Con la pubblicazione, nel 1953, di The Conservative Mind: From Burke to Santayana, Russell Kirk sfidò frontalmente la baldanzosa affermazione con cui, nel 1950, il critico letterario Lionel Trilling (1905-1975) sostenne che il liberalismo progressista è così dominante negli Stati Uniti d’America da essere l’unica tradizione politica ivi esistente. Il libro di Kirk, infatti, snocciola una serie intera di pensatori che incarnano una tradizione opposta a ogni forma di radicalismo, non ultimo - sostiene il suo autore - il radicalismo soft della tradizione statunitense. E le recensioni inaspettatamente favorevoli che ottenne su Time e su The New York Review of Books trasformarono l’uscita di quel voluminoso testo firmato da un autore sconosciuto in un vero e proprio evento culturale. Di fronte a questa sfida davvero senza precedenti, i più noti esponenti dell’ortodossia progresssita statunitense risposero contraccando. Sorprendentemente, però, la maggior parte delle obiezioni sollevate allora appaiono oggi più legate alla contingenza di quanto invece non dimostri essere, ad anni di distanza, l’opera. La loro rilettura ad anni di distanza non fa che accrescere la convinzione che davvero, come viene comunemente detto, The Conservative Mind sia un autentico classico del pensiero conservatore.
Il sociologo Karl Mannheinm (1893-1947) descrive il dilemma in cui il conservatorismo si dibatterebbe definendo questa forma di pensiero una reazione al mondo moderno che veicola l’idea di una lotta di classe (1) Egli infatti sostiene che, mentre il «tradizionalismo» configura una psicologia della permanenza, il conservatorismo è un fenomeno sociale contingente, il quale emerge sono quando le società si trovano a dovere fare fronte a grandi mutamenti. Nell’articolo Conservatism as an Ideology, pubblicato nel 1957, un Samuel P. Huntington allora molto giovane portava l’argomentazione di Mannheim un passo oltre, suddividendo il conservatorismo in tre categorie: il conservatorismo situazionista, quello aristocratico e quello «autonomo» (2) Di queste tre forme del conservatorismo, secondo Huntington solamente quello situazionista è in grado, una volta guadagnatolo, di mantenere saldamente il potere. Un conservatorismo di questo genere, infatti, configurerebbe «quel sistema d’idee impiegato per giustificare qualsiasi ordine politico esistente […] contro ogni sfida frontale che miri a demolirne la natura e il suo stesso essere» (3) Per Huntington, infatti, il conservatore aristocratico è solo un reazionario mentre il conservatore che si richiama a verità «autonome» in contrasto con l’indirizzo prevalente nel mondo che lo circonda non è affatto un conservatore. Stando a questo schema, Kirk rientrerebbe fra quei conservatori «autonomi» che hanno cercato di riportare indietro l’orologio della storia in nome di una «brama artificiosa, sentimentale, nostalgica e antiquata che sogna di una società oramai passata». Ma, «negli Stati Uniti di oggi, [Kirk] e i suoi sodali sono fuori sintonia e fuori tempo» (4) Secondo Huntington, del resto, il vero conservatorismo «si mostra solo quando chi sfida [….] le istituzioni esistenti rifiuta i fondamenti» di queste stesse istituizioni (5) Una volta esauritasi codesta sfida, scompare dunque anche il conservatorismo. Nella prospettiva huntingtoniana, insomma, il fondamento dell’ordine sociale statunitense è, di nuovo, esclusivamente liberal-progressistico e in esso il conservatorismo emergerebbe solo ad hoc per difendere quel liberalismo progressista che da solo non è in grado di generare nelle persone una dedizione sufficiente a garantire la propria stessa sopravvivenza. «Se vogliono mantenere i risultati raggiunti dal liberalismo progressista statunitense, i liberalprogressisti nordamericani non hanno altra scelta se non quella di rivolgersi al conservatorismo» (6) Contrariamente al modello Mannheim/Huntington, poi, un modello che considera i conservatori come un male necessario seppur temporaneo, il politolgo statunitense Richard Hofstadter (1916-1970) ha invece stigmatizzato i nuovi conservatori degli anni Cinquanta del Novecento, giudicandoli nientemeno che un pericolo cogente per l’ordine sociale statunitense. Nel suo The Paranoid Style in American Politics, del 1965, egli descrive, con parole oramai divenute famose, i conservatori come portatori di un vero e proprio «stile paranoico» in politica, in quanto afflitti da un malsano stato di ansietà (7) Quella di Hofstadter è stata peraltro solo la più famosa di una serie di analisi che negli anni Sessanta hanno cercato di ricondurre il conservatorismo al modello della «personalità autoritaria», interpretandolo come una sorta di malattia mentale. I pensatori che Hofstadter definisce «ultraconservatori» sono, secondo lui, animati da un «odio piuttosto profondo, ancorché largamente inconscio, verso la nostra società e i suoi usi», uomini caratterizzati da «inquietudine, sospetto e paura» (8). Ma né la concezione del conservatorismo come difesa