Credo, e non solo per la simpatie che nutro nei suoi confronti, nel carisma a tratti profetico e in altri da grillo parlante, di Francesco Cossiga. Uomo sempre «autentico», persino nei ripensamenti e nelle contraddizioni. Poiché in lui l’instancabile ansia intellettuale di ricerca della verità storica (ammesso che esista), fa il paio col coraggio di immergersi nel presente, giungendo a «osare» nelle previsioni. Da «ragazzo di bottega» irrequieto nella Dc sarda, ha percorso con passo veloce le scalinate che portano ai santuari del Potere con la maiuscola. Deputato, ministro, presidente del Consiglio, presidente della Repubblica nel 1985, a 57 anni. Con plebiscitario consenso. «Eri ambizioso?», gli ho chiesto una volta. «Allora di me non hai capito nulla», fu la risposta. All’inizio degli anni Novanta, mentre l’Italia era più ingovernabile e ingovernata del solito, avvicinandosi la scadenza del mandato al Quirinale, prese a «picconare» (il termine divenne famoso). Gli specialisti in dietrologia ritennero volesse propiziare un rinnovo della suprema carica. Era vero l’opposto: intendeva «dire la sua», infischiandosene di protocollo e diplomazia. Come ha continuato a fare, senza alcun riguardo per l’opportunismo e le convenienze tattiche.
Di Francesco Cossiga è lecito attendersi, prima o poi, un «memoriale» alla maniera di quelli di Churchill e De Gaulle: accontentiamoci, al momento, di Per carità di Patria, messo assieme con abilità dal curatore, Pasquale Chessa, ottimo docente universitario e giornalista, soprattutto sardo. Infatti Cossiga, se è impossibile da catalogare con etichette tipo «destra» o «sinistra», ha due predilezioni: l’America e le autonomie dei popoli (arcinota la simpatia per i baschi). Quanto al suo pensiero economico, con qualche sforzo è collocabile nella sfera «liberal», laddove le pulsioni liberiste, riconducibili al primato della meritocrazia e dell’impegno, trovano fertile terreno d’intesa-incontro col disincanto. In un volume dove lo spazio maggiore è occupato dalla «politica-politicante», come dicono i francesi, si registrano rivelazioni di non poco conto. A spese (o merito?) di Romano Prodi, si afferma che «il teorema dell’euro (...) viene usato da Prodi per trasformare la sua traballante maggioranza in un governo stabile». Ancora: «Non escludo che Massimo D’Alema abbia pensato al governo Prodi come a un gabinetto di transizione». E le riforme vere? Quelle che dovevano corroborare, pragmaticamente, il nostro ingresso in Eurolandia, rimangono al palo. L’euro si trasforma in un attaccapanni delle speranze: quello al quale ancora oggi restiamo appesi. Poiché, in sostanza, stando alla tesi-testimonianza di Cossiga, il centrosinistra aveva allontanato da sé l’amaro calice. Commento: quale credibilità per l’assalto alla «diligenza riformista» dell’attuale governo Berlusconi?
Seconda chicca del libro: la rispolveratura dell’intervista concessa da Cossiga a Massimo Mucchetti dell’E-spresso (7 novembre 2002), che anticipa il braccio di ferro fra il governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio e il ministro all’economia Giulio Tremonti. Davvero un jamais vu nei rapporti tra finanza ed economia. E già lì, quando di crisi economica e recessione era vietato parlare, si capisce come i problemi maggiori per l’Azienda Italia deriveranno dalle risse che si preannunciano sulla plancia di comando. Quasi e dar ragione a Berlusconi, costretto a difendersi più dai supposti amici che dai nemici dichiarati. Sfogliando Cossiga, ci si rende però conto che è storia antica: il che basta a suggerire il libro.
Francesco Cossiga, Per carità di Patria. Dodici anni di storia e politica italiana, 1992-2003, Mondadori, 313 pagine, 17 euro