Ci sono due particolari dell’ultimo libro di Franco Stelzer, Il nostro primo, solenne, stranissimo Natale senza di lei, che appartengono a quelle che Genette definisce le soglie di un libro che vale la pena qui di ricordare rapidamente prima di affrontare la storia vera e propria. Il primo interesse va verso la bandella editoriale che in apertura recita: «I racconti di questo libro inseguono un passato che sbuca da tutte le parti», mentre la quarta di copertina parla di romanzo composto da nove storie. Per toglierci ogni dubbio, se siamo cioè di fronte a una raccolta di racconti o a un romanzo, andiamo a dare una rapida occhiata all’interno e capiamo di trovarci di fronte a un ibrido. Presi da un attacco di pedanteria cerchiamo l’indice che potrebbe più razionalmente metterci sulle tracce della struttura definitiva del libro. E qui la seconda sorpresa, l’indice non c’è. Dimenticanza o volontà precisa dell’autore? Mentre aspettiamo una risposta torniamo alle nostre storie, benché possiamo dire che si tratti di un’unica breve storia nella quale vanno e vengono rapidi squarci di memorie che racchiudono sapidi racconti. Una struttura-ibrido composta per frammenti dove il filo conduttore è il ricordo-principe, una gita domenicale in montagna narrata da mane a sera, dove l’esperienza del distacco dalla famiglia (e in particolare dalla madre) costituisce una sorta di preludio al romanzo di formazione. Alla storia principale si accompagnano una serie di racconti succedanei che irrompono in maniera non consecutiva. Quando oramai la nostra lettura è completa possiamo finalmente dirci felici di esserci imbattuti non solo in un’opera letteraria ma in un raro esempio di scavo profondo (a volte angosciante, penoso e ironico) dell’esistenza.
Non siamo di fronte solo al conflitto tra la vita e la morte simboleggiato mirabilmente da un tacchino di Natale che appare nelle prime pagine (non trascurabile citazione joyciana dell’oramai celebre racconto I morti), ma assistiamo, a volte attoniti, a tutti gli stadi intermedi e di passaggio che allestiscono il degrado, la malattia, il corrompersi della carne, il marcire, in definitiva, del tempo. In quasi tutte le brevi e fulminanti storie assistiamo a una singolare lotta tra uomini e cibo, bestie trasformate in succulenti piatti come il tacchino natalizio che risulta immangiabile perché crudo: «qualcosa che in nessun Natale, da che memoria di uomo esiste, è successo, e mai dovrebbe succedere», polpette che inducono la febbre, fino all’apoteosi di questo mondo creato tra l’immaginifico e il simbolico, che vede l’opposizione/ allenza tra il ratto e l’uomo. Un giovane e seducente zio dell’io narrante per far colpo su tutta la platea estiva e vacanziera di famiglia e amici, scommette di riuscire a mangiare un topo. In un alternarsi serrato delle voci narranti, quella del protagonista e quella del topo, si arriva alla sorprendente cattura del topo e allo scandaloso pasto. Scandalo deliberato e allestito per lo stupore della folla che si conclude, anche qui, con la ribellione del cibo. Lo zio, di nascosto, si abbandonerà al vomito liberatorio dell’ingombro del topo, che gli lascerà una tristezza imprevista. Tornia-mo infine a Genette con un’ultima notazione sul titolo: un omaggio alla madre, figura circolare perché apre e chiude il romanzo. È fra il suo essere esistita e il suo non esserci più che si gioca la partita dello stare al mondo del nostro protagonista.
Franco Stelzer, Il nostro primo, solenne, stranissimo Natale senza di lei, Einaudi, 126 pagine, 12,5 euro