del liberalismo, riconducibile all’analisi di Mannheim, né la pretesa, fondata sugli studi di Hofstadter che il conservatorismo sia solamente una forma di patologia sociale rende giustizia all’impresa culturale che Kirk si è assunto con The Conservative Mind. Riflettendo su di essa, il politologo David Frum ha tentato di descriverne i tratti portanti, affermando che «Russell Kirk ispirò il movimento conservatore mettendo assieme, in una narrazione coerente, una serie d’idee e di eventi solo parzialmente correlati gli uni agli altri. […] Kirk non ha registrato il passato; lo ha creato» (9). In precedenza, nel 1989, J. David Hoeveler jr. aveva descritto il conservatorismo come «quella facoltà dell’immaginazione, dell’intuizione, della memoria storica, dello stupore e della simpateticità che trasforma i meri dati empirici dell’esistenza in qualcosa di più alto: un mondo abitabile, e un ambiente interiore personale e familiare» (10). The Conservative Mind è stato insomma il primo grande tentativo di mettere l’immaginazione a servizio della memoria storica. L’opera kirkiana, del resto, non segue affatto uno sviluppo lineare, quasi fosse un trattato deduttivo sul conservatorismo che peraltro qualcuno, prima della sua fattuale, pubblicazione, si attendeva. È, invece, come ebbe successivamente a dire lo stesso Kirk, l’«analisi storica di un certo modo di considerare l’ordine sociale civile» (11) The Conservative Mind, cioè, ha creato, come ha notato lo storico del conservatorismo George H. Nash, una «genealogia» a cui i conservatori potessero attingere (12). Accusando Kirk di avere artificiosamente creato una tradizione in realtà inesistente, i suoi critici ne hanno quindi radicalmente frainteso le intenzioni. La dicotomia fra conservatorismo «vero» e «falso», su cui diversi recensori si sono concentrati, indulge esattamente in quell’astrazione di tipo progressistico da cui invece l’opera kirkiana rifugge. L’invenzione, del resto, non contraddice necessariamente il conservatorismo. Studiando Edmund Burke (1729-1797), Benjamin Disraeli (1804-1881), Thomas Stearns Eliot (1888-1965) e altri, Kirk si convinse infatti dell’idea che la tradizione partecipa sempre dell’invenzione. I fatti non hanno per nulla una vita propria: è l’immaginazione che distilla la tradizione dalla storia. La narrazione kirkiana del conservatorismo è quindi essa stessa un’incarnazione di quell’immaginazione che è caratteristica distintiva proprio dell’accezione kirkiana di conservatorismo.
Del resto, l’immaginazione, facoltà eminentemente non razionale, assomma in sé sentimenti e affezioni; è una realtà esterna alla persona, ma che (nelle parole di Burke) la persona «possiede» e «ratifica»; non si basa sul calcolo; ed è qualcosa che si aggiunge alle realtà fisiche della nostra «vibrante natura». Mentre il suo cuore rimane sempre lo stesso, l’immaginazione ha necessità di tornare a essere «nuovamente espressa in ogni epoca storica»; soprattutto attraverso la letteratura e le arti figurative, ma anche attraverso l’arte della politica e del governo. Peraltro l’immaginazione è sempre presente, e per Kirk il vero discrimine sta fra il rispetto e l’uso di essa da un lato, la sua ignoranza da parte degli uomini di pensiero dall’altro. Kirk riteneva infatti che il ritorno all’immaginazione fosse un passo cruciale da compiere allo scopo di ricreare un vero ordine culturale. «Che si finisca per gettare via le sciocchezze di ieri per abbracciare quelle di domani o per trovare la via che ci porta fuori dalla superficialità introducendoci al significato autentico del reale dipenderà in parte, e necessariamente, dalle immagini che sapremo scoprire o generare » (13). Kirk individuò diversi autori capaci d’ispirare questo tipo di critica alla Modernità: per esempio Max Picard (1888-1965), Gustave Thibon (1903-2002) e Charles Baudouin (1893-1963) (14). Due saggi kirkiani, che hanno quasi del profetico, descrivono vividamente l’avvento di un’«Epoca dei sentimenti», la quale, dominata dall’Immagine, spiazzerà la moderna «Epoca della discussione», caratterizzata dalle argomentazioni razionali e dalla tirannide del Fatto (15). Benché Kirk non fosse un ammiratore incondizionato dell’Epoca dei sentimenti, nemmeno si disperava per il suo avvento annunciato. L’Epoca dei sentimenti, alternativa all’Epoca della discussione, ha peraltro buoni diritti per essere definita «postmoderna». Peraltro, la controversia sul postmodernismo - le definizioni che se ne danno, le sue prospettive future e i suoi meriti teoretici - sembrerebbe d’acchito avere ben poco a che fare con il conservatorismo tradizionalista. I protagonisti del postmoderno, infatti, si contraddistinguono per una forte predilezione per i ragionamenti farragginosi e astratti e per la connotazione politiche di sinistra. Eppure, sin dal 1982, Kirk scrisse: «L’immagianzione postmoderna è pronta per essere conquistata. E le idee, i sentimenti e gli stili apparentemente nuovi che la caratterizzano potrebbero, dopo