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Il conservatore (senza neo)

LIBERAL BIMESTRALE
di Rocco Buttiglione
Liberal n. 20 - Ottobre-Novembre 2003

 

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Russell Kirk è toccato uno strano destino. È in genere indicato come un neoconservative e anzi il caposcuola, o almeno uno dei capiscuola, del pensiero neoconservatore. Tuttavia a lui questa definizione non piaceva e più di una volta ha tentato anche di difendersi contro di essa. In realtà il pensiero neoconservatore americano ha un storia abbastanza lunga, all’interno della quale, per orientarsi, è necessario introdurre delle distinzioni e perfino una periodizzazione. Russell Kirk insieme con Clinton Rossiter, Peter Viereck e qualcun altro, è stato negli anni Cinquanta il primo a rialzare la bandiera della conservazione delle cose che contano, della conservazione dei valori, e proprio questo ha caratterizzato la prima fase del pensiero neoconservatore. Kirk parte dalla grande tradizione di Burke, di cui rimane uno degli analisti più penetranti. Esistono nella storia cose che cambiano e cose che non cambiano; l’uomo è infatti un essere che ha una natura permanente, capace però di svilupparsi e di evolversi nel tempo senza tuttavia mai negare i suoi aspetti fondamentali e costitutivi. Davanti a una cultura in senso lato progressista, che afferma la totale manipolabilità e trasformabilità della natura umana, il conservatore, nel senso di Russell Kirk, è colui che ricorda le cose che non cambiano, che rimangono nel tempo e che offrono anche il criterio per distinguere, fra le cose che cambiano, quelle che favoriscono la crescita e il perfezionamento dell’uomo e quelle che invece lo avviano sul sentiero del declino e dell’autodistruzione. Questa insistenza sulle cose che non cambiano spiega anche la riluttanza di Kirk a essere definito un neoconservatore. La sua domanda ricorrente è: perché neo? Egli si sente in continuità con una tradizione di pensiero che affonda le sue radici nell’antichità classica e giunge fino al presente. Questa tradizione non è rivissuta da Kirk in una chiave prevalentemente metafisica. La verità sull’uomo si manifesta nella storia e ne diventiamo consapevoli attraverso un processo fatto di tentativi ed errori che fa in modo che alla fine alcune verità risultino evidenti non solo e non tanto per un’intuizione di essenze atemporali, come nella tradizione platonica, ma piuttosto per effetto dell’accumularsi dell’esperienza vissute da una specifica comunità umana. Da qui il concetto di tradizione: consegna da una generazione all’altra dei valori che sono stati sperimentati come veri nella propria vita e nella propria esperienza storica. Questo corrisponde a un filone importante e spesso sottovalutato della cultura anglosassone. Hume è stato letto sul continente europeo soprattutto come un distruttore di certezze metafisiche e come una specie di precursore del nichilismo. Una lettura alternativa lo vede invece come il fondatore di una teoria della tradizione e dell’esperienza storica. Se leggiamo Hume a partire dalla sua opera storica e vediamo in essa, come in effetti è, almeno dal punto di vista cronologico, il coronamento della sua avventura intellettuale, ci troviamo davanti all’emergere in un certo senso della natura attraverso la storia. Nella Storia di Inghilterra affiora un sistema di valori scoperto appunto per tentativi ed errori che non ha propriamente una certezza metafisica ma da cui sarebbe assai azzardato allontanarsi o con il quale almeno sarebbe irresponsabile rompere. Bisogna piuttosto proseguire per tentativi empirici nello sforzo di seguirne l’evoluzione assecondandone le linee naturali di sviluppo e non dimenticando mai i principi strutturali fondamentali che ne assicurano la coerenza. In questa chiave si comprende anche quella che forse è l’opera maggiore di Russell Kirk sulle Radici dell’ordine americano. Alla radice vi sono valori universalmente umani che hanno però acquisito nella storia americana una particolare evidenza e anche una specifica concretizzazione culturale. Questo spiega anche il motivo per cui le istituzioni americane sono, sempre secondo il nostro autore difficilmente copiabili. Esse corrispondono alle forme della religione, della cultura, della storia, dell’economia e perfino della geografia degli Stati Uniti. Non è affatto sicuro che, trasposte in un altro contesto, esse possano funzionare in modo altrettanto soddisfacente.
A partire da questo possiamo capire sia gli elementi di continuità sia gli elementi di differenza fra la prima e la seconda ondata del neoconservatorismo americano. Alla seconda ondata appartengono nomi come quello di Michael Novak, George Weigel, Richard John Neuhaus, Irving Kristol, Gertrud Himmelforth etc. Per capire le differenze tra prima e seconda ondata faremo riferimento soprattutto a Michael Novak e a Irving Kristol con i quali Russell Kirk ha condotto un dialogo appassionato e non privo di asprezza. Pur riconoscendone i meriti Kirk rimprovera a Kristol il tentativo di formulare un’«ideologia democratica» ovvero un’ideologia neoconservatrice. Per Kirk l’ideologia è un sistema di pensiero che pretende di intrappolare l’uomo in categorie fisse e dogmatiche e cerca di dirgli quello che deve fare, mentre l’atteggiamento