Premessa
Presidente, lei chiede agli italiani di confermarle la fiducia sostenendo che «tutti i leader che hanno segnato una svolta profonda nella storia del loro Paese hanno realizzato il loro progetto in almeno due mandati: Kohl, Thatcher, Reagan, Aznar, Clinton, Blair». Non teme che possa sembrare un modo elegante di mascherare le difficoltà incontrate nel primo mandato...
Non lo temo affatto. Vede, i cittadini italiani hanno la memoria lunga. Ricordano tutti benissimo che, quando nel 2001 siamo stati mandati al governo, non esisteva un solo campo della vita pubblica che non avesse bisogno di radicali interventi di riforma. Non uno: dal fisco al lavoro, dalle infrastrutture alla scuola, dalla giustizia alla sicurezza. Tutti i tessuti vitali del Paese erano logori, a un passo dal collasso. Abbiamo ricevuto in eredità una casa che stava letteralmente andando in rovina. Perciò siamo stati costretti a ricostruirla dalle fondamenta. Quasi come dopo una guerra. Ed è proprio questa la grande impresa che ci ha impegnato nei primi cinque anni. Rinnovamento della Costituzione, apertura del mercato del lavoro, scuola, pensioni, tasse, grandi infrastrutture. Abbiamo faticato ma siamo riusciti nell'impresa: edificare le fondamenta della nuova casa degli italiani che insieme abbiamo sognato. Ora, nella prossima legislatura, dobbiamo metter mano ai muri, alle stanze, alla qualità dei servizi; dobbiamo ridurre ancora di più l'affitto (le tasse) e arredarla con fantasia e saggezza per rendere migliore la vita quotidiana di tutti i suoi inquilini, i cittadini di questa grande nazione che si chiama Italia. Abbiamo fatto tanto, ma c'è ancora molto da fare. Perciò chiediamo agli italiani di farci continuare a lavorare per loro. Del resto, quale buon padre di famiglia lascerebbe a metà la costruzione di una nuova casa, rischiando di mandare in malora il lavoro già fatto? Tanto più di fronte a una sinistra che non ha alcun programma concreto da proporre. Il suo programma, infatti, è solo un cartello di no. Il no-Tav che molti di loro gridano è solo una metafora: dietro si legge no alle riforme, no alla modernizzazione, no al cambiamento. Vogliono che tornino le stesse facce, gli stessi riti, la stessa inerzia di un tempo! Appunto: vogliono un'Italia che rinunci alla velocità, vogliono un Paese che torni a fermarsi. Ecco allora la necessità reale di un nostro secondo mandato, ecco la vera sfida del 9 aprile. Quel giorno si deciderà se il nostro Paese debba proseguire lungo il cammino della modernizzazione istituzionale, economica, sociale e culturale avviata dal nostro governo oppure se, viceversa, debba essere permesso alla sinistra di ricondurci verso il logoro e pernicioso copione dell'instabilità politica, della paralisi riformatrice, della conservazione mentale e sociale. Glielo dico in modo più chiaro e diretto: un'Italia che continua a credere nel futuro o un'Italia che sceglie di tornare indietro. Un'Italia che prosegue il suo nuovo cammino o un'Italia di nuovo bloccata. Questa è la vera alternativa che è oggi davanti agli italiani.
Parte prima: il berlusconismo
Torneremo nella seconda parte dell'intervista sulla sfida per il governo. Nella prima vorremmo invece concentrarci sullo sfondo storico dello scontro del 9 aprile. L'unico vero cemento politico dell'Unione, capace di tenere insieme forze assai diverse tra loro, continua a essere il cosiddetto «anti-berlusconismo». È una «sindrome» ormai ben conosciuta dagli italiani: è composta da un mai sopito spirito di rivincita delle vecchie oligarchie politiche e finanziarie rispetto alla svolta degli anni Novanta, da odio e da invidia di classe, sentimenti ancora nutriti da un certo popolo di sinistra e, infine, da antichi pregiudizi ideologici verso le leadership direttamente espresse dalla sovranità popolare. Sappiamo dunque bene cos'è «l'anti-berlusconismo». Ma l'Italia conosce altrettanto bene le caratteristiche del «berlusconismo»? Il problema ha un suo rilievo anche perché, negli ultimi tempi, si è molto parlato sui media di «tramonto del berlusconismo», tesi ovviamente cavalcata dall'opposizione (ma a volte usata anche da qualche esponente della maggioranza). Ma se non chiariamo agli italiani cos'è il berlusconismo, come si fa a giudicare se è al tramonto? Ci aiuti lei che è la fonte più diretta...
Le risolvo subito il principale problema: io mi sento in forma smagliante. Semmai è Prodi ad aver bisogno di una cura ricostituente: mi sembra infatti che sappia trasmettere al Paese solo mestizia, tristezza, rassegnazione, assenza di energia... Se poi dalle persone passiamo ai progetti le cose non cambiano: infatti noi siamo ancora all'alba del nostro lavoro di cambiamento dell'Italia. Le idee di Prodi e della sinistra, quelle sì invece, sono al tramonto e anche da un bel po' di tempo! Per stare alla sua domanda direi che persino il concetto di «berlusconismo», non a caso da essi inventato, è un concetto antiquato. Tanto che io non l'ho mai amato e non lo amo.
In che senso?
Non mi piacciono gli «ismi». Sembrano tutti - a partire dal comunismo - rimandare a un modello di società perfetta, immutabile, in cui qualsiasi utopia potrebbe realizzarsi. È la visione delle ideologie antiumanitarie del Ventesimo secolo, che hanno preteso di trasformare gli uomini in carne e ossa in robot di presunte Società Perfette. E chi non poteva o voleva assoggettarsi all'Utopia del potere andava «rieducato» o altrimenti soppresso. Al contrario, io non ho mai cercato di costruire una ideologia. Dunque il «berlusconismo» non può essere al tramonto anche per un secondo semplice motivo: perché esso, come ideologia, non è mai esistito.
Molti per «berlusconismo» intendono la rappresentazione dell'«uomo solo al comando», dell'«uomo della Provvidenza»...
Vuole che rispondiamo davvero a queste sciocchezze?
Forse, prima o poi, una risposta seria va data anche alle sciocchezze...
Va bene, allora cominciamo dall'inizio: quando sono sceso in campo in politica, in una fase in cui i partiti storici della tradizione italiana stavano dissolvendosi e proliferavano i partiti «personali», il Patto Segni, la Lista Pannella, la Lista Dini, la Lista Bonino, io non ho scelto questa strada. Ho scelto, viceversa, di fondare un movimento politico, Forza Italia che, lo si ricordi, non aveva neanche il mio nome nel suo simbolo. E questo pur essendo evidentissimamente un movimento non tradizionale, un partito carismatico e non burocratico. E, in tutti questi anni, l'unica occasione in cui il nome Berlusconi è comparso in un simbolo è stata nelle elezioni del 2001 quando il logo della Casa delle libertà portava scritto «Berlusconi presidente». Si trattava, cioè, di un «messaggio di servizio» scelto per prefigurare quella elezione diretta del premier che poi abbiamo introdotto nella riforma costituzionale...
Ora però ci sarà il suo nome sul simbolo di Forza Italia...
Già, ma come tutti sanno, non è stata una mia idea. È stato introdotto solo dopo che Fini e Casini avevano deciso di farlo per i loro partiti. Ma al di là di questo è tutta la storia italiana di questo decennio, fin dalla mia scesa in campo, a testimoniare che, a parte qualche autoironia alla quale non rinuncerò mai, io non penso affatto di poter risolvere tutto da solo...
Perché dice «fin dalla mia discesa in campo»?
Perché fin dal 1994 ho cercato innanzitutto di costruire un'alleanza politica di lungo respiro. Ricordo che inizialmente allora coltivavamo, insieme a Martino, Urbani e gli altri con cui mettemmo a punto il nostro progetto politico, l'ipotesi di presentarci da soli alle elezioni, senza cercare alleanze di alcun tipo. In fondo ce n'erano tutte le condizioni: i vecchi partiti erano ampiamente delegittimati, la sinistra suscitava più timori che speranze nella maggioranza degli italiani. Noi invece avevamo messo a punto una forza politica totalmente nuova, i cui esponenti venivano tutti dal mondo del lavoro, delle professioni, delle imprese. Avremmo potuto tentare la carta di un cammino solitario, alla conquista della maggioranza relativa in ogni collegio maggioritario e della maggioranza assoluta in Parlamento. Preferimmo invece cercare le alleanze con le altre forze - Lega Nord, Alleanza Nazionale, Ccd, liberali di Costa e Biondi - nella convinzione che la loro esperienza di politica nelle istituzioni sarebbe stata di grande aiuto. Fu un atto di rispetto delle tradizioni politiche dell'Italia libera che se avessi voluto davvero essere «un uomo solo al comando», non avrei certo fatto. Anzi, ricordo che io stesso cercai di convincere gli amici del Ccd di allora - Casini, Mastella e D'Onofrio - a presentare la loro lista nella parte proporzionale, con l'obiettivo di superare il 4% e accrescere il consenso dell'alleanza. Furono loro a dire no e a chiedere l'inserimento dei loro candidati nelle liste di Forza Italia, con l'accordo che dopo le elezioni avrebbero potuto costituire gruppi parlamentari autonomi, dotati di propri finanziamenti. Erano loro a dire «solo Berlusconi ci può salvare» mentre io mi schernivo. E poi, scusi, l'intera Italia ha visto come mi sono comportato una volta al governo....
Vuol dire che si è comportato da buon mediatore?
Certo, altro che «uomo solo al comando»! Magari. Ho sempre cercato di ascoltare le ragioni di tutti e, nei limiti del possibile, di soddisfarle. Semmai dai nostri elettori mi è giunta la critica opposta: quella di aver tollerato troppo a lungo troppe discussioni. La causa, l'ho già detto tante volte, sta nel nostro sistema politico. I miei colleghi primi ministri inglesi, spagnoli, francesi hanno dieci volte più potere del presidente del Consiglio italiano. Con la riforma costituzionale abbiamo perciò corretto questa anomalia. Finiamola dunque una volta per tutte con questa storia. Io sono un costruttore, sono un federatore. Magari, questo sì, sono uno che lavora anche mentre gli altri chiacchierano soltanto. E va anche detto con orgoglio agli italiani che, lavorando sodo, qualche umanissimo miracolo si finisce per farlo.
Mettiamola così, presidente. Non esiste il berlusconismo come ideologia, ma esiste certamente «l'era Berlusconi», cioè il periodo di tempo storico segnato dalla sua «discesa in campo». Bene, cos'è stata per l'Italia l'era Berlusconi? Come è cambiato il nostro Paese nell'ultimo decennio?