tutto, rivelarsi verità e istituzioni in realtà provenienti dal passato e quindi ben note ai conservatori nel frattempo sopravvissuti» (16). Le connessioni fra il postmodernismo e il conservatorismo, infatti, risultano essere molto profonde. Uno dei primi utilizzi del termine postmodernismo, del resto, viene attribuito a Bernard Iddings Bell (1886-1958), canonico episcopaliano e docente dell’Università di Chicago che Kirk molto apprezzò. Nel volume intitolato appunto Postmodernism (17) Bell predisse già nel 1926 il collasso della Modernità. Nata dalla distruzione della fede nell’infallibilità della Bibbia prodotto dalla nuova critica scritturistica, la Modernità erigeva a nuovo testo sacro il libro della natura, affermando che finalmente l’intelletto individuale poteva percepire le leggi infallibili della natura, divinare forma e struttura dell’universo, quindi a un certo punto dedurre anche i princìpi che reggono la società e il comportamento etico. Ma la scienza opera solo entro un quadro di riferimento quantitativo e non è affatto in grado di rispondere alla domanda sul «perché» delle cose. Bell invocava dunque, come alternativa, un ritorno postmoderno alla religione, ovvero radicato nell’Incarnazione e aperto al miracolo. Alcuni autori conservatori hanno già cominciato a seguirne le tracce (18) Vigon Guroian - docente di Teologia ed Etica al Loyola College di Baltimora - ha peraltro portato l’attenzione sulle connessioni esistenti fra Kirk e quanto egli definisce l’Eliot «postmdoerno» (19). In Guarded by Mystery: Meaning in a Postmodern Age, David Walsh tenta quindi di ancorare il pensiero postmoderno a una nuova concezione della trascendenza, dimensione, questa, che, appunto secondo Walsh, la Modernità avrebbe perso, ma non rifiutato (20). E in Postmodernism Rightly Understood, Peter Augustine Lawler descrive una tradizione conservatrice postmoderna che concorderebbe pienamente con la più ampia tradizione filosofica occidentale (21). Lawler descrive il postmodernismo «correttamente inteso» come il rifiuto del «razionalismo o della scienza moderne, e in certa misura del puro e semplice razionalismo, causato dagl’inutili tentativi da essi profusi di sradicare il mistero dell’essere, particolarmente dell’essere umano» (22). Anche se Kirk non avrebbe mai fatto prima nessuna della attuali accezioni date al termine postmodernismo, il conservatorismo e l’immaginazione conservatrice hanno certamente qualcosa da offrire all’epoca postmoderna.
Secondo lo storico Eugene D. Genovese, peraltro, la Modernità pone al conservatorismo difficoltà insuperabili giacché «[i] conservatori non superficiali sanno d’invischiarsi in difficoltà enormi ogni qualvolta divengono coscienti del proprio essere conservatori». Allo scopo di difendere ciò che ritengono degno di essere conservato, i conservatori hanno infatti ritenuto, secondo Genovese, di dover sfidare il progressisimo sul suo stesso terreno, opponendosi a esso con modalità «dialettiche» che presuppongono «affermazioni collettive, ovvero una logica» di per sé estranea allo stile oratorio, didattico e immaginativo più consono all’atteggiamento conservatore (23). Il postmodernismo ha oggi reintrodotto il sentimento, il senso della contingenza e l’immaginazione nel discorso sociale, area, questa, di cui in gran parte si occupa pure l’opera kirkiana. Con The Conservative Mind, Kirk ha del resto cercato di creare una inclinazione conservatrice più che stilare un programma ideologico, e il linguaggio alternativo che con quel volume lo studioso statunitense ha creato, onde ideare anche un programma conservatore, resta di fatto quello più praticabile nell’epoca postprogressista. Al cuore della concezione kirkiana del temperamento conservatore sta dunque il Mistero. Il mistero del libero arbitrio, il mistero delle scelte operate dalla persona, il mistero della Provvidenza divina, il mistero del farsi e dello svilupparsi della tradizione. La Modernità ha denigrato il Mistero nel nome di una metanarrazione scientifica e politica rivoluzionarie, ma «la Modernità non ha poi trovato risposte convincenti alle domande che questi miti pongono; al contrario, ha cercato di liberarsi delle lezioni profonde che implicitamente questi miti contengono» (24). Dall’altra parte, i postmodernisti, ancorché ne riconoscano l’esistenza, troppo spesso utilizzano il mistero solamente come occasione per baloccarsi senza posa con giochi di parole assolutamente privi di senso. Solo i conservatori mantengono un salutare rispetto per il nocciolo irriducibile dell’esperienza umana, che si esprime secondo modalità diverse da quelle della sola ragione: «Le tenebrae albergano nella natura umana, qualsiasi cosa ne dicano i miglioristi» (25). Attraverso la ricreazione immaginativa, operata in The Conservative Mind, di una tradizione che nell’era postprogressista potrebbe finire per tornare a trovare dimora stabile, Kirk non ha mai smesso d’illuminare le ombre che avvolgono continuamente il mistero della vita.
