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L’ultima thule è dentro di noi

LIBERAL BIMESTRALE
di Luca Doninelli

Liberal Numero 21 - Dicembre 2003/Gennaio 2004
 

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cop21_thQuando ci accingiamo a leggere un libro di viaggi, è bene ricordare che non saremo soli. Avremo perlomeno due compagni di avventura: lo scrittore del libro e il suo doppio, l’estensore del testo e colui che materialmente ha compiuto il viaggio. E poiché non è detto che i due vadano d’amore e d’accordo, il lettore deve decidere con quale dei due allearsi. Ed è meglio che sia così, perché quando lo scrittore e il suo doppio vanno d’accordo, si tratta quasi certamente di due stupidi alleati contro il lettore. Esistono molte tipologie di scrittori-viaggiatori: da quelli professionali, alla Colin Thubron, a quelli bizzarri ma geniali, alla Least Heat-Moon, a quelli nevrotico-romantici, il cui capostipite è Bruce Chatwin. A quest’ultima schiera appartiene l’anglo-tedesco W.G. Sebald (1944-2001), che Adelphi fece conoscere un paio d’anni fa traducendo Austerlitz, una misteriosa peregrinazione sotto il segno, non pacificante, dell’architettura ferroviaria. Di Sebald sempre Adelphi pubblica ora quattro scritti narrativi di diversa lunghezza, tutti accomunati dal tema del viaggio e raccolti sotto il titolo Vertigini (traduzione di Ada Vigliani).
Come tutti i veri viaggiatori, Sebald nasconde sempre le vere ragioni dei propri spostamenti. Non che non le esponga, ma sono ragioni spurie, ragioni che appartengono a quella parte del viaggio che non interessa il libro destinato a nascere da quel viaggio. Affari, guerra, studi, salute. La verità però non è questa, si viaggia per pura irrequietezza, per quell’instabilitas loci nel quale la Patristica vede una delle radici dell’accidia. Il viaggiatore Sebald è tanto fissato, nevrotico, profondamente malato quanto è regale lo scrittore Sebald, il quale si adopera a togliere di mezzo tutto ciò che nell’altro fa ingombro: lo segue con rispetto e affetto ma non obbliga, poi, il lettore a identificarvisi, preferendo spalancarci davanti ciò che i suoi occhi inquieti vedono: ciò che, dell’inquietudine propria del viaggiatore, può essere utile allo sguardo del lettore. Talvolta il cammino di Sebald s’incrocia, o s’identifica, con quello di personaggi famosi: da Stendhal a Kafka a Casanova.
Voglio, qui, riportare la più singolare delle esperienze che ho fatto leggendo questo libro: quando, verso la metà, il viaggiatore approda al paese nel quale sono nato e cresciuto nel tempo in cui ci vivevo io, e, seduto sul piazzale della stazione (io abitavo praticamente su quel piazzale), descrive col suo stile imparziale e lontanante piccoli episodi ai quali potrei avere assistito io. Anzi, poiché mi sembra di ricordare uno degli episodi raccontati, c’è il caso che, tra i rari frequentatori del piazzale a quell’ora di calura, ci fosse, quel giorno, proprio il sottoscritto. In quel momento mi è parso che il libro giungesse fino a me come se la mia realtà - il paese, il piazzale, la stazione, l’estate torrida - non fosse che l’ultima, la più lontana, la più ardita delle fantasie. E ho capito, credo per sempre, che l’ultima Thule, il punto più lontano cui i nostri viaggi possono approdare, siamo noi stessi.

W.G. Sebald, Vertigini, Adel-phi, 250 pagine, 15 euro

 

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