Dell'«era Berlusconi», come lei la chiama, possiamo parlare. Anzi, ne dobbiamo parlare soprattutto di fronte alla permanente campagna demonizzatrice della sinistra che giudica «disastrosa» ogni nostra azione da dieci anni a questa parte. Bisogna però che lei si doti di una sufficiente pazienza perché dovremo accennare almeno a una decina di fatti politici di un certo rilievo....
È musica per una rivista come liberal...
Primo fatto: l'Italia moderna si caratterizza per la democrazia dell'alternanza? Bene, questo grande traguardo, apprezzato e valorizzato ormai da tutti, si deve a noi. Senza la nascita di Forza Italia e della Casa delle libertà non avremmo mai potuto arrivarci. Una volta spariti i partiti che avevano retto il Paese per oltre cinquant'anni (grazie al colpevole inganno giudiziario di una parte importante della magistratura, non dimentichiamolo) quali forze politiche erano rimaste in piedi? Solo quelle della sinistra. Si era programmato e si stava preparando un vero e proprio regime, altro che alternanza! Ebbene grazie a noi si è evitata questa sciagurata eventualità e, sia pure tra mille tentativi di sabotare il rinnovamento politico e istituzionale (si ricordi l'agguato al mio primo governo e il ruolo giocato da Scalfaro) ce l'abbiamo fatta. Oggi l'Italia è a pieno titolo una moderna democrazia occidentale. Questo è il primo grande risultato dell'«era Berlusconi». Che è poi intimamente legato al secondo...
Cioè?
Per la prima volta in Italia nasce un'alleanza di centro-destra: ciò che non era mai esistito in tutta la nostra storia unitaria e che, appunto, ha concretamente reso possibile la democrazia dell'alternanza. Il mio governo del '94 è stato il primo governo della vita politica italiana a essere scelto direttamente dal voto dei cittadini. La qual cosa, da Depretis in poi, fino alla fine della Prima Repubblica, non era mai, dico mai, avvenuta. Perciò la nascita prima del Polo, e poi della Casa delle libertà, è stata la più grande novità politica del dopoguerra, che ha determinato, tra l'altro, tre effetti a cascata...
Li ricordi pure...
Innanzitutto l'ingresso nella «democrazia attiva» di tanti elettori di destra che precedentemente vivevano ai margini del sistema, relegati nel ghetto del Msi. Grazie al mio stimolo personale, alla nascita di Forza Italia e alla proposta di costruire un'alleanza di centro-destra, Gianfranco Fini ha avuto l'opportunità di intraprendere il nuovo cammino di An che lo ha portato, infine, a essere nominato ministro degli Esteri. È stato un gran bel giorno per la democrazia italiana quello nel quale gli eredi di un'ideologia totalitaria hanno saputo eliminare dal loro futuro qualsiasi antica ipoteca e arrivare al governo. Si rifletta su questo: a sinistra non sono stati capaci di tanto. Nessuno di loro ha avuto lo stesso coraggio, nessuno di loro ha mai detto, come Gianfranco ha fatto con il fascismo, che il «Pci-Pds-Ds è un partito anti-comunista». Al contrario, molti di loro continuano a chiamarsi e a sentirsi comunisti e pretendono pure di andare in quanto tali al governo! Sono io «anomalo» se continuo a ricordarlo o l'anomalia sta, invece, in loro che credono ancora nel comunismo? La verità è che, a oltre quindici anni dalla caduta del Muro di Berlino, non tutta la sinistra è ancora democratica. Mentre, anche grazie a noi, la destra è ormai completamente legittimata. In Italia come nel resto del mondo. Non è un risultato da poco per una democrazia come la nostra.
E il secondo effetto a cascata?
La piena costituzionalizzazione di Bossi e della Lega. Ricordiamoci del grave timore che circolava in Italia all'inizio degli anni Novanta: il rischio che la Lega si facesse protagonista di una secessione. Ebbene i signori della sinistra, complice Scalfaro, per pura cinica convenienza, non hanno avuto alcuna remora a considerare la Lega una loro «costola» proprio nella fase più «ribelle» della vita di quel partito. Invece la «demonizzano» oggi quando ormai, grazie alla nascita della Casa delle libertà, è entrata anch'essa a far parte a pieno titolo della dialettica democratica delle nostre istituzioni, contribuendo con serietà all'avvento della nuova Italia federale. Intemperanze verbali o errori di singoli non possono cancellare questo enorme dato storico: la nascita, con la Casa delle libertà, di una nuova destra e di una nuova Lega. L'era Berlusconi è stata ed è, dunque, un'era di inclusione e di espansione, non di regressione come dice la sinistra, della democrazia italiana.
Il terzo effetto?
È il più importante. Forza Italia è riuscita a restituire dignità politica, forza culturale, ruolo istituzionale alle tradizioni di centro, democristiana, liberal socialista, repubblicana, liberale che l'«operazione Tangentopoli» rischiava di condannare all'estinzione. Gli elettori di centro non sono rimasti orfani, non sono stati lasciati in balia della «macchina di guerra» della sinistra. Hanno immediatamente trovato un punto di riferimento che difendeva i loro valori e i loro programmi e, nello stesso tempo, superando le degenerazioni del passato, li metteva al servizio di una nuova fase della modernizzazione italiana. Continuità e insieme rinnovamento: questa è stata la scommessa politica che ha reso Forza Italia il nuovo grande partito del centro italiano.
Un centro diverso dal passato....
Certo, perché un'altra grande novità è stata la rinascita del pensiero politico liberale. Quel che prima era il pensiero di una minoranza è diventato maggioranza. Basti pensare che, dopo la mia discesa in campo, non c'è più in Italia chi non si dica liberale: persino i capi dei Ds! Intendiamoci: io preferisco un Paese nel quale si faccia a gara su chi è più liberale piuttosto, come era prima, dove titolo di merito era essere comunista o filocomunista. Mi piacerebbe però che alle parole corrispondesse la realtà, cosa che invece non sempre accade. L'Italia non è ancora un Paese compiutamente liberale ma si può dire che sta cominciando a diventarlo. Grazie a noi il pensiero di De Gasperi, quello di don Sturzo e quello di Einaudi, prima relegati negli archivi, sono tornati a circolare come materia viva. E, insieme a essi, intere biblioteche precedentemente ignorate dalle Università e dai media sono state grazie a noi «riabilitate». Locke, Tocqueville, Hayek, tanto per fare qualche nome hanno ripreso valore nel discorso pubblico laddove prima dominavano Marx e Marcuse. E c'è stata anche una svolta di qualità...
In che senso?
Fino alla nostra comparsa sulla scena politica in Italia il liberalismo era inteso o come l'ideologia aggressiva di una borghesia egoista e antisolidale o come la massima rappresentazione della cultura anticlericale. Con noi, invece, il vero liberalismo, quello cattolico come quello laico, ha riconquistato il posto che gli spetta nella storia: quello della più efficace e più attuale teoria di come governare società orientate sulla promozione umana e sulla centralità della persona. Il risultato è stato il determinarsi di una vera e propria rivoluzione politica...
Quale?
Quella di un partito, Forza Italia, e di uno schieramento, la Casa della libertà, nei quali laici e cattolici possono finalmente convivere superando antichi pregiudizi. Si può dire che solo dopo la caduta del Muro di Berlino l'Italia abbia superato davvero la sindrome di Porta Pia, la «questione romana». E l'abbia fatto grazie alla nascita del centro-destra. È l'ispirazione liberale, fondata sulla centralità della persona a permettere a cattolici, a liberal-socialisti, a persone della destra democratica di condividere valori e programmi, andando oltre le vecchie barricate ideologiche ed etiche e costruendo un grande partito liberale di massa d'ispirazione cristiana...
Ma anche nel centrosinistra convivono cattolici e laici...
Sì, ma si rifletta: l'unica cosa che li lega davvero è, appunto, l'anti-berlusconismo. Per il resto nulla li unisce. Nell'Unione ci sono cattolici che credono nel primato della persona che convivono con socialisti che credono nel primato dello Stato e con comunisti che ancora credono in quello della classe. È un caos, senza valori comuni. Come possono stare e governare insieme persone che credono in cose tanto diverse tra loro? La qual cosa, tra l'altro, induce il centrosinistra ad avere un atteggiamento strumentale sia nei confronti della religione che della Chiesa. Quando dal Vaticano giungono posizioni che essi pensano di poter «usare», come ad esempio al tempo dell'intervento in Iraq, si nascondono tutti dietro le bandiere papaline, non rinunciando però a esibire le foto di Saddam. Quando invece la Chiesa interviene contro l'invasione della tecnologia sul corpo umano o contro le unioni tra gay allora gridano all'ingerenza e il Vaticano si trasforma in una mostruosa macchina di negazione della laicità dello Stato. Non è serio, direi anzi che tutti gli elettori cattolici dovrebbero vergognarsi di questo atteggiamento e per primi dovrebbero capirne la strumentalità. Noi le posizioni della Chiesa le rispettiamo. E ne teniamo gran conto sia quando ci danno ragione che quando ci danno torto. I valori cristiani sono grande parte dei nostri valori: per cui non abbiamo bisogno di «usarli» strumentalmente.
Angelo Panebianco ha recentemente scritto sul Corriere della Sera: «Sono almeno tre i terreni nei quali Berlusconi ha creato forti discontinuità rispetto alle tradizioni della Prima Repubblica. Il primo ha riguardato l'ambito politicamente rilevantissimo, dei simboli. Sul piano simbolico il berlusconismo ha rappresentato l'esaltazione dell'impresa e della libertà economica, argomenti tabù per la politica tradizionale». È d'accordo?
Sì, e aggiungo che questo risultato lo considero ormai acquisito dalla cultura politica italiana. In dieci anni abbiamo rovesciato il binocolo: dalla centralità dello Stato sulla quale si sono focalizzati i primi cinque decenni del dopoguerra, siamo passati, nell'ultimo decennio, alla centralità della società. Prima del 1994, nella politica italiana, la parola chiave era una sola: Stato. Ora le parole chiave sono altre: Persona, Famiglia, Impresa. Compito della politica non è più ampliare l'ambito di dominio dello Stato, ma realizzare gli interessi della persona, delle famiglie, delle imprese. È una rivoluzione copernicana a cui noi abbiamo dato rappresentanza e capacità d'azione politica a un sentimento largamente diffuso nella società italiana, condiviso da un blocco sociale di milioni di persone a cui la politica non dava ascolto, preferendo imporgli tasse per nutrire il «leviatano statalista». Non capisco però perché poi Panebianco sostenga che questo ciclo politico sarebbe concluso. Altro che concluso! Dobbiamo ancora fare un gran lavoro per rendere irreversibile il cambiamento dell'Italia. Tra l'altro c'è un'altra parola, anch'essa assai «simbolica» che dobbiamo ancora riabilitare, sottraendola alla deformazione della sinistra...
Quale?
Solidarietà. È una nobile e bellissima parola che, assieme alla Libertà, costituisce il cuore di ogni politica liberale. Eppure essa, già al tempo della Prima Repubblica, e ancor di più oggi, viene sbandierata da una sinistra che con essa ha poco a che fare...