© liberal-The Intercollegiate ReviewNOTE1) Cfr. Karl Mannheim, Conservative Thought, in Idem, From Karl Mannheim, Oxford University Press, Oxford 1971; 2) Cfr. Samuel P. Huntington, Conservatism as an Ideology, in American Political Science Review, vol. 51, 1957; 3) Ibid., pp. 454-455; 4) Ibid., p. 455; 5) Ibid., p. 458; 6) Ibid., p. 473; 7) Cfr. Richard Hofstadter, The Paranoid Style in American Politics and Other Essays, Knopf, New York 1965; 8) R. Hofstadter, op. cit., pp. 44-45; 9) David Frum, The Legacy of Russell Kirk, in The New Criterion, vol. 13, n. 8, dicembre 1994, p. 15; 10) David Hoeveler jr., American Intellectual Conservatism: Is There a Usable Past?, in The Intellectual History Newsletter, n. 11, giugno 1989, pp. 4 e 16; 11) Russell Kirk, The Conservative Mind: From Burke To Eliot, con il saggio The Making of «The Conservative Mind», di Henry Regnery (1912-1996), 7a ed. riveduta e accresciuta, Regnery Publishing, Washington 1993 (1a ed. 1953), p. IV; 12) Cfr. George H. Nash, The Conservative Intellectual Movement in America Since 1945, 2a ed. aggiornata, Intercollegiate Studies Institute, Wilmington (Delaware) 1996 (1a ed. 1976); 13) R. Kirk, The Rediscovery of Mystery, in Imprimis, vol. 6, n. 1, gennaio 1977, pp. 1 e 3; 14) Idem, Obdurate Adversaries of Modernity, in Modern Age, vol. 30, n. 1 estate-autunno 1976, p. 204; 15) Cfr. Idem, The Age of Discussion, in Idem, Beyond the Dream of Avarice: Essays of a Social Critic, Sherwood Sugden & Company, Peru (Illinois) 1991 (1a ed.. 1956), pp. 43-50, e Idem, The Age of Sentiments, in Idem, The Wise man Know What Wicked Things are Written on the Sky, Regnery, Washington 1987, pp. 111-121; 16) Idem, Conservatism: A Succint Description, in National Review, vol. 34, n. 17, 3 settembre 1982, pp. 1080-1084 e 1104; 17) Cfr. Bernard Iddings Bell, Postmodernism and Other Essays, Morehouse Publishing Company, Milwaukee (Wisconsin) 1926; 18) Cfr., per esempio, Glenn Hughes (a cura di), The Politics of the Soul: Eric Voegelin on Religious Expoerience, Rowman & Littlefield, Lanham (Maryland) 1999; 19) Cfr. Vigen Guroian, Moral Imagination, Humane Letters, and the Renewal of Society, The Heritage Lectures n. 636 (29 aprile 1999), The Heritage Foundation, Washington 1999, p. 4; 20) Cfr. David Walsh, Guarded by Mystery: Meaning in a Postmodern Age, The Catholic University of America Press, Washington 1999; 21) Cfr. Peter Augustine Lawler, Postmodernism Rightly Understood, Rowman & Littlefield, Lanhma (Maryland) 1999; 22) Ibid., p. 109; 23) Eugene D. Genovese, The Southern Tradition: The Achievement and Limitations of an American Conservatism, Harvard University Press, Cambridge (Massachusetts) 1995, p. 20; 24) Cfr. R. Kirk, The Salutary Myth of Otherworldly Journey, in The World & I, ottobre 1994, pp. 425-437 (citazione a p. 426); 25) Idem, A Cautionary Note on the Ghostly Tale, in Idem, Watchers at the Strait Gate, Arkham House, Sauk City (Wisconsin) 1984, p. XII.