Gli intellettuali militanti della sinistra italiana, da quando la Casa delle libertà ha vinto le elezioni, fanno a gara nel ripescare le critiche del liberalismo ottocentesco alla democrazia, intesa co-me tirannia della maggioranza. Ormai si contano a legioni i gramsciazionisti e i neogobettiani che riscoprono le virtù dei «freni e contrappesi», la maestà dei giudici, le «garanzie della libertà». Poiché l’obiettivo polemico non dev’essere mai facile, ho scelto come paradigmatico l’articolo scritto, mesi or sono, da un sociologo di alto profilo, Alessandro Pizzorno, su La Repubblica, Il mito abusato del «popolo sovrano». L’autore se la prende con la teoria (a suo avviso, condivisa, «almeno in parte», dalla sinistra) secondo la quale: «in una democrazia il po-tere legislativo è l’unica espressione della volontà del popolo» mentre «i giudici sono solo funzionari che il popolo non ha eletto». Contro questa concezione giacobina Pizzorno fa scendere in campo Gaetano Mosca e James Madison, due campioni del liberalismo conservatore e «poliarchico», ma, soprattutto, la storia contemporanea che ha visto i dittatori totalitari andare «tutti, o quasi tutti al governo, grazie a regolari decisioni della volontà popolare». Si tratta, in realtà, di luogo comune fin troppo abusato: la democrazia è un gioco aperto a tutti, in cui a ogni cittadino viene dato un egual numero di fiches (il voto) con cui partecipare, con regolare periodicità, alla formazione del governo; se, a un certo punto, un gruppo di giocatori decide di chiudere il casinò, non abbiamo il passaggio a una diversa forma di democrazia ma il suicidio, puro e semplice della democrazia. Si dirà che è quest’ultima a consentire alla volontà della maggioranza di togliersi la vita (instaurata la dittatura, infatti, nessuno ne terrà più conto) sennonché quali difese si hanno poi per prevenire il suicidio, tranne la limitazione drastica del potere d’intervento dello Stato sulla società civile, limitazione radicata nei costumi (i moeurs tocquevilliani), iscritta nelle istituzioni e sancita dalle leggi?
In Italia l’apologia dei giudici, come guardiani della Costituzione, sarebbe credibile se la loro political culture fosse quella anglosassone. Ma se l’ideologia della magistratura (o comunque di una sua parte rilevante) è fondata sulla «giurisprudenza creativa», se il giudice si percepisce quasi come un concorrente del legislatore ovvero come un interprete della legge positiva chiamato a farne scaturire le potenzialità emancipatrici e a farne cadere gli aspetti caduchi - di difesa dell’assetto sociale borghese - dove vanno più a finire i checks, i «freni»? Si ha l’impressione che, per l’intellighenzia progressista, la magistratura sia una sorta di «ridotto della Valtellina»: quando tutto fosse perduto, il loro mondo, i loro interessi, i loro valori potrebbero ancora pesare grazie alla riscoperta di un contropotere, ieri ignorato o riguardato con sospetto - e pour cause!