Perché?
Perché l'ha sempre confusa, e ancora la confonde, con l'assistenzialismo. Che è tutta un'altra storia. La sinistra ha storicamente contestato ogni politica di mercato orientata ad aumentare la produzione di ricchezza, ignorando la dottrina liberale che ha dimostrato come solo la creazione di una «torta più grande» possa permettere alla società di dare vita a vere politiche di solidarietà. Essa, al contrario, ha sempre fatto il tifo per un combinato disposto assai pericoloso: limitazione del mercato (torta sociale più piccola) e aumento della spesa pubblica assistenziale (con relativo aumento delle tasse). Questa filosofia non può produrre vera solidarietà che, viceversa, si dà solo laddove si offrano a tutti eguali chance di elevazione sociale chiedendo in cambio il massimo dell'impegno personale per il progresso della comunità. La solidarietà responsabilizza l'uomo. L'assistenzialismo, al contrario, lo deresponsabilizza, promettendo a tutti una protezione comunque garantita. Parte della sinistra, di fronte alla grande crisi fiscale dello Stato, ha ormai capito di dover cambiare strada: ma il loro Dna continua in ogni caso a spingere il loro ambiente politico e sindacale verso le antiche strade. La prova più recente è la loro avversità alla legge Biagi: quella sì che è una vera legge di solidarietà. Perché allora la vogliono cambiare? Ecco perché il centro-destra deve riabilitare e far propria una parola che la sinistra pronuncia spesso a sproposito.
Bene, presidente, siamo già arrivati a elencare otto grandi svolte...
Ne aggiungo un'altra. L'era Berlusconi ha profondamente cambiato la natura stessa della politica italiana: la politica delle chiacchiere, l'estenuante politica bizantina e barocca del politichese, è diventata la concreta, misurabile, moderna politica dei fatti. Ho provato davvero gran piacere nel constatare come anche negli studi di sociologi di sinistra come Luca Ricolfi si cominci a riconoscerci questo merito. Il «contratto con gli italiani» non è solo e non è tanto un'eccellente trovata mediatica: è una grande innovazione politica. Il cittadino, infatti, ha così il modo di poter giudicare concretamente l'affidabilità dei leader e dei partiti. Si ricorda prima come si diceva? «I politici sono tutti uguali, fanno promesse e promesse ma poi, una volta eletti, non se ne ricordano più....». Bene dal «mio» contratto in poi nessuno può più dire così. Le promesse sono verificabili: il che significa dare al cittadino gli strumenti concreti per decidere chi votare. Le sembra poco?
Nient'affatto. Però questa volta il contratto con gli italiani non ci sarà...
Non nella stessa identica forma. Ma ci sono dieci punti assai solenni e precisi che costituiscono il nostro impegno con gli elettori. Da questo nuovo stile, da questa nuova moralità della politica, che è costituita dal rispettare gli impegni assunti con gli elettori, noi non torneremo più indietro.
Presidente, è il momento di concludere questa prima parte dell'intervista. Lei ha finora delineato alcuni fatti storici che potrebbero costituire senz'altro un perfetto identikit del «berlusconismo». Non di un'ideologia, ripetiamolo, ma certamente di un preciso movimento storico. Torno allora a chiederle: rifiuta ancora l'etichetta «berlusconismo»? E ritiene possibile che questo movimento storico sia al tramonto?
Senta, lo si chiami pure come si vuole. Io sono appassionato alla questioni di etica, non a quelle di etichetta. Ciò che mi sta davvero a cuore è tornare a dare una risposta conclusiva alla sua ultima domanda. Che è questa: se tutte le grandi innovazioni che abbiamo prodotto in questi dieci anni fossero al tramonto vorrebbe dire che l'Italia si appresta a fare un gigantesco salto indietro nella storia. Il che non solo non è auspicabile ma non è neanche possibile. Le conquiste che abbiamo costruito in questi anni assieme agli italiani fanno ormai parte della nuova modernità politica della nostra nazione. Abbiamo ora bisogno di altri cinque anni per consolidare e portare a termine il cambiamento. Diciamo così: chiunque immagini o auspichi il tramonto del cosiddetto «berlusconismo» immagina e auspica il tramonto della nostra modernità politica. So che c'è chi lo vuole. Perciò dicevo prima che il 9 aprile la scelta di campo sarà netta: permettere all'Italia di proseguire nel suo nuovo cammino o consentire alla sinistra di riportare la nostra storia all'indietro.
Parte seconda: il governo
La storia dell'ultimo decennio parla a suo favore. A questo punto si impone, nella seconda parte dell'intervista, un'analisi spassionata degli anni di governo.
Perché spassionata? Io vorrei invece farla molto appassionata...
Spassionata stava per obiettiva...
Ci mancherebbe. Gli italiani sono un popolo maturo, non ci stanno mica a farsi raccontare bugie o storielle di parte. È anche per questo che vinceremo le elezioni: perché si capisce lontano un miglio che i nostri avversari raccontano troppe falsità...
Cominciamo dalla politica estera. E non possiamo non tornare sul caso che ha portato alle dimissioni di Calderoli. Prodi ha sostenuto in quei giorni che il suo governo è responsabile di aver deteriorato i rapporti con il mondo arabo e islamico...
Ho già detto in quei giorni, e ripeto oggi, che non rispondo volentieri a tesi di comodo che corrispondono certamente all'interesse politico di una persona, ma non all'interesse nazionale. Nel Paese che io sogno le dimissioni di Calderoli sarebbero state accompagnate da unanime consenso e, da quel momento in poi, si sarebbe reagito collaborando tutti insieme alla crisi che si era determinata. Dire invece che la responsabilità delle aggressioni contro l'Italia era del governo italiano, senza neppure spendere una parola per deprecare la sproporzione della reazione, le violenze che erano in atto, è stato un atteggiamento antinazionale, quindi sbagliato e pericoloso. Ma soprattuto misero: Prodi dice di essere una persona dotata di un «superiore senso delle istituzioni», chiede il governo per portare «serietà»: poi al contrario, per speculare su qualche voto in più, se ne infischia del senso di responsabilità. Con Prodi andrebbe al governo l'ipocrisia, non la serietà.
Ma i rapporti con l'Islam si sono davvero deteriorati?
Quando siamo arrivati al governo i rapporti con la Turchia erano compromessi vista la gestione che la sinistra aveva fatto del caso Ocalan. Se oggi sono rapporti di straordinaria intesa questo è solo merito del governo e mio personale. Se Sharon e Abu Mazen, entrambi, si erano dichiarati favorevoli a tenere i negoziati per la pace in Italia non credo che l'abbiano fatto per segnalare la loro distanza dall'Italia! La verità è che i nostri rapporti sono enormemente migliorati con tutti i Paesi dell'area mediorientale e la considerazione dell'Italia non è mai stata così alta. Questo, a causa del mio impegno personale ma anche del chiaro equilibrio della nostra linea politica e culturale...
A cosa si riferisce?
Al fatto che noi abbiamo sempre cercato il dialogo con tutti, senza pregiudizi o partiti presi. Abbiamo considerato l'impegno per evitare uno sciagurato scontro di civiltà come un dovere etico e politico di rilevanza universale. Nello stesso tempo non abbiamo mai cercato di dissimulare la grande fede che abbiamo verso le nostre tradizioni e le nostre radici, l'orgoglio che proviamo per la nostra identità. Del resto un vero dialogo si può fare solo se, come si dice, c'è reciprocità. Questo equilibrio è il grande antidoto per evitare che il Ventunesimo secolo possa ripiombare negli incubi che travolsero il Novecento. Guai a ritrarsi dal dialogo: da quello religioso come da quello politico e istituzionale. In questo caso si preparerebbe un futuro buio per le nostre terre. Ma guai anche se l'Occidente rinunciasse ai propri più fondanti valori. Anche in questo caso il nostro futuro si farebbe buio. Si tratta di ricercare quell'equilibrio che lo stesso Benedetto XVI ha recentemente riproposto al pianeta: ci vuole rispetto per tutti, ma la risposta all'eventuale offesa non può mai essere la violenza.
Sempre nell'articolo cui si faceva prima riferimento Angelo Panebianco, riguardo alla politica estera diceva: «Berlusconi è stato l'interprete di una politica occidentalista: fedeltà agli Usa anche al prezzo di tensioni in Europa, scelta di campo pro-israeliana, una politica europea meno disponibile a lasciare all'Italia il ruolo di ruota di scorta dell'asse franco-tedesco»...
Ringrazio Panebianco per la precisione della sua analisi: effettivamente è stato questo il disegno che ho inteso perseguire e per realizzare il quale ho dovuto accettare prima le dimissioni del ministro Ruggiero, che dissentiva da questa linea, e poi assumere «l'interim» degli esteri per un lungo periodo, continuando però, anche in seguito, a occuparmi per almeno metà del mio tempo di politica internazionale. Oggi possiamo dirlo con orgoglio: è stato questo il disegno che ha restituito all'Italia un ruolo di grande prestigio nel mondo. L'Italia è protagonista tra «i grandi». Se la sinistra avesse un minimo di amor patrio lo riconoscerebbe. Invece stanno ancora lì a raccontare evidenti falsità contro di noi e a mordersi le mani dalla gelosia. Prodi, ad esempio, quando era presidente della Commissione europea, non solo non difese mai i nostri interessi, ma riuscì a rendersi ostili molte nazioni europee...
Prodi però dice che lei ha fatto solo la politica delle «pacche sulle spalle»...
Diciamo che è sempre meglio per l'Italia saper suscitare simpatia piuttosto che presentarsi a ogni riunione internazionale con quell'aria perennemente afflitta da bulldog esausto. Comunque Prodi non sa quel che dice. È una mia invenzione o risponde al vero il fatto che, nel semestre di presidenza italiana, grazie al nostro lavoro siamo riusciti a far approvare gli Action Plan infrastrutturali europei che hanno portato evidenti vantaggi al nostro Paese e al futuro della viabilità in tutto il Continente? E ancora. È vero che l'Italia è stata protagonista attiva e determinante della nomina del nuovo presidente della Commissione facendo prevalere José Manuel Barroso, esponente del Ppe, sul candidato dell'asse franco-tedesco? È vero che abbiamo avuto un ruolo fondamentale nello storico risultato di Pratica di Mare, con l'accordo tra la Nato e la Federazione Russa che ha definitivamente archiviato la guerra fredda? È vero che da Bush, da Putin, da Blair, da Sharon, da Kofi Annan sono arrivate nei confronti dell'Italia non pacche sulle spalle ma dichiarazioni precise di apprezzamento per il nuovo ruolo da noi assunto nello scacchiere internazionale? Potrei continuare ma mi fermo qui per carità di patria. Vede, la gelosia è legittima anche in politica e anche per Prodi: ma, lo ripeto ancora una volta, quando è in ballo l'interesse nazionale, essa si trasforma in sentimento antipatriottico. Il che non danneggia Berlusconi, ma l'Italia. Vuol dire che il leader dell'Unione non fa il tifo per l'Italia...
