hanno anticipato questo ruolo più di quanto abbia fatto il loro partito. Di conseguenza, il neoconservatorismo ha cominciato la sua seconda vita, proprio quando i necrologi venivano pubblicati.
(Traduzione dall’inglese di Carlo Stagnaro)
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