Prendiamo uno dei più acuti intellettuali europei e la sua curiosità. Prendiamo un caso agghiacciante come il sequestro e l’assassinio di un giornalista americano ebreo a Karachi a opera di un gruppo islamico. Prendiamo una zona di frontiera come il Pakistan, crocevia del conflitto di cui l’11 settembre ha segnato la svolta globale. Prendiamo il resoconto di un’indagine minuziosa e testarda per ricostruire i fatti, per descrivere le biografie dei protagonisti, per capire il contesto - cioè quello che una volta si chiamava réportage. Il risultato sono queste pagine scritte da Bernard-Henri Lévy su Daniel Pearl, cronista del Wall Street Journal, e sulla sua uccisione compiuta il 31 gennaio del 2002, registrata con una telecamera per conferirle un significato emblematico; su Omar Sheikh, il capo del gruppo islamista, che ha ideato e organizzato il delitto; sui rivoli attraverso i quali è nato e cresciuto il fondamentalismo; sulle connessioni con gli apparati statali pachistani; e quindi sulla natura del nuovo nichilismo, per usare la definizione di André Glucksmann, che sta dando l’assalto al sistema di valori che chiamiamo Occidente.
È un racconto minuzioso sul Ventunesimo secolo. Uno dei primi. Emerge dall’ingente produzione libraria seguita all’11 settembre perché non ha nulla di ideologico, lascia parlare i fatti nella loro sequenza, indaga sui particolari, quando si imbatte in un problema insegue le ipotesi e cerca di chiarirle, racconta i personaggi con le loro idee e la loro storia. Due sono le piste che vengono fuori. Una, quella che fa maggiormente riflettere, riguarda Omar Sheikh, «un inglese perfetto», nato a Londra in una famiglia arrivata da Lahore, studi alla London school of economics, approdato alla jihad attraverso un percorso tortuoso, di cui la pulizia etnica in Bosnia è stata la prima tappa. L’altra pista riguarda quell’intreccio stretto e sempre meno misterioso che esiste tra i gruppi fondamentalisti, a cominciare da al-Qaida, e i vertici dello Stato pachistano, i suoi servizi segreti e i suoi centri di potere, un intreccio costruito nel tempo, fatto di interessi comuni e di contiguità ideologiche. Seguendo passo dopo passo questi due filoni, Lévy fa parlare i fatti per comporre la descrizione più compiuta - quasi dal suo interno - della jihad che è scesa in guerra: figlia non tanto dei talebani, quanto di una parte della diaspora musulmana in Occidente e di poteri statali. Nuova non è la chiave di lettura - che in questi anni è già stata data - nuova è piuttosto la certezza della prova che porta, partendo dall’uccisione esemplare di un giornalista ebreo e arrivando al grande problema degli strumenti con cui affrontare l’attacco islamista. Con l’invito, scritto a premessa del libro, anche se ne è la conclusione, a «non sbagliare secolo».
Da Lévy e dalla sua inchiesta in Pakistan, dal «buco nero di Karachi», viene infatti l’unica critica sensata che si è letta all’intervento in Iraq e su cui vale la pena discutere. Saddam viene definito «un tiranno in declino, un fantasma della storia del Ventesimo secolo», mentre lui scavava in quel Pakistan che vedeva «trasformarsi nella residenza del diavolo in persona», dove «si intrecciano i fili delle nostre future tragedie». Una critica mossa cioè non nel nome dello stare a guardare, ma nel capire quale è il bersaglio più giusto da colpire. Ecco, il valore di Chi ha ucciso Daniel Pearl? sta in questo, sta nel descrivere la tortuosità dei confini dove passa lo scontro acceso dalla jihad contro l’Occidente e contro una parte dello stesso Islam. Cioè dove si apre lo sconfinato problema ormai posto con urgenza: come l’Islam moderato può essere la risposta all’Islam radicale.
Bernard-Henri Lévy, Chi ha ucciso Daniel Pearl?, Rizzoli, 446 pagine, 19 euro