Quali sono le qualità che, a suo parere, vengono oggi riconosciute sulla scena internazionale al governo italiano?
Tre sopra le altre: abbiamo parlato con una voce sola, abbiamo sempre mantenuto la parola data e non abbiamo mai, com'ho detto, rifiutato il dialogo con nessuno. Tre qualità che tutti hanno riconosciuto e apprezzato come vere e proprie novità del nostnostro Paese, parlando di una «nuova coerenza» dell'Italia. Esemplare è stato poi il ruolo che abbiamo avuto, al fianco degli Stati Uniti, della Gran Bretagna, della Spagna e degli altri Paesi del mondo libero nelle coalizioni a difesa della libertà e per la diffusione della democrazia nel mondo. Se al governo ci fosse stata la sinistra non ci sarebbe stata maggioranza: avrebbe avuto bisogno dei nostri voti per fare altrettanto, come accadde al tempo del Kosovo. Questo è il punto: la coalizione di Prodi infatti non è in grado di garantire la tenuta delle nostre storiche alleanze e di un'univoca linea di politica estera. Essa sì, davvero, non è affidabile sul piano internazionale. Basta ricordare ciò che è avvenuto di recente. Hanno manifestato sempre contro Bush e mai contro Saddam. Hanno parlato di «resistenza irachena» giustificando così la guerriglia e il terrorismo. Parlano di ritiro immediato dei nostri soldati dall'Iraq da almeno tre anni, da prima di Zapatero, senza porsi alcuno riguardo alla difesa della popolazione irachena e alla ricostruzione della sua giovane democrazia. Adesso poi, che il ritiro dei nostro soldati è davvero imminente, fanno i furbetti e nel loro astruso programma sostengono che proporranno «immediatamente» il ritiro ma che rispetteranno «i tempi tecnici necessari». Sono puri equilibrismi. È questa l'immagine dell'Italia che auspicano i nostri cittadini? Questa è solo la vecchia Italietta.
Sul ritiro dei nostri soldati ha qualcosa da aggiungere?
Per me fanno fede le parole che il governatore di Nassiriya ha pronunciato nell'anniversario del sacrificio dei nostri ragazzi: «Abbiamo bisogno della presenza dei soldati italiani. Il ritiro deve essere graduale e concordato con il governo centrale, in modo che non ne risentano la stabilità e la sicurezza della provincia. Se i soldati italiani andassero via adesso ci sarebbero problemi, il rischio di anarchia e la provincia potrebbe diventare rifugio di terroristi. In questo modo tutto quello che è stato fatto finora dagli italiani verrebbe meno». I nostri soldati hanno addestrato più di diecimila iracheni dando la possibilità all'Iraq di difendere da solo la sicurezza della provincia di Nassiriya. Il nostro ritiro potrà quindi avvenire entro la fine di quest'anno.
Cosa risponde a chi dice che è stata la guerra in Iraq a permettere al terrorismo di crescere e di fare nuovi proseliti nei Paesi islamici?
Che scambiano la causa con l'effetto. La verità è che l'evoluzione della situazione irachena sta determinando la più grande sconfitta del terrorismo e delle sue opzioni strategiche. Ciò che le centrali del terrore vogliono davvero impedire è che il grande esito dell'intervento in Iraq, la nascita della nuova democrazia irachena, possa diventare un contagio per tutta l'area mediorientale. Che l'utopia della libertà possa diffondersi in tutti i Paesi arabi e islamici. Non è un mistero che il vero obiettivo di Al Qaeda sia quello di terrorizzare, intimidire, minacciare le classi dirigenti del mondo mediorientale per bloccare il possibile sviluppo in senso moderato dei governi di quei Paesi. A ben vedere, tra l'altro, è questo il tema che sta emergendo in tutte le aree del pianeta, in Occidente, nell'Islam, nel Medioriente, in Asia: un grande scontro mondiale tra moderatismo e fanatismo. Tra chi crede in una politica fatta di dialogo e di risoluzione riformista dei contrasti e chi invece soffia sul fuoco degli squilibri sociali e dei contrasti religiosi in nome di ideologie antagoniste. Unire tutti i moderati per isolare il fanatismo e battere il terrorismo: è questo il compito storico della nostra generazione. Che, tradotto in altre parole, significa battersi per affermare la libertà in tutto il pianeta. Ma come può non dico riuscire ma semplicemente impegnarsi in questa impresa una coalizione come l'Unione che è divisa tra un'area tendenzialmente moderata, estremamente minoritaria, e un'area ispirata dal fanatismo?
Allude al caso Ferrando?
Magari il problema fosse quello di una singola persona. C'è anche il caso del disobbediente Caruso o quello dell'ex dirigente palestinese Ali Rashid che giudica Sharon, testualmente, «un criminale». Ma c'è di più. In realtà Ferrando o Caruso o Rashid sono solo la punta di un iceberg che coinvolge il pensiero distorto di tanti militanti di sinistra. Da questo punto di vista non aver candidato Ferrando è stata in parte un'ipocrisia perché egli propone giudizi condivisi da molti. Non era certo da solo il signor Ferrando nelle manifestazioni in cui si inneggiava a Saddam, alla strage dei nostri militari a Nassirya e si bruciavano le bandiere americane. Purtroppo a sinistra, su questi temi, doppiezza e ambiguità si sprecano: persino in persone che, avendo ricoperto incarichi istituzionali, dovrebbero esserne immuni. Mi ha colpito negativamente il fatto che recentemente D'Alema abbia messo sullo stesso piano la strage di Nassiriya e il presunto uso del fosforo a Falluja da parte degli americani, ovviamente guadagnandosi il giorno dopo le simpatie dei no global. Mi domando se sia lo stesso D'Alema che qualcuno vorrebbe ministro degli Esteri. Esibendo questa doppiezza non si può governare un grande Paese occidentale.
Passiamo al tema dell'Europa. Indichi la più grande differenza tra la sua politica e quella di Romano Prodi.
Prodi vuole continuare la politica di sempre dell'Italia in Europa, quella di totale appiattimento sulle posizioni di Francia e Germania. Io ho lavorato e lavoro, invece, per un nuovo protagonismo italiano che meglio risponda da una parte ai nostri interessi e dall'altra a fare dell'Europa una protagonista della politica mondiale. Tra l'altro, anche volendo, l'idea di Prodi non è più praticabile. Il mondo è sempre più interdipendente e un Paese è storicamente inserito nelle alleanze internazionali del mondo libero, dalla Nato al G8 all'Unione europea, non può ridursi a fare la ruota di scorta di nessuno senza pregiudicare gli interessi dei suoi cittadini. La scelta che abbiamo fatto negli ultimi anni, quella di emanciparci dalla subalternità rispetto all'asse franco-tedesco, il nuovo rapporto che abbiamo creato con la Gran Bretagna di Blair e con tutti i nuovi membri dell'Unione, hanno offerto all'Italia opportunità di leadership che i nostri predecessori non erano stati capaci di immaginare. Il nostro governo ha costruito un nuovo asse geopolitico delle sue relazioni internazionali. Un asse che passa lungo il tragitto Gerusalemme, Roma, Londra, Mosca, Washington. Un asse cui oggi si aggiunge la Berlino della Merkel la quale, con grande coraggio e lungimiranza, ha capito che un rapporto esclusivo con Parigi non conviene più neanche alla Germania. La qual cosa, negli ultimi mesi, ha costretto persino Chirac a rivedere le sue posizioni e i suoi rapporti con Washington. Dunque la strategia di Prodi non solo è sbagliata in sé, non solo lede gli interessi dell'Italia ma è oggi persino improponibile per... assenza di interlocutori. Prodi vive in un piccolo mondo antico che non esiste più.
Torniamo in Italia, ai cinque anni del suo governo. Vogliamo cercare di giudicare anche la politica nazionale del governo con un minimo di distacco storico? Secondo lei, che cosa ha rappresentato il governo Berlusconi nella storia del nostro Paese?
Non è difficile per me cercare di essere obiettivo, considerare serenamente quel che ho fatto come se l'avesse fatto un altro. Vede la differenza tra un uomo d'impresa e un politico di professione è proprio questa: l'uomo d'impresa non può nascondersi le difficoltà: se lo facesse metterebbe a rischio la sua stessa attività. Perciò io mi sono abituato fin da quand'ero ragazzo a guardare alla realtà, a nient'altro che alla realtà senza edulcorarla o camuffarla...
Cominciamo allora...
Innanzitutto il mio è stato un governo operaio, così come avevo promesso. Chiede distacco storico? Bene, ripensiamo alla storia italiana dell'ultimo trentennio, al tempo che va dal decennio dei Settanta fino alla fine del secolo. Sono tanti, trent'anni: ebbene i governi che da allora si sono succeduti sono riusciti a realizzare non più di quattro-cinque grandi riforme. Con il mio governo il rapporto si è letteralmente rovesciato: in cinque anni abbiamo messo in cantiere 36 grandi riforme. In un Paese dominato da interminabili e inconcludenti chiacchiere abbiamo imposto la moralità del fare, l'«eresia» di una politica di servizio che significa passare almeno quindici ore al giorno a lavorare per gli italiani. In un Paese paralizzato da indecisionismi e da veti contrapposti abbiamo deciso, agito, imposto soluzioni. Io, che sono un perfezionista, penso che avremmo potuto fare meglio e di più. A volte, per tenere conto delle posizioni di tutti i partiti della coalizione, ci siamo autocensurati. Ma quel che storicamente non si può discutere è la grande svolta imposta a tutto il sistema politico. Le poltrone del potere non servono più solo per essere scaldate. E il riformismo, da semplice teoria, è diventato concreta azione di governo.
D'accordo, ma in quale direzione? C'è chi l'accusa di non aver pigiato l'acceleratore «liberale» delle riforme e chi, al contrario, di aver penalizzato la tenuta «sociale» del Paese.
Contro di noi viene indirizzata ogni genere di accusa, anche quelle più contraddittorie tra loro. La verità è che non esistono, in astratto, governi «liberali» e governi «sociali», anche perché i due concetti non sono affatto antitetici tra loro. Semmai la vera contrapposizione è tra governi liberali e governi statalisti: ciò che costituisce la vera differenza tra noi e la sinistra. Chiarito questo, devo dire che la differenza più importante è quella tra i governi che sanno reagire agli eventi, anche a quelli imprevisti e i governi che, invece, da essi si lasciano travolgere. Ebbene il mio è stato un governo che ha saputo dominare gli eventi, anche quelli più duri che ci si sono presentati davanti. Tutti sanno che l'Europa è stata investita da una delle stagnazioni più gravi della storia della sua economia: è stato perciò obbligatorio per noi far prevalere, nella nostra azione, le politiche di «difesa sociale» del Paese. Non potevamo, mentre la gente faceva i conti con l'impatto dell'euro (malpreparato e malgestito, lo ricordo, da Prodi) e con la crisi delle esportazioni, pigiare l'acceleratore «liberale» come avremmo voluto. Il primo dovere che abbiamo sentito è stato quello di difendere le tasche degli italiani. Ed è esattamente quello che abbiamo fatto. Sì, guardando al senso di marcia dei nostri più importanti provvedimenti economici si può dire che il nostro è stato innanzitutto un governo di «difesa sociale» dell'Italia.
