Il volume di Nicita e Scoppa colma una lacuna della nostra letteratura sul punto essenziale dell’analisi gius-economica dei contratti, come istituzione fondamentale dell’ordine di mercato. Nei modelli che normalmente utilizziamo per capire la realtà economica, e che rimbalzano nel dibattito politico, si assume che ogni promessa si traduce automaticamente in uno scambio, così che i soggetti economici non devono spendere risorse aggiuntive per negoziare, sottoscrivere e far rispettare gli accordi. Solo a queste condizioni i modelli del mercato, infatti, «funzionano». Perciò, ovviamente, bisogna assumere che esistano norme legali efficaci che la magistratura applica in modo competente, raffinato e poco costoso. La forza di queste assunzioni implicite è tale che solo di fronte alle più palesi inefficienze della giustizia si riesce a mobilitare l’attenzione degli operatori economici verso i «costi» del sistema giuridico che è necessario per far funzionare i mercati, quando in realtà usare i contratti per allocare i beni è sempre costoso. È difficile sopravvalutare la centralità del contratto rispetto agli altri istituti giuridici. Di fatto, nei modelli economici, l’unica azione compiuta dagli agenti economici sul mercato è quella di concludere contratti. Onde ben si comprende la sua essenzialità quale strumento di regolazione degli scambi, ma spesso non si comprende ciò che invece Nicita e Scoppa ben mettono in evidenza: e cioè che l’efficacia del contratto dipende dalle risorse economiche impiegate per realizzarlo. L’amministrazione dell’accordo, il monitoraggio, la misurazione della performance, la verifica della corretta applicazione del contratto sono tutti investimenti necessari, da cui dipende strettamente l’efficacia del contratto, e quindi la capacità di performance globale del sistema economico.
Il libro di Nicita e Scoppa analizza, dunque, fin nei suoi dettagli il principio di Coase secondo cui solo se i costi di tali investimenti fossero nulli i mercati possono trovare soluzioni comunque efficienti. Anzi, in tale situazione, sarebbe persino indifferente stabilire delle regole di proprietà (si pensi in particolare al problema attuale della proprietà intellettuale, o alle regole sulla privacy), poiché tali regole verrebbero definite in modo efficiente mediante accordi contrattuali. Una parte poco compresa di questo insegnamento è che «usare il mercato costa», e che a volte è più economico non usare il mercato. Le imprese, ma anche i ministeri, insomma le strutture gerarchiche organizzate sono talvolta soluzioni più efficienti per il coordinamento umano che non i contratti e i mercati. I costi «giuridici» connessi all’uso del mercato divengono allora essenziali: se tali costi sono mantenuti al giusto livello le scelte degli agenti saranno efficienti. Se non lo sono, come avviene in Italia, le loro scelte verranno invece snaturate. In particolare, aggiungerei, poiché usare il mercato costa, la legislazione italiana che impedisce una crescita naturale delle imprese, favorendo network di piccole unità produttive, costringe il sistema Italia ad affrontare dei costi eccessivi che ne minano alla base qualunque potenziale di espansione. Quali che siano le «manovre» politiche dei vari governi. Il difetto italiano sta nel manico; i correttivi rimangono inutili palliativi. Pochi libri sarebbero, quindi, maggiormente da meditare di questo nel panorama politico economico del nostro Paese.
Antonio Nicita e Vincenzo Scoppa, Introduzione all’economia dei contratti. Incentivi, transazioni, istituzioni, Carocci, 290 pagine, 30 euro