«Oggi i sostenitori delle virtù “ecologiche” della proprietà privata, a differenza di non molto tempo fa, non sono più costretti a rimanere nel campo della teoria astratta, per quanto logicamente impeccabile, ma possono produrre conferme empiriche sotto forma di dati, esempi, esperienze». È così che, nella sua bella prefazione, Guglielmo Piombini racconta e spiega La fattoria dei capitali, libro di Robert J. Smith di fresca stampa dalla Leonardo Facco Editore. Il libro di Smith, un passato da advisor di governi, è utile proprio per questo: riesce a riempire di dati una cornice teorica ben precisa, quella della cosiddetta «ecologia di mercato». Appena alcuni anni fa, «ecologia di mercato» sembrava una parolaccia: ora, nonostante certo i miti ambientalisti rimangano totem intoccabili, certe proposte politiche sono diventate moneta corrente. In Italia, apripista del dibattito erano stati proprio la Leonardo Facco Editore e Piombini (assieme a Carlo Lottieri), pubblicando un testo destinato a rimanere più citato che letto (com’è destino dei piccoli classici): Privatizziamo il chiaro di luna. Ed è giusto quindi che i loro nomi siano associati a questo nuovo libro, che appare però in un contesto ben diverso: il campo delle idee è stato arato e (forse) è pronto alla semina. I percorsi degli «ecologisti di mercato» si sono incontrati con quelli di parte del mondo cattolico «non di sinistra», nuovi studi sono stati elaborati, si passa - appunto - dalla teoria alla pratica. Non siamo, certo, al livello degli Stati Uniti, dove esistono think-tank (come il Competitive Enterprise Institute di Washington) dedicati esclusivamente all’indagine di queste tematiche. Ma ci avviciniamo.
È un ritorno al passato, secondo Piombini. «Lo stesso movimento ambientalista, all’inizio del Novecento, era animato da istanze liberali. I primi gruppi ambientalisti negli Stati Uniti… erano formati da individui che si proponevano di proteggere direttamente determinati ecosistemi acquisendo diritti su di essi, e non statalizzandoli o consegnandoli nelle mani di burocrati». La nuova fortuna di questo modello si basa su un fatto: lo Stato - come dimostra con dovizia di particolari Robert J. Smith - ha fallito. Abbiamo regolamentazioni minuziose sull’ambiente, che fanno lievitare i costi delle imprese, eppure laghi e fiumi restano inquinati. Abbiamo un protocollo di Kyoto ancora in gestazione, che costringerà le economie dell’Occidente a una quaresima ventennale, eppure non promette di risolvere il problema che vorrebbe cancellare. A livello internazionale, si moltiplicano le iniziative - anche nel segno di una teoria spuria quale quella dei «beni pubblici mondiali». Eppure più le stamperie gemono a furia di dar corso a nuovi proclami e regolamentazioni, più la voce dei catastrofisti si fa allarmata. Allarme genera allarme, secondo una logica difficilmente decrittabile. Il libro di Robert J. Smith forse non è destinato a diventare un must, come The Skeptical Environmentalist di Lomborg (mal tradotto e per nulla promosso da Mondadori), ma è una lettura istruttiva. Serve a capire quel che Carlo Stagnaro sottolinea nella sua postfazione: «Le risorse naturali - comprese le migliaia di specie, note o ancora incognite, di animali e piante - non sono soggette, nella loro interazione con l’uomo, a leggi diverse da quelle che regolano l’economia in generale». È dunque seguendo, e non violando, quelle leggi che è possibile tutelarle davvero.
Robert J. Smith, La fattoria dei capitali, Leonardo Facco Editore, 50 pagine, 6 euro