Cosa ha significato questo nel concreto?
Le dico solo quattro cose tra le tante:
1) Abbiamo avviato la riduzione fiscale partendo dai ceti meno abbienti. Un contribuente su tre, dieci milioni di persone in più rispetto a prima, non deve più pagare le tasse. E quasi tutti i benefici della no-tax area sono concentrati sui redditi sotto i 15 mila euro.
2) Abbiamo aumentato a 551 euro al mese la pensione a un milione e ottocentomila persone.
3) Abbiamo mirato sulle famiglie gran parte del nuovo sistema di deduzioni fiscali, privilegiando quelle con più figli (516 euro per ogni figlio) e quelle con problemi di handicap (774 euro per ogni figlio disabile).
4) Abbiamo reso possibile detrarre fino a 1820 euro per chi paga badanti per persone non autosufficienti.
5) Abbiamo destinato al Sud 22,7 miliardi di euro, la somma più alta della recente storia italiana favorendo la fiscalità di vantaggio per chi assume a tempo indeterminato e stroncando i finanziamenti a fondo perduto...Infine c'è un dato che parla ancora più chiaramente di tutti gli altri...
Quale?
Lo sa lei a quanto ammontava in Italia, prima del 2001, il numero delle famiglie e delle persone povere?
Lo dica...
Due milioni e seicento mila le famiglie e 7 milioni e ottocento mila le persone povere. Oggi sono due milioni e trecento le prime e sei milioni e settecento le seconde. Il che vuol dire che, con il mio governo, oltre un milione di persone sono uscite dallo stato di povertà. Le pare poco?
No, certo... Ma mi tolga una curiosità, perché non ha ancora citato la legge Biagi?
Per lasciarla per ultima e darle l'importanza che merita. Perché vede, la nostra riforma del mercato del lavoro è la più autentica dimostrazione di come non ci sia alcuna contraddizione tra governo liberale e governo sociale. La legge Biagi, infatti, amplia la libertà del mercato del lavoro, elimina molti lacci e lacciuoli agli imprenditori e con ciò, nello stesso tempo, consente di aumentare l'occupazione. Com'è noto, il nostro governo ha creato oltre un milione e mezzo di posti di lavoro in più. Ed è stata proprio la riforma del mercato del lavoro a consentirci di raggiungere risultati «sociali» migliori di Francia e Germania. Ma devo anche aggiungere che sono state tante le leve «liberali» da noi usate per promuovere obiettivi di «difesa sociale»...
La riforma delle pensioni ad esempio..
Quella prima di tutto. Abbiamo cominciato a rendere meno angoscioso il futuro dei nostri ragazzi, altrimenti penalizzati dal deficit contributivo dello Stato. Ma poi ci sono le agevolazioni alle imprese. 1) Abbiamo ridotto di un punto il costo del lavoro; 2) abbiamo ridotto le imposte sul reddito delle società dal 36 al 33%; 3) abbiamo cominciato a ridurre l'Irap: trecentoventimila aziende non pagano più l'odiosa tassa introdotta dall'Ulivo e tre milioni e mezzo la pagano di meno, potendo escludere i costi sostenuti per la ricerca; 4) abbiamo creato il «bonus nuovi assunti» che permette di dedurre fino a 20 mila euro il costo del lavoro di chi viene assunto a tempo indeterminato, arrivando fino a 100 mila euro nel Sud. Ma il risultato che io considero il più «liberale» e insieme il più «sociale» di tutti è ancora un altro....
Quale?
Abbiamo aumentato del 40% la spesa sanitaria nazionale e abbiamo assunto 160 mila insegnanti precari nella scuola, tanto per citare solo due cose assai eclatanti. Cioè abbiamo aumentato significativamente la spesa sociale, in due settori chiave come scuola e sanità, senza togliere nemmeno un euro dalle tasche dei cittadini. Anzi, riducendo complessivamente il prelievo fiscale al 40%. Di più: abbiamo anche imposto a tutta l'amministrazione una forte riduzione delle spese, stabilendo un tetto massimo annuale del 2%. Lei chiedeva un giudizio storico obiettivo? Giudichi lei un governo che, durante una grave crisi di stagnazione, riduce le tasse, aumenta la spesa sociale e riduce la spesa pubblica superflua. Faccio propaganda o è giusto considerarlo una specie di miracolo?
Si potrebbe allora dire che il suo è stato un governo liberal-socialista più che soltanto liberale...
Non vedo perché dovrei autorecintarmi in etichette astratte. Potrei risponderle che solo un governo autenticamente liberale può muovere nella sua azione dal dovere di ridurre le tasse e, insieme, la spesa pubblica. Preferisco però dire che il mio è stato un governo ispirato dal buon senso e da un profondo amore per il mio Paese. Mi ascolti: c'era forse bisogno di essere liberali o socialisti per accorgersi che l'Italia non rinnovava le sue infrastrutture da oltre trent'anni e accingersi a un grande piano di ammodernamento di tutta la rete? C'era forse bisogno di essere liberali o socialisti per accorgersi che la nostra scuola stava decadendo, che i nostri ragazzi non conoscevano l'inglese, che la formazione degli studenti, in una scuola di massa, doveva essere necessariamente «personalizzata» altrimenti erano troppi a «rimanere indietro»? C'era forse bisogno di essere liberali o socialisti per immaginare che nell'era di Internet occorreva metter mano a un grande piano di digitalizzazione di tutta la Pubblica Amministrazione? Ebbene il mio governo è stato il primo a capire queste cose e a realizzarle. E, dopo il 9 aprile, continueremo con questa stessa identica filosofia. Diciamo la verità: oggi l'alternativa non è tanto quella tra andare a destra o andare a sinistra, quanto quella tra andare avanti e andare indietro. E, come abbiamo scritto sui manifesti di tutte le città italiane, andremo avanti. L'Italia sceglierà, ancora una volta, di andare avanti.
Affrontiamo un capitolo spinoso. Le leggi ad personam...
È un capitolo spinoso solo per la sinistra, perché anche questa polemica, come quasi tutte quelle che rivolgono contro di noi, era ed è solo panna montata. Ragioniamo: una legge ad personam è quella che risulta essere giusta solo per un singolo individuo e sbagliata per il resto della popolazione. È così, no?
Sì, è così...
Ebbene, non c'è una sola legge di questo tipo approvata dal mio governo. Prenda la tanto contestata Cirami. È giusto o no che un qualsiasi cittadino, ove avvertisse un clima a lui ostile nella Corte dalla quale viene giudicato, possa, sottolineo possa, portando delle prove concrete, chiedere un cambio di sede? Non è giusto: è sacrosanto. Soprattutto perché il cittadino si limita a chiedere: sarà poi l'autorità giudiziaria a decidere. Dov'è allora lo scandalo?
E la legge sulle rogatorie?
Secondo lei è giusto che i magistrati possano avvalersi, in un qualsiasi processo, di rogatorie-fasulle, spedite da un fax qualsiasi prive di qualsiasi formale certificazione d'autenticità? Bene, noi ci siamo limitati a pretendere che le rogatorie risultino formalmente ineccepibili. È chiedere tanto? Per la nostra sinistra e per certi magistrati sembra di sì. Vorrebbero che il loro potere fosse totale e arbitrario. Ma non sono queste le regole di uno Stato di diritto. E pazienza se, per impedirlo, incasseremo qualche polemica strumentale in più. Sui principi di libertà non si può transigere. Pensi che sono arrivati a definire legge ad personam persino la legge sull'inappellabilità solo perché io ero già stato assolto in primo grado dal processo Sme! Un processo, lo ripeterò fino alla noia, dal quale esco con una medaglia perché avevo lavorato per impedire che quel campione di svendite che è il signor Prodi svendesse ad amici (potremmo dire ad personam amicam?) un'azienda dello Stato. È invece evidente che la riforma dell'inappellabilità sancisce un grande principio di giustizia già presente nella più grande democrazia del mondo, gli Stati Uniti, e nello stesso tempo rende più celeri i tempi del nostro sistema giudiziario. Le voglio però fare una confessione...
Prego, presidente...
I media non le hanno enfatizzate a dovere: eppure il mio governo ha davvero fatto tre grandi leggi ad personam...
Quali?
La prima è stata quella che ha abolito la leva obbligatoria, regalando un anno di vita, di studio, di lavoro, di viaggi per costruire il loro futuro a tutti i nostri ragazzi.
E la seconda?
La legge sulla legittima difesa. Anche qui molti cittadini potranno sentirsi più sicuri nella loro casa. Prima erano in totale balìa degli aggressori. Oggi sanno di potersi difendere.
Si tratta però di una legge accusata di essere poco garantista...
Non credo che ci sia qualcuno più garantista di me. La Casa delle libertà ha fatto del garantismo una sua bandiera. Ma il garantismo è tale solo se funziona a 360 gradi, non se si applica a senso unico. È certamente garantismo difendere i diritti di qualsiasi imputato, perfino quelli di un delinquente: nessuno, infatti, in assenza di prove, può essere condannato. Ma è garantismo, vero garantismo, anche difendere i diritti delle vittime. Il nostro è un Paese che ha sempre tributato grandi parole retoriche alle vittime della criminalità salvo dimenticarsene il giorno dopo. Ebbene, con la nostra legge, finalmente i diritti delle vittime entrano, ufficialmente, tra i diritti tutelati dallo Stato italiano. Se entrano in casa delle nostre famiglie di notte o in un negozio in pieno giorno, compiono già un attentato alla vita delle persone. Lo Stato non può dire a queste persone, che in nessun caso possono difendersi...
E la terza legge ad personam?
È quella sulla droga. Una legge che si rivolge a tutte le persone che consumano stupefacenti e che, dopo decenni nei quali, una certa politica e una certa cultura, hanno civettato con l'uso della droga, considerandola persino un fattore di libertà e di creatività, dice loro, per la prima volta, «basta». Un «basta» a caratteri cubitali: drogarsi non è ammesso. Ma, al contrario di quanto si è detto, la legge non equipara affatto, sul piano delle sanzioni, le sostanze «leggere» a quelle «pesanti». In primo luogo perché un'apposita tabella del Ministero della Salute stabilirà il confine tra uso personale e spaccio. Poi perché le sanzioni che riguardano le droghe leggere saranno di tipo amministrativo. Pesanti, molto più pesanti di prima saranno invece le sanzioni penali per chi spaccia. Intendiamoci, io so benissimo che non basta una legge per battere la droga. Ci vuole un impegno morale e culturale di tutta la società. Ma intanto bisognava cambiare registro: proprio a difesa della persona e della sua vita. La vita è il dono più prezioso che abbiamo ricevuto: non è giusto buttarla via. Non dobbiamo mai smettere di ricordarlo ai nostri figli.