conservatore esplicita valori che sono già presenti nella vita del popolo e rifugge dalla tentazione di organizzarli in un sistema chiuso. La seconda ondata dal neoconservatorismo americano è stata profondamente influenzata, oltre che da Kirk anche da Ludwig von Mieses e dalla sua idea di una conoscenza a priori della natura umana e in modo particolare dei principi fondamentali dell’economia non derivata dall’esperienza e non sottomessa al suo giudizio. Per von Mieses il mercato non è una realtà storica cresciuta attraverso tentativi ed errori in una connessione continua con altri rami e aspetti dell’attività umana. Il mercato è un insieme di relazioni aprioriche e trascendentali, in qualche modo indipendenti dall’esperienza. Tutto questo evidentemente non poteva piacere a Kirk soprattutto se si prendono come termini di riferimento autori come Ayn Rand e Murray Rothbar, che arrivano a teorizzare un mondo in cui tutte le relazioni umane sono pensate come relazioni di mercato. Ciò evidentemente va in contraddizione diretta con quel filone comunitario che possiamo ricondurre ai Southern conservatives e a Gilbert Keith Chesterton, che fanno certamente parte della genealogia intellettuale di Russell Kirk. Fra gli economisti della scuola austriaca qualche maggior simpatia il nostro autore poteva avere per Friedrich von Hayek, che tenta di conciliare l’apriorismo con una forte accentuazione del ruolo dell’esperienza umana, mentre sono evidenti anche consonanze con Karl Popper e con la teoria (sua e di von Hayek) del piecemeal political engineering, (ingegneria politica a pezzi e a bocconi, cioè a partire dall’esperienza e non dalla presunzione di avere una visione globale della società e del suo sviluppo). Benché Michael Novak abbia sempre tentato di comporre il tema del mercato con il primato dei valori e delle cose che non cambiano, tuttavia Kirk ha guardato a questo tentativo con una certa dose di diffidenza. Ovviamente Kirk non è contrario al mercato, lo considera come uno degli aspetti ovvi di una società libera, ma, appunto, un aspetto e non l’essenza e neppure il fondamento.
Ancora più grandi sono le differenze con quella che potremmo chiamare la terza ondata del neoconservatorismo americano, il cui alfiere più conosciuto è forse William Kristol (il figlio di Irving). Queste differenze emergono con una forza particolare se consideriamo il tema della guerra in Iraq, che ha portato il neoconservatorismo americano alla ribalta nel palcoscenico della pubblica opinione. Ovviamente Russell Kirk non ha potuto esporre le sue idee sulla politica che ha ispirato l’intervento degli Stati Uniti in Iraq. Non è però difficile immaginare quello che avrebbe detto se fosse stato in vita. Possiamo appoggiarci, a questo fine, al modo in cui egli ha commentato il primo intervento americano in Iraq. Kirk non è un pacifista. Egli pensa che la guerra sia uno strumento legittimo di difesa di interessi nazionali minacciati. Egli tuttavia affonda le sue radici nella tradizione antiwilsoniana del pensiero politico americano. Egli pensa sì che tutti gli uomini amino la pace e i valori che sono incorporati nella democrazia e nello Stato di diritto. Egli crede però che gli uomini egualmente desiderino non essere oppressi e poter a loro volta opprimere i loro vicini, potersi vendicare, poter imporre il proprio interesse. C’è in Kirk una radice antiperfettista che è stata tra l’altro uno degli elementi della sua amicizia a distanza con Augusto del Noce (mediata dall’intelligente sollecitudine dell’Avv. Ramacciotti.). L’uomo è segnato dal peccato originale. Il peccato originale non distrugge la tensione del cuore umano verso il bene, ma la accompagna con una tensione verso il male. La storia dell’individuo e delle comunità umane è segnata del modo in cui queste due tensioni lottano fra di loro e anche si compongono tra di loro in forme di esistenza culturalmente determinate. Per questo è vero che gli iracheni come tutti gli uomini desiderano la democrazia e lo Stato di diritto ma non è altrettanto vero che essi possano essere imposti loro da un intervento esterno. Essi devono piuttosto nascere al loro interno attraverso un percorso che è affidato alla loro libertà e che non è possibile predeterminare. Questo non vuol dire che non sia giusto, lecito e doveroso sostenere in altri Paesi gli sforzi che vanno in questa direzione. Occorre tuttavia essere consapevoli dei limiti delle proprie forze e del rischio del loro fallimento qualora si tenti di forzare lo sviluppo naturale delle coscienze. Questo non vale necessariamente come obiezione contro la politica seguita dagli Stati Uniti in Iraq. Forse Russell Kirk che era certamente un patriota americano, l’avrebbe appoggiata, ma non senza molti dubbi e molte distinzioni e con un forte invito alla prudenza, in modo quindi diverso da alcuni accenti presenti nella terza ondata del neoconservatorismo. La lezione che Kirk ci lascia è insieme una lezione di certezza sulle cose fondamentali che non cambiano e di prudenza e di dubbio sul modo in cui i valori che non cambiano si declinano nella concretezza della storia. Egli avrebbe probabilmente sottolineato che il compito di lottare per i valori appartiene più alla sfera della cultura che a quella della politica.
 

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