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Il diluvio di Noè spiegato dal rapporto tra Marte e Mercurio |
LIBERAL BIMESTRALE di Emilio Spedicato Liberal Numero 21 - Dicembre 2003/Gennaio 2004
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Scrivemmo in una precedente rubrica di Mercurio, pianeta misterioso, dotato di elevato campo magnetico e assai più denso del previsto. Sulla sua origine esistono varie teorie: due tra queste, proposte recentemente, la attribuiscono a peculiari eventi catastrofici. Secondo la teoria tradizionale la formazione era avvenuta per condensazione di polveri pesanti, consistenti in gran parte di ferro, anche perché si supponeva che le polveri più leggere non potessero restare in prossimità del Sole, venendo più facilmente rimosse per effetto del calore e del vento solare. Questa teoria andò in crisi negli anni Ottanta quando il cosiddetto modello standard di formazione planetaria dovuto a Wetherill stabilì che alla formazione dei pianeti concorre materiale sia prossimo che lontano dal Sole, a causa della forte ellitticità delle orbite di tali particelle. Si riapriva quindi l’interrogativo sul perché Mercurio avesse una così alta densità, segno di una elevata presenza di ferro. Il primo modello di origine catastrofica è stato proposto da Benz, Cameron e Slattery, secondo i quali Mercurio era originariamente simile alla Terra in composizione, avendo quindi un nucleo di ferro e un mantello di silicati con una massa circa doppia di quella attuale. Tale proto Mercurio sarebbe stato colpito da un altro pianeta, di una massa stimata sei volte inferiore. I calcoli mostrano che con una velocità del corpo impattante fra i 20 e i 30 chilometri al secondo, il mantello sarebbe fratturato ed espulso nello spazio; con velocità superiori il corpo accrescerebbe la massa di proto Mercurio e lo disintegrerebbe completamente. Tale evento sarebbe avvenuto in tempi assai remoti. Uno scenario che riduce i tempi di formazione a circa cinquemila anni fa è invece dovuto al fisico John Ackerman, e si trova nelle recenti monografie Chaos e Firmament, disponibili su Internet. Secondo Ackerman, Mercurio sarebbe il nucleo originario di Marte, pianeta che sebbene in molti aspetti assai simile alla Terra (perfino, sorprendentemente, nella velocità di rotazione e nell’inclinazione dell’asse) ha tuttavia una densità assai inferiore a quella terrestre. Ora, se Mercurio venisse incorporato da Marte, questo otterrebbe la stessa densità della Terra con una espansione del raggio di pochi punti percentuali, e riacquisterebbe un campo magnetico di cui è stranamente privo. Recenti dati inviati da una sonda in orbita attorno a Marte hanno evidenziato stranezze nel campo gravitazionale del pianeta, spiegabili con una struttura interna irregolare e fluida, come ci si aspetterebbe nel caso di una recente perdita del nucleo. Secondo Ackerman il nucleo sarebbe fuoruscito da una gigantesca fenditura che ora, richiusasi, costituisce il Valles Marineris, lungo circa cinquemila chilometri (il diametro di Mercurio è inferiore). L’evento sarebbe avvenuto nel quarto millennio a.C., dopo una serie di passaggi ravvicinati di Marte alla Terra, che l’autore ha derivato da una rilettura del Rig Veda e dall’antico testo astronomico indiano Suria Siddhanta. Il geroglifico egizio noto come Occhio di Horus sarebbe inoltre basato sull’affacciarsi del nucleo (l’Occhio di Horus) dalla fenditura Valles Marine-ris. La fuoruscita del nucleo avrebbe portato alla definitiva perdita delle acque di Marte, la cui presenza in tempi assai recenti è fortemente suggerita dalle ultime foto del pianeta. L’acqua si sarebbe sparsa nello spazio, una parte finendo sulla Terra. Questo evento potrebbe essere associato al Diluvio di Noè e spiegherebbe l’enigmatica frase nella Bibbia «si aprirono le fontane della terra e del cielo».
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