Bene, presidente. Abbiamo dato un giudizio abbastanza esauriente del suo governo. Proviamo ora a valutare con lo stesso metro lo schieramento rivale. Qual è, a suo giudizio, l'identikit del programma di Prodi?
È facile: l'assenza di un vero programma.
Ma come, hanno scritto più di 281 pagine...
Appunto. Quando si scrive un programma così lungo, impossibile da leggersi per qualsiasi cittadino normale, vuol dire che il programma non conta niente. Del resto basta sfogliarlo per rendersene conto. Sulle tre questioni più importanti della vita del Paese, la politica estera, la politica economica, la politica civile, l'Unione non è proprio in grado di assumere una posizione programmatica precisa: perché in tal caso la coalizione si dividerebbe già prima del voto. Abbiamo già detto della politica estera e della questione Iraq, dove sono stati attenti a non scontentare nessuno. Ancor più emblematico è il «caso Tav»: non hanno scritto sul programma alcun impegno preciso sul tunnel della Val di Susa, nonostante le proteste del loro presidente del Piemonte perché, come si è ampiamente visto, non sono d'accordo tra loro. Identico ragionamento si può fare sui cosidetti Pacs: sul programma c'è scritto chiaramente che vogliono «riconoscere giuridicamente» tutte le coppie di fatto, anche quelle omosessuali però c'è Rutelli che, per non irritare il mondo cattolico, dice invece pubblicamente che di nozze gay non se ne parla. Anche in questo caso siamo alle solite: l'Unione propone tutto e il contrario di tutto. Il che vuol dire solo che non propone niente. In ogni caso, gli italiani sanno bene che a prevalere sarà la sinistra radicale e massimalista che metterà il veto a qualsiasi ammodernamento del Paese. Una sola cosa è certa: qualsiasi parte prevalesse la stabilità politica del Paese sarebbe a rischio. Ed è uno dei motivi per i quali gli italiani torneranno a dare la loro fiducia a noi...
Ne è davvero così sicuro?
Sicurissimo. Per capirlo, sondaggi a parte, basta ragionare con un minimo di buon senso. Quando si compone una coalizione che mette insieme Prodi e Bertinotti, Mastella e la Bonino, Fisichella e Luxuria, Rutelli e Caruso, D'Ambrosio e il figlio di Craxi, global e no global, cattolici e anticlericali, Pacs e antipacs, riformisti (pochi) e statalisti (molti), filoamericani (pochissimi) e antiamericani (moltissimi), gente che sta agli antipodi su quasi tutto, con quale credibilità si può chiedere di governare un grande Paese come l'Italia? Lei pensa che gli italiani non lo vedano? Alcune diversità politiche sono componibili, anche noi del resto abbiamo le nostre. Ma quando le diversità si manifestano su punti così essenziali, quando arrivano a coinvolgere il piano dei valori, delle cose in cui si crede più profondamente, come si fa a comporle? È impossibile. Di conseguenza l'Unione si presenta come una coalizione qualunquista, in senso letterale: una coalizione che non crede in niente. Una consorteria nella quale ciascuno è disposto a rinunciare o a mettere in discussione i propri valori pur di battere l'odiato Berlusconi. È questo allora l'identikit del centrosinistra: gente senza veri principi che si unisce al solo fine di conquistare il potere....
Lei li ha già definiti una sorta di armata Brancaleone...
Sì, ma mi sono sbagliato. Quella del film era meglio. Almeno lì, a comandarla, c'era un irresistibile Gassman. Prodi, invece, non la comanda perché è ostaggio di tutti. Forse è per questo che è sempre così triste...
Dunque lei non teme in alcun modo la competizione programmatica...
Non posso temerla, perché le ripeto che non c'è alcuna competizione programmatica. L'Unione non ha un programma. Le sole cose che emergono da quelle 281 pagine sono la creazione di venti nuove «entità» di controllo dell'economia e della vita sociale, un assalto generalizzato alle tasche dei cittadini, nessun interesse per la realizzazione delle infrastrutture e per il Sud, chi non ama il Sud, anche solo per questo, non è degno di governare questo Paese. Ma l'Unione non ha un programma, oltre che per i motivi già ricordati, anche per una ragione strutturale che attiene alla sua mission più profonda...
Che sarebbe?
L'Unione si configura come una grosse koalition tra oligarchie finanziarie, poteri bancari e l'universo dei sindacati e delle cooperative rosse; uniti al solo scopo di conquistare il potere per bloccare il cambiamento del Paese e impedire che il nuovo blocco sociale che ci ha portato a vincere le elezioni del 2001, formato dall'imprenditoria italiana, soprattutto piccola e media, dagli artigiani e dai commercianti, dai lavoratori autonomi e dai professionisti, possa consolidarsi proseguendo nella modernizzazione del Paese e nel superamento dei vecchi privilegi. Si può giudicare come si vuole il nostro governo: ma nessuno può negare che noi, pur tra mille difficoltà, abbiamo cominciato a fare dell'Italia una società aperta, libera dalle gabbie delle ideologie, dai pregiudizi sociali, dalle ipocrisie di Palazzo. L'Unione vuole farla invece ripiombare negli antichi labirinti di una politica bizantina, nei veti antiriformatori delle corporazioni sindacali e finanziarie che ne sostengono il potere, nel clima illiberale di chi presume per sé il ruolo di giudice unico dei torti e delle ragioni umane. Mi sono chiesto: cosa può spingere esponenti importanti del mondo bancario a esibire così vistosamente la loro partecipazione alle primarie dell'Unione sapendo di marciare insieme ai no global? Niente altro che la volontà di far coincidere il loro potere con il governo, riaffidarsi ai vecchi riti di Palazzo di una società ingessata. Il tutto cinicamente «sfruttando», a questo fine, la massa elettorale della sinistra. Molti elettori anche di sinistra, si accorgeranno che la vera politica popolare è la nostra. In ogni caso ciò spiega perché l'Unione, strutturalmente, non può avere un programma...
In che senso dice strutturalmente?
Il mandato di Prodi e D'Alema, una volta al governo, vista la coalizione che si ritrovano, non potrebbe che essere quello di «galleggiare», di mediare tra valori e interessi contrapposti. Perciò dico che, con la sinistra, il Paese tornerebbe a essere bloccato. In fondo siamo davanti alla stessa illusione oligarchica che aveva portato nel '96 a ritenere che la sinistra, in quanto più contigua al sindacato, potesse avere vita più facile nello sviluppo del Paese. Si è poi visto come fosse davvero una pia illusione. Ho la sensazione che qualche esponente del nostro mondo finanziario non abbia ancora fatto tesoro di quell'esempio e continui a coltivare un'illusione già tramontata; senza rendersi conto che, con l'Unione al governo, l'Italia tornerebbe indietro perdendo un tempo prezioso lungo il cammino della sua rinascita. No, la sfida di Prodi non si può certo definire una competizione programmatica...
E allora come la definirebbe?
Tecnicamente si potrebbe dire che in realtà Prodi ha lanciato un'Opa sull'Italia. E, per giunta, si tratta di un'Opa ostile, perché, nel proporla diffonde false informazioni sociali. Spaventa i cittadini dicendo loro che tutto va male, che le «azioni» dell'Italia non valgono più niente al fine di conquistare il potere a basso prezzo. Il catastrofismo servito a dosi da cavallo, la sciagurata e falsa retorica del «declino italiano» (la cui responsabilità naturalmente sarebbe tutta del solito Berlusconi) è solo l'inganno attraverso il quale alle elezioni vogliono rastrellare, senza alcun programma, con il minimo dello sforzo, la maggioranza delle azioni dei cittadini italiani. Ma, ne sono certo, gli italiani il 9 aprile glielo impediranno. Si terranno ben strette le loro azioni vincenti e non le affideranno a capitani di ventura senza scrupoli. Impediranno, in altri termini, che il «caso Unipol» diventi una metafora dell'intera nostra democrazia.
Conclusione
Grazie, presidente. Le nostre domande sull'«Italia di Berlusconi» sono finite. Ma non può congedarsi dai lettori di liberal senza accennare al progetto del partito unitario del centro-destra. Il Partito delle libertà vedrà davvero la luce dopo le elezioni?
Dopo aver vinto le elezioni e formato il nuovo governo, mentre riprenderemo il nostro lavoro di cambiamento, avremo questo altro grande traguardo da realizzare: quello della costruzione di un solo grande partito dei moderati e dei riformisti italiani, il Partito delle libertà. Esso rimane l'unico grande progetto per il futuro politico del nostro Paese e, dopo il 9 aprile, l'Assemblea Costituente, insediata nel luglio scorso, riprenderà i suoi lavori per fare in modo che il 2006 segni l'effettiva nascita della grande forza politica che unirà tutti i moderati e i riformisti d'Italia. Anche i nostri avversari pensano di unificarsi facendo nascere un Partito democratico. Io penso che sarebbe auspicabile, ma non lo ritengo realistico perché, come abbiamo visto, non ci sono tra loro valori condivisi. Noi invece abbiamo già sottoscritto un comune «Manifesto dei valori». Si è trattato di un atto assai importante: non solo perché prefigura il percorso che avremo di fronte dopo il 9 aprile ma anche perché dimostra, a tutti gli italiani, come noi al contrario della sinistra, siamo uniti proprio sui valori di fondo...
Ma non ci sono le tre punte?
Già, ma fanno parte della stessa squadra di cui io resto il capitano. È vero che la proporzionale ha indotto i partiti a esaltare le differenze che esistono tra l'uno e l'altro. Ma è anche vero che noi, lo dimostra appunto il Manifesto che abbiamo sottoscritto, partiamo da un'unica visione del mondo. Ed è proprio questa comune visione che proponiamo ancora agli italiani come «scelta di campo». La sfida del 9 aprile è anche una sfida di valori. Noi abbiamo chiare le cose in cui crediamo. I valori della Libertà, della Solidarietà, della Famiglia, i valori di una civiltà liberale e cristiana che ha reso forte l'Occidente e che oggi sentiamo il bisogno di tornare a sbandierare con forza in un mondo segnato dalla violenza e dal fanatismo. Noi sappiamo che la difesa della vita è la nuova frontiera del Ventunesimo secolo: per difendere la nostra convivenza da quel vero e proprio «assalto all'umano» condotto da religioni integraliste, filosofie superficiali, politiche irresponsabili. Noi sappiamo anche che l'espansione della libertà è l'unica chance per dare sviluppo e benessere a tutto il pianeta. Di là invece, su questi temi, c'è solo doppiezza, ambiguità, pressappochismo. C'è solo il confuso rumore del nichilismo. Perciò, ancora una volta, chiediamo agli italiani di lasciarli perdere.
