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Le stigmate creative di G.B. Angioletti

LIBERAL BIMESTRALE
di Leone Piccioni

Liberal Numero 21 - Dicembre 2003/Gennaio 2004
 

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cop21_thNel 1945 lasciai Firenze per trasferirmi con i miei a Roma: soffrii molto a lasciare la bella città toscana e gli amici e il mio maestro De Robertis. Fu lui a darmi due lettere di presentazione: una per Ungaretti e una per Gio-vanni Battista Angioletti. Por-tai la lettera ad Angioletti e incontrai un gran signore alto, elegante, bello, sorridente e tenero, di grande generosità e affettuosità. Ebbi subito l’invito a considerare mia la sua casa, e divennero amiche care le sue due deliziose figliole Giannina e Paola. Attra-verso Angioletti ho conosciuto quella che era la società letteraria del tempo. Angioletti era nato a Milano nel 1896. Per oltre dieci anni aveva vissuto all’estero lavorando presso istituti di cultura e insegnando a Praga, a Parigi, a Lugano. A Roma stava rilanciando la Fiera Letteraria e di lì a poco entrò alla Rai per dirigere la sezione culturale della radiofonia. Io lavoravo in quell’ufficio insieme con Giulio Cattaneo e, poco dopo, con Carlo Emilio Gadda.
Angioletti seguì anche le trasmissioni dell’Approdo, la rivista letteraria che Seroni aveva iniziato a Firenze attraverso i microfoni della Rai, e anch’io ne divenni redattore.
Angioletti esplose con un suo primo libro nel ’27, Il giorno del giudizio, cui fu assegnato il primo Premio Bagutta della storia. Lo scrittore si presentava con le sue stigmate particolari: il possesso di una prosa sorvegliata e struggente, tendente a effetti poetici e musicali, senza mai languire o ripetersi, anzi con continue impennate inventive. Tra i suoi libri più importanti Donata del ’40, La memoria del ’49 (che vinse il Premio Strega), Giobbe uomo solo del ’55. Oltre allo scrittore c’è in Angioletti uno straordinario organizzatore di cultura, un viaggiatore giornalista, divulgatore e polemista. Chiarezza esemplare, stile e anche fermezza e decisione in un’onestà candida ma armata da antico cavaliere, mai primo ad attaccare gli altri ma acuto e penetrante nella difesa del suo lavoro e di quello di coloro in cui credeva. Non fu mai geloso, era felice per i successi degli amici scrittori.
Bisogna ricordare anche una raccolta dei suoi racconti brevi, Narciso, che Contini curò nel ’49. Angioletti fu anche presidente della Comunità europea degli scrittori, che nel momento della guerra fredda svolse un ruolo determinante per il disgelo, appoggiandosi anche a Giancarlo Vigorelli che era segretario della Comunità. Innamorato di Napoli e del suo golfo, si costruì una casetta alle falde del Vesuvio a due passi dalla casa di Leopardi. Ma potè godersela poco quella casetta: la morte lo colse nel ’61 in una clinica napoletana. Ci giunse a Roma la notizia del suo aggravarsi: era estate piena, con Ungaretti partimmo in macchina subito, ma il nostro amico stava già morendo e non ci riconobbe. Ed è un vero peccato - ecco la conclusione di queste righe - che Angioletti sia un altro degli autori dimenticati, così come dimenticati sono i suoi libri bellissimi di cui si vorrebbe vedere (almeno di alcuni) la ristampa.

 

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