Credo che Venezia, dove sono stato invitato a partecipare ai Colloqui organizzati dalla Fondazione liberal e che sempre in questa città si svolgono, sia il luogo ideale per ragionare su Israele. Da secoli è la porta d’ingresso dell’Oriente verso Occidente. Israele, in fondo, è una sorta di piccola Venezia, è un punto dell’Occidente in un mondo che non è ancora occidentalizzato, e che in Medio Oriente ha una sua reale esistenza. Ma occorre porsi una domanda: la condizione umana oggi è la stessa a Venezia e in Israele? Contrariamente a quanto molti ritengono, non credo che Israele e che il conflitto israelo-palestinese costituiscano un’eccezione nel mondo moderno. Come ha giustamente rilevato il mio amico Renzo Foa, Israele «è una democrazia assediata» e guardando a questa democrazia assediata si pensa all’Europa come a una sorta di democrazia non assediata: non credo che ciò corrisponda a verità, basta considerare il problema energetico, il ricatto sul petrolio che Putin ha già giocato contro l’Ucraina, la Georgia, e che molto presto riguarderà la Polonia e i Paesi Baltici e forse anche l’Unione europea (d’altro canto esiste già una grande alleanza di GasProm con il petrolio e il gas algerino, libico, dell’Uzbekistan). In breve, l’idea di una democrazia assediata non è così errata se si applica all’Unione europea. A questo si aggiunge la questione del Mediterraneo che negli anni Cinquanta un grande scrittore francese, Albert Camus, contrapponeva come luogo della gioia di vivere, del sole, della felicità e dell’armonia, all’Europa franco-russo-nichilista-terroristica, l’Europa come luogo del terrore, a partire da quello rivoluzionario francese fino ad arrivare al terrore leninista-rivoluzionario-nichilista. Oggi il Mediterraneo è un luogo in cui il terrorismo si rivela come rischio elevatissimo, anche se alcuni continuano a sognare un’Europa al di fuori della storia, trasformata in vacanza, come il filosofo tedesco Peter Sloterdijk, secondo cui l’Europa è già fuori dalla storia, in anticipo su tutti i Paesi, soprattutto l’America, per la sua più che ragionevole volontà di evitare guerre, di non preoccuparsi della difesa nazionale e del rischio che comporta vivere in vacanza al di fuori dalla storia. Esiste dunque una grandissima inversione che rende il sogno mediterraneo di Camus il sogno europeo di oggi. Bisogna dunque convincersi che Israele non rappresenta un’eccezione, e che la condizione umana è la stessaa Venezia, a Gerusalemme e a Tel Aviv. Da sempre grandi uomini di Stato hanno pensato di trovare la soluzione definitiva ai problemi del Medio Oriente. Lo hanno fatto Carter e Clinton, lo fanno oggi due statisti, grandi nemici tra loro, ma entrambi sul punto di scomparire dalla scena mondiale: Blair e Chirac, che come ultimo atto della loro carriera vogliono pronunciare le parole dell’angelo della pace in Medio Oriente, come se il Medio Oriente fosse una bolla e fosse sufficiente essere molto saggi e fare la spola tra Gaza e Tel Aviv per risolvere tutti i problemi. Perché i problemi del Medio Oriente sono la chiave di volta dell’ordine mondiale. Il ministro degli Esteri italiano D’Alema ha parlato del contagio che deriva dal conflitto mediorientale che spiegherebbe il terrorismo universale. Attenzione, forse non siamo di fronte a qualcosa di così eccezionale, forse bisogna rinquadrare tutto in maniera diversa, forse è il caos del mondo che si manifesta nel conflitto tra palestinesi e israeliani, forse Israele è lo specchio, piuttosto che la causa, di tutto il male e di tutto il bene che esiste nel mondo.
I due anni di guerra condotta dalla Russia contro il piccolo popolo ceceno che conta meno di un milione di abitanti, hanno fatto più vittime che i cinquant’anni di conflitto tra Palestina e Israele. Ci sono state molte più vittime in Cecenia, e Grozny, la capitale, è stata due volte rasa al suolo, cosa mai più accaduta a opera di un esercito europeo dopo Varsavia. Nonostante questo, ci sono stati molti più dibattiti riguardo alla Palestina. E non perché i palestinesi sono musulmani, anche i ceceni lo sono, ma sicuramente perché vengono uccisi dagli israeliani, mentre i ceceni vengono uccisi dai russi. Si possono avere molte più vittime in Cecenia, e in maniera molto più cruenta, senza che la cosa rivesta molta importanza, perché non sono gli israeliani a uccidere i ceceni. Esiste una sproporzione legata all’idea che la fonte del contagio, il cuore del problema è costituito da Israele, quindi la fonte del contagio è il conflitto israelo-palestinese. Ma questo conflitto non spiega nulla, non spiega le vittime di Hamad, non spiega la guerra tra Iran e Iraq - che è una guerra anch’essa terribile per le popolazioni, tenuto conto delle vittime di quella del ‘14-’18 - non spiega il terrorismo algerino e islamico. Esiste l’idea di una sorta di zona magica in cui sarebbe sufficiente, per far regnare la pace mondiale, far sparire Israele: è un’idea mistica e folle. Tutto questo mi fa venire in mente quelle persone che un tempo prendevano delle bambole e le pungevano con aghi per agire a distanza su qualcuno a cui volevano male; abbiamo grandi uomini che dicono di voler risolvere il problema israelo-palestinese come se fossero in una bolla, e altri uomini che dicono di volerlo risolvere eliminando Israele. Tutte queste persone sembrano avere un comportamento magico, prendono una questione locale - malgrado tutto, di questo si tratta - per considerarla come la fonte di tutti i mali e la chiave dell’ordine mondiale. Occorre accettare l’idea che Israele non è la fonte di tutti i mali o del bene universale, ma che è semplicemente uno specchio del disordine mondiale.
Ma, andando al cuore della questione, cosa significa la condizione umana oggi? Questa non vuole essere una domanda filosofica… La sfida di Ahmadinejad e del governo iraniano che desidera dotarsi dell’arma nucleare e che dice di voler cancellare Israele dalla carta geografica, va presa sul serio oppure è solo una provocazione? Gli israeliani che prendono queste dichiarazioni seriamente sono ossessionati dalla Shoa e dal genocidio, quindi hanno ragione di ritenere che esista un grande pericolo in queste parole. La seconda domanda da porsi è: se viene soppresso Israele, l’ordine del mondo sarà migliore? Avremo la pace in quel caso? Si possono immaginare altre forme di soppressione di Israele, si potrebbero far emigrare tutti gli israeliani in Europa, ad esempio, che fu così accogliente con loro. Uno scrittore ebreo di New York ha riflettuto ironicamente su questo punto in un suo libro, affermando: «Sì, è la diaspora, quindi lasciamo Israele». Ma è una questione molto seria quella che si pone nei corridoi del ministero degli Esteri francese: in fondo il regno cristiano di Gerusalemme è esistito per un secolo e poi è scomparso. Israele esiste già da cinquant’anni, dobbiamo soltanto aspettare perché questo cancro in Medio Oriente, che è causa di ogni male, scompaia allo stesso modo. Dunque, bisogna prendere Ahmadinejad seriamente per quanto riguarda Israele e anche per quanto riguarda l’Europa? Perché in effetti i missili dell’Iran hanno una portata che può probabilmente arrivare a Venezia, in Europa. D’altro canto questi missili vengono forniti dal mercato internazionale, particolarmente dai compagni russi, e sicuramente possono subire anche miglioramenti tecnici. La mia risposta è sì, dobbiamo prendere seriamente tutto questo.
E motivo questa mia risposta attraverso voci che oggi sono scomparse. La prima viene da una dichiarazione resa nel ’68 da un amico di Papa Paolo VI, il filosofo francese Jean Guitton, che era piuttosto orientato a destra ed era naturalmente cattolico: «Ormai la metafisica e la morale - disse Guitton - non sono più relegate nella coscienza privata, non dipendono più dalle religioni. La filosofia e la morale lasciano il segreto delle coscienze e degli oratori, s’iscrivono nell’esperienza, nella politica, nei problemi internazionali, nei problemi strategici». Guitton dice una cosa davvero sorprendente: l’assoluto è disceso sulla terra. Quando è un cattolico a dirlo, in generale allude al Cristo. Ebbene, è disceso sulla terra tramite il terrore, l’evidenza sostituisce la fede, il ragionevole è esigibile. «Pericolo di morte»: queste parole sono scritte in maniera invisibile ovunque. La situazione è cambiata da allora, oppure viviamo sempre sull’orlo dell’abisso come è stato detto per cinquant’anni a proposito della politica della dissuasione, della deterrenza? Un altro filosofo, Jean-Paul Sartre, nell’ottobre del ’45, cioè due mesi prima di Hiroshima e sei mesi dopo l’apertura dei campi della morte di Auschwitz, scriveva alludendo alla comunità umana, che la comunità che è diventata guardiana della bomba atomica è al di sopra del regno naturale, perché è responsabile della propria vita e della propria morte, quindi ogni giorno e in ogni istante dovrà permettere di vivere. C’è chi considera Ahmadinejad, soltanto un folle. È sbagliato. La bomba atomica non era, all’epoca di Hiroshima, a disposizione del primo alienato venuto. Questo folle dovrebbe poprio essere un altro Hitler, un nuovo führer: di questo secondo führer, come del primo, saremmo tutti responsabili. Nel momento in cui è finita la seconda guerra mondiale, il cerchio si è chiuso in ognuno di noi, l’umanità ha scoperto la propria possibile morte e si è assunta la responsabilità della propria vita e della propria morte.
Tutto ciò è finito? Questa vita sull’orlo del baratro appartiene al passato oppure oggi è ancora più presente perché l’abisso si è ampliato? Abbiamo pensato che fosse finita insieme alla guerra fredda, con la scomparsa dei due blocchi, con il superamento delle grandi guerre e con la supremazia della razionalità. È stato Fukuyama a sostenerlo. Ma almeno da dieci anni abbiamo capito che non è vero che tutto è finito, lo hanno capito tutti quelli che non avrebbero voluto vedere un genocidio in Ruanda, il ritorno della guerra, il crollo delle Torri a Manhattan. Ma molti europei continuano appunto a non voler vedere. Il nuovo paradigma è sempre il terrore, la politica sull’orlo del precipizio. Ma le caratteristiche intrinseche del terrore sono cambiate: siamo passati dal terrore nucleare a quello del terrorismo, un terrorismo universale. Quello che non cambia è il fatto che viviamo in un’epoca tragica; anzi si potrebbe perfino dire che il Ventesimo secolo, in paragone, è stato un’epoca più felice perché i due pericoli ai quali alludono Guitton e Sartre - Auschwitz e Hiroshima - erano separati. Chi aveva le capacità di causare Hiroshima non aveva il fanatismo di chi che ha creato Auschwitz. Persino Stalin, quando ha avuto la bomba atomica, è stato frenato dalla seconda guerra mondiale, perché era troppo preoccupato della sua possibile sconfitta nel ’42 per ricominciare una guerra come se nulla fosse. Quando Mao Tse Tung chiarì che sarebbe stato sufficiente lanciare una bomba atomica ovunque perché almeno un terzo dei cinesi morissero grazie alla deterrenza, ma che i due terzi sopravvissuti avrebbero governato il mondo, ebbene a quel punto l’alleanza sovietica con Mao Tse Tung fu subito rotta. Nel Ventesimo secolo sono esistiti due tabù che hanno garantito la pace per cinquant’anni: Auschwitz e Hiroshima, e l’utilizzo della bomba atomica a fini di deterrenza è stato pensato per evitare Hiroshima, ritenendo che tutto la frenesia, la ferocia, la brutalità dell’uomo rivelata da Auschwitz costituiva un pericolo permanente. Gli esperti atomisti che redigevano la newsletter degli scienziati atomici avevano un orologio con la lancetta piccola sempre su mezzanotte mentre la lancetta più lunga si avvicinava o si allontanava rispetto alla mezzanotte atomica; in altre parole, la sopravvivenza dell’umanità era un conto alla rovescia e i due blocchi si mettevano d’accordo per evitare che la lancetta lunga arrivasse su quella corta.
Oggi siamo di fronte a un cambiamento: siamo passati dall’era della deterrenza nucleare all’era del terrorismo generale, dal terrorismo limitato a quello allargato. Proverò a descrivere questo paradigma in quattro punti. Il primo: vi sono ovunque, oggi, persone capaci di un fanatismo stile Auschwitz. Immaginate Mohamed Atta che lancia il suo aereo contro le Torri di Manhattan e immaginate che il suo sguardo incroci lo sguardo di una giovane donna che si occupa per esempio della pulizia delle toilette nelle torri di Manhattan. La donna si chiede: «Perché? Perché noi? Perché io?». Cosa potrebbe rispondere Atta? Certo, non ha nulla da dire, ma cosa potrebbe rispondere? La stessa cosa delle SS interrogate da Primo Levi in un lager. «Perché?», chiese Primo Levi? Un SS risponde: «Qui non c’è alcun perché». Credo che Atta avrebbe dato la stessa risposta. Nel terrorismo odierno c’è qualcosa che lascia aperte le porte di Auschwitz. Non sono del parere che questo terrorismo dipenda solo dal fanatismo religioso. Piuttosto da quella forma di nichilismo, del «prendere quello che vuoi», senza riguardi per nessuno, che accomuna i bambini africani - che non sono islamici ma che hanno in mano a tredici anni dei kalashnikov - allo spirito dell’armata russa in Cecenia. Get what you want!, prendi quello che vuoi, diceva una scritta su un braccialetto da polso di un soldato russo che ho incontrato in Cecenia, riferendosi a canzone dei Rolling Stones. Che però diceva: you can’t get what you want, non puoi prendere ciò che vuoi. Il terrorismo esercitato in Africa, in Cecenia, dai terroristi islamici, dal narco-marxismo dell’America Latina, è oggi un fenomeno universale. Alla fine della politica della guerra fredda, alla fine dei due blocchi, non è corrisposta la scomparsa dei guerrieri. La guerra fredda era fredda per noi ma era calda per tutto il pianeta: non vi sono mai state tante rivoluzioni, controrivoluzioni, dittature, sovvertimenti di regime quante ce ne sono state in quell’epoca. E i guerrieri sono sempre qui.
Secondo punto di questo nuovo paradigma è l’incontro tra la potenza nucleare di Hiroshima e la capacità di Auschwitz. Ahmadinejad ne è un esempio evidente perché dice che Auschwitz è una religione della Shoa, è una menzogna, un mito. E in fondo l’arma nucleare è un’arma come le altre, tutto dipende a quale fine la si utilizzi. Ahmadinejad immagina una guerra santa, una jihad nuclearizzata. Fine dunque del tabù di Hiroshima, fine del tabù di Auschwitz e incontro tra la capacità di Hiroshima e il fanatismo di Auschwitz. Un incontro generale. A Manhattan sono crollate le Torri gemelle ma se i terroristi fossero riusciti ad attaccare una centrale nucleare avremo avuto una Chernobyl deliberata. La capacità di Hiroshima e di Auschwitz si coniugano oggi anche se non si possiede la bomba atomica, a maggior ragione quando la si ha. Ciò non significa che Ahmadinejad la userebbe immediatamente, senza pensarci, ma se si autorizza l’Iran ad armare Hezbollah questo potrebbe creare disastri. Terzo punto: l’eliminazione del tabù di Hiroshima e di Auschwitz non riguarda soltanto gli Stati canaglia e i gruppi criminali. Putin ha dichiarato che la cosa più negativa per la Russia nel Ventesimo secolo è stato il dissolvimento nel ’91 dell’Unione Sovietica. Non la seconda guerra mondiale, non i campi di morte di Hitler, devastanti per l’intera Europa. Ciò significa che oggi esistono dei leader che non sono più ossessionati dai tabù di Auschwitz e di Hiroshima, che appartengono a un’altra generazione e che trafficano con l’Iran o con la Corea del Nord, in armi, razzi, missili, materiale nucleare. Dunque, non solo Stati canaglia e gruppi criminali, ma anche sponsor che giocano con il fuoco lasciando ad altri il compito di accendere la miccia. Penso che vi siano molti di questi Stati e la Cina e la Russia non è che siano molto rassicuranti. Dopo tutto la Corea del Nord e l’Iran non hanno trovato protettori, che pure esistono e sono sponsor attivi. Quarto punto: non c’è una internazionale del terrore, ma un mercato universale del terrore sì. La Corea del Nord ha traffici con l’Iran che a sua volta ha traffici con la Russia e con il Pakistan. Tra sunniti e sciiti, tra marxisti stalinisti e religiosi islamisti - come in passato tra il colonnello argentino e i generali brasiliani - vi è una sorta di commercio universale del male. Viviamo attualmente in un mondo dove non si vuole più costruire ma dove coloro che vogliono distruggere pensano a prendere tutto in mano. Confrontiamo Krushev e Putin: Krushev credeva ancora di poter raggiungere e superare gli Stati Uniti, lo aveva affermato; Putin sa che, se tutto va bene in Russia, riuscirà a raggiungere il Portogallo solo tra una quindicina d’anni, ma la sua potenza non deriva dalla capacità di costruire, bensì dalla capacità di distruggere, di nuocere e di trafficare con il ricatto del petrolio, con il mercato delle armi a capacità termonucleare. Questo modo di affermarsi è preoccupante non per l’ordine del mondo ma per il mantenimento del suo disordine.
Concludendo, la situazione di Israele e la situazione dell’Europa non sono diverse. Viviamo su un pianeta in cui la capacità di nuocere è condivisa universalmente da individui che non hanno più quei tabù che garantivano la deterrenza e che l’hanno garantita per cinquant’anni. Si crede che la deterrenza sia automatica, che se Ahmadinejad ha la bomba atomica non è poi così grave perché l’Iran in quel caso sarebbe soltanto un’altra delle grandi potenze nucleari contro la quale potrà essere esercitata la deterrenza. Ma la deterrenza non ha mai portato un equilibrio automatico, ci sono stati periodi di squilibrio, di guerre, di crisi che sono arrivate molto vicine all’esplosione, come quella di Cuba. Bisogna perciò che vi siano dei freni e che ritornino dei tabù un tempo costituiti da Hiroshima e Auschwitz, altrimenti deterrenza ed equilibrio diventano sempre più fragili. È per questo che il tentativo di accedere alle armi nucleari da parte dell’Iran è molto pericoloso. Questo significa che ci troviamo in una situazione disperata? Niente affatto. La pace è qualcosa che non si ottiene chiudendo gli occhi, bensì la si ottiene aprendoli bene. I rischi che ho analizzato, il nuovo paradigma del terrore generalizzato, è sotto gli occhi di tutti, basta solo volerlo vedere. La guerra in Libano, per esempio, non è una guerra tra due blocchi - il blocco dell’islam e il blocco occidentale. All’inizio di questa guerra abbiamo avuto la sorpresa di vedere diversi Paesi che non sono democrazie, come l’Arabia Saudita, l’Egitto, la Giordania, schierarsi contro Hezbollah. Esiste perciò una scissione all’interno di quello che stupidamente viene chiamato l’islam senza cognizione di causa. Ci sono musulmani che capiscono che le prime vittime del terrorismo islamista sono proprio i civili musulmani. Ad esempio in Iraq, ogni mese, il numero di vittime civili, appunto vittime del terrorismo, supera il numero totale di vittime dell’esercito americano dall’inizio della guerra, che si aggira intorno alle tremila. Non si tratta affatto di una situazione simile a quella del Vietnam, ma piuttosto di una situazione simile a quella somala. In Somalia infatti a morire sono i civili somali per mano di guerriglieri somali, e questo avviene da quindici anni. Esiste quindi la possibilità di trovare alleati per la pace nel mondo che chiamiamo musulmano. Non è sufficiente definirsi umanisti, l’umanesimo attualmente sembra essere schierato dalla parte dei pacifisti che hanno manifestato a Roma, che affermano di essere contrari alla forza e a favore di quei buoni sentimenti umanistici secondo cui si dovrebbe abbandonare l’Iraq e disinteressarsi di Israele. Al contrario, bisogna recuperare l’idea umanista della difesa delle popolazioni civili, bisogna essere in grado di sostenere i civili ceceni e i civili del Darfur che vengono sterminati dai terroristi sotto bandiere diverse, a volte islamiste, a volte razziste o nazionaliste. È questo il vero problema, la reale sfida da affrontare: sapere da che parte sta la giustizia. Il futuro dell’umanità si gioca proprio su questo punto e, nel mondo musulmano, si gioca con le donne, quelle donne che non vogliono che i loro figli diventino dei terroristi o che desiderano, come molte donne in Iran e Algeria, resistere al terrorismo dando prova di eroismo, un eroismo rarissimamente osservato nella storia dell’umanità. Ebbene, bisogna essere accanto a quelli che lottano per la libertà e contro quelli che opprimono con qualsiasi mezzo. C’è una fortissima forza di oppressione nel mondo ma ci sono anche moltissime persone che si rivoltano contro questa forza, che non desiderano che i loro figli vengano armati a tredici anni, che vogliono invece che vadano a scuola, anche quando abitano in bidonville. È al fianco di queste persone che conquisteremo la pace. È per questo che il problema della condizione umana nel nostro pianeta è proprio lo stesso ovunque, non è diverso a Tel Aviv, a Gerusalemme